mercoledì 8 ottobre 2014

LE PESANTI RICHIESTE DEI PIEMME TORINESI NEL PROCESSO AI NO TAV

Preso dal sito sito Infoaut ecco un articolo che racchiude l'amarezza e anche l'incredulità a fronte della richiesta di condanna dei pubblici ministeri torinesi Pedrotta e Quaglino che hanno sostituito fisicamente Rinaudo e Padalino nel processo inquisizione contro i manifestanti No Tav accusati di molti reati tra i quali figura pure il terrorismo.
In uno Stato in cui proprio il terrorismo,non quello delle reti tagliate a protezione dei cantieri che sventrano una valle e una popolazione,ma quello dei massacri delle bombe nelle stazioni e nelle piazze dove i colpevoli mandanti ed esecutori sono liberi o peggio ancora individuati e lasciati stare penalmente,ci sarebbe da vergognarsi e fare subito battaglia.
Senza entrare troppo nel merito delle questioni legali ora la lenta burocrazia italiana sentirà le difese delle decine di imputati,alcuni dei quali in carcere ed altri ai domiciliari,per poi arrivare alla sentenza vera e propria prevista per il 20 gennaio 2015,dove in ballo oltre ai compagni sotta accusa su cui pendono quasi due secoli di condanna,c'è pure il destino di un intero territorio.

Notav: richiesti due secoli di condanne!


È il momento delle richieste esemplari...
Al termine di una lunga giornata di dibattimento la procura torinese, nelle vesti dei pm Pedrotta e Quaglino, ha fatto richiesta di condanne alte per un totale di oltre 190 anni per i notav.

La pena più alta è di 6 anni e così a scalare a 3 anni e 10 mesi fino ad 1 anno e due mesi. La procura torinese ha voluto così dare un segnale chiaro: la lotta notav deve essere l'esempio di pene esemplari per tutti quelli che oggi vogliono lottare per il proprio futuro.

La requisitoria dei pm non è stata certamente brillante e un processo di questa portata richiederebbe dei contenuti più corposi che vadano aldilà del background degli imputati e del “Non vorremmo mica credere che si sia limitato a questo episodio, saremo degli ingenui...” ipotizzando reati per nulla provati ma solo evocati dalla procura per creare un certo effetto sulla corte.

Quindi sulla base della personalizzazione dei reati supposti i pm hanno fatto capire che oggi là dove il movimento notav non si riesce a farlo desistere dalla lotta, arrivano le condanne esemplari e le alte richieste di risarcimento – per questo dovremmo aspettare le prossime udienze ma pensiamo di non sbagliarci vista l'aria che tira – per danni e lesioni, visto che ormai è tardi per la tav le richieste di risarcimento esagerate serviranno per cercare di recuperare qualche migliaio di euro dai notav per poter sopperire ai tagli dei fondi europei per l'opera.Nella requisitoria dei pm si faceva spazio la solita retorica della lotta notav come palestra per i professionisti della violenza, una scusa per praticare “guerriglia campestre” lontana, nei metodi, anche dal popolo della valsusa...questo un esempio del “taglio” della requisitoria della procura, una lettura univoca di un movimento che da sempre ha saputo coniugare una lotta in difesa del territorio, con una pratica conflittuale e di resistenza che da sempre ci mette la faccia e rivendica le sue azioni.

Con le richieste di quest'oggi si chiude una parte del maxi processo; nelle prossime udienze, il 14 e il 21 ottobre, ci saranno le esposizioni delle parti civili per poi passare alle requisitorie della difesa e al verdetto della corte il 20 gennaio.



vedi anche notav.info

martedì 7 ottobre 2014

LIQUIDATI

Il nuovo accorgimento del governo Renzi individuato per far spendere di più alle persone,ovvero far girare l'economia come si diceva un tempo,è usare parte del Tfr(per ora,ma si vocifera anche una parte più consistente fino ad arrivare alla somma totale)per far lievitare leggermente la busta paga mensile.
Tutto questo su base volontaria ed i legislatori hanno ottenuto un coro pressoché unanime di dissensi in quanto son riusciti su questo tema ad avvicinare sia i lavoratori dipendenti che gli imprenditori che evidentemente vedono a ragione questa soluzione come un buco nell'acqua.
L'articolo di Senza Soste e questo di Infoaut(http://www.infoaut.org/index.php/blog/varie/item/12852-il-tfr-in-busta-paga-il-danno-oltre-la-beffa )spiegano i possibili disastri se questa proposta dovesse passare:si tratterebbe infatti di un aumento di salario attingendo dal salario stesso una cifra che verrebbe tassata quasi del doppio della normale liquidazione.
D'altro canto le aziende,soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni,dovrebbero elargire ai propri dipendenti delle cifre abbastanza consistenti se concepite nell'insieme dell'impresa,cosa che se sommata già al periodo di crisi ed all'evidente tassazione del lavoro  rischierebbe di far chiudere altre ditte già sul filo del rasoio.

Il Tfr in busta paga e le politiche salariali creative .
Marco Bertorello - tratto da http://www.communianet.org
Sulla falsariga della finanza creativa in stile Tremonti ora anche il governo Renzi si appresta a fare le medesime capriole sul versante dei salari. L'ultima trovata, infatti, è costituita dall'uso anticipato del Tfr (Trattamento di fine rapporto, volgarmente la liquidazione).
In realtà una forma di anticipazione di una quota del Tfr era già possibile per ragioni ben precise, come l'acquisto della prima casa, ma quello che ha in mente il governo è un differente uso strutturale del Tfr, che vedrebbe ridursi o addirittura azzerare il proprio accantonamento. In un recente passato il Tfr era già stato abbondantemente snaturato, consentendo di utilizzarlo in direzione dei fondi pensione. La liquidazione di lavoratori e lavoratrici, dunque, doveva incontrare la finanza da un lato per darle fiato e dall'altro per capitalizzare in operazioni finanziarie più o meno spregiudicate una quota di salario differito, per trasformarsi poi in un vitalizio che avrebbe dovuto integrare le pensioni a causa di un loro netto ridimensionamento. La logica era ti taglio la pensione, ma quel che resta di una parte del tuo accantonamento (Tfr) vattelo a giocare attraverso i fondi pensione, per ridurre il danno. In alcuni casi, però, il danno aumenta, come ha dimostrato il fallimento di molti fondi pensione. Con l'esplosione della bolla tecnologica statunitense, alcune categorie di addetti americani al tempo dovettero rinviare il momento del pensionamento, in quanto il loro fondo era fallito, e non consentiva il recupero neppure di quanto messo da parte in tutti gli anni di attività, altro che capitalizzazione!
Ma la spinta verso la finanziarizzazione delle risorse previdenziali non è più sopportabile per un paese in grave crisi come l'Italia. Se prima l'ideologia dominante teorizzava l'andata verso la finanza delle risorse accantonate dal lavoro, oggi le emergenze sono diventate altre. Il crollo dei consumi, la deflazione, il ristagno dell'economia non consentono neppure di favorire i mercati finanziari. E per certi versi neppure le imprese, almeno non tutte. Oggi, dunque, il governo avanza proposte sul Tfr che vanno dalla sua messa in busta paga, fino al 50% dell'accantonamento mensile, oppure la possibilità di versare in busta paga persino tutto il Tfr maturato. La scelta in entrambi i casi è su base volontaria. Vale la pena riflettere su queste ipotesi, che non possono essere banalizzate come propagandistiche (anche se c'è indubbiamente pure questa componente), in quanto rappresentano una pericolosa insidia per il mondo del lavoro.
La logica governativa parte dalla volontà di far ripartire i consumi attraverso una aumento delle buste paga a costo zero per l'impresa. Insomma torna il tentativo di riprenderla dalla domanda, come per gli 80 euro d'inizio anno. Con alcune differenze importanti però. Gli 80 euro che molti avevano incomprensibilmente sottovalutato, se non snobbato, rappresentavano in qualche misura un alleggerimento del carico fiscale sulle buste paga, cioè era un intervento a carico dello Stato per favorire il lavoro. Al momento l'esito non ha corrisposto alle attese, poiché i consumi continuano a calare, ma rappresentava comunque una boccata d'ossigeno per una parte di salariati. Il Tfr in busta paga subito, invece, costituisce un diverso uso di risorse che sono già del lavoro. Non solo, ma l'intento del governo è quello di ottenere subito un ritorno fiscale da questa scelta, poiché la tassazione separata attualmente del Tfr oscilla tra il 23 e il 26%, mentre potrebbe arrivare a toccare il 43%. Per molte piccole imprese o alle imprese indebitate mettere a disposizione il Tfr potrebbe essere un aggravio immediato, dato che con gli accantonamenti del Tfr viene fatto un uso economico immediato, lasciandolo figurare solo finanziariamente ai propri dipendenti. Ma soprattutto si trasformano le relazioni industriali tra capitale e lavoro. Qui sta il problema principale. Ai dipendenti ricevere una parte o la totalità della liquidazione può apparire un beneficio immediato, oppure una garanzia di un ritorno di una parte del salario che con le riforme che corrono, chissà mai se si potrà recuperare (pensione, ma quando?), ma ciò può costituire anche un surrogato dei prossimi rinnovi contrattuali. E per ciò non mi pare che il mondo dell'impresa nel suo complesso gridi allo scandalo.
Non si applicherebbe più una ripartizione della ricchezza prodotta, nessuna quota di produttività ricadrebbe sul lavoro, in quanto il lavoro verrebbe quietato con risorse che già sono sue. Non a caso la carta del Tfr subito si può combinare con il mancato rinnovo dei contratti, con un vero e proprio blocco dei rinnovi, come sta accadendo per la gran parte delle categorie professionali. Questa partita di giro non solo non è a costo zero (ammesso che gli 80 euro lo siano effettivamente stati), ma è tutta a carico del lavoro. Il vantaggio è che non lo sembra, e allo stesso tempo si mettono dei soldi in tasca subito a una parte dei lavoratori e lavoratrici dipendenti. L'effetto sui consumi è dubbio, ma serve a tirare a campare in una fase in cui non c'è uno straccio di prospettiva per le classi dirigenti. Inoltre si frammenta ulteriormente il lavoro (la scelta è appunto volontaria), e lo si addomestica nella sua volontà contrattuale. Una vera fregatura davvero insidiosa.
4 ottobre 2014

lunedì 6 ottobre 2014

SENTINELLE IN PENE

Si è svolta sabato scorso la parata delle sentinelle in piedi che altro non sono che integralisti cattolici,omofobi,fascisti e reazionari che in decine di piazze italiane hanno manifestato silenziosamente standosene in piedi leggendo un libro.
Favoriti nel centro e nord Italia dal bel tempo questi personaggi di dubbio gusto hanno difeso il diritto che ora sta fortunatamente cambiando di avere una famiglia composta solo da uomo e donna,salvo che queste ultime non si estinguano visto che i premurosi mariti e/o fidanzati sempre più cercano di eliminarle dalla faccia della terra.
L'articolo di Senza Soste parla delle contro manifestazioni di chi i diritti li difende per tutti e non solo per una parte della popolazione,contrariamente a quello che fanno queste sentinelle che fanno dell'odio e dell'ipocrisia e diciamo pure dell'ignoranza una loro arma di stupidità galoppante.

Proteste in tutta Italia contro le veglie omofobe. A Torino la piazza caccia le "sentinelle".  

In diverse decine di città italiane erano state organizzate per oggi manifestazioni pubbliche delle "Sentinelle in piedi", sedicente sigla nata da alcuni mesi a livello nazionale che si auto-presenta come "un gruppo di cittadini che vigila sulla libertà di espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna" e che si batte contro il ddl Scalfarotto. Di fatto, si tratta nient'altro che di una sigla che riunisce cattolici integralisti e reazionari della peggior specie. Dietro la falsa pretesa di manifestare pacificamente rimanendo in silenzio, questi personaggi celano in realtà una violenza molto più grande, quella di difendere pubblicamente retoriche omofobe, discriminatorie e cariche di odio.
Contro queste impresentabili boutade, in diverse città sono stati organizzati dei contro-presidi per manifestare in difesa della libera scelta di tutti e tutte e allontanare la presenza delle sentinelle.

Torino il passaparola e il tam-tam partiti sui social network negli ultimi due giorni hanno dato vita a una risposta particolarmente numerosa e determinata. Poco prima delle 16 un gruppo di alcune decine di persone hanno provato a entrare in piazza Carignano, dove era previsto il concentramento omofobo, trovandola già completamente militarizzata. Sono volati i primi spintoni contro i manifestanti, allontanati brutalmente, ma nel giro di pochi minuti la situazione si è ribaltata con l'arrivo di centinaia di persone partite dalla vicina piazza Castello per contestare le sentinelle. Nel corso della protesta tanti altri torinesi che si trovavano a passare dal centro hanno deciso di unirsi, molti i giovani e i giovanissimi. In breve, il colpo d'occhio rivelava uno sparuto gruppo di sentinelle in piedi, blindato tra le transenne e i cordoni della celere e circondati tutt'attorno da un migliaio di persone scese invece in piazza per difendere la libera scelta di tutti e tutte.
A riprova della composizione che affollava le "veglie" omofobe, a Torino spiccavano tra i partecipanti anche alcuni volti noti della politica torinese, come quello dell'ex vicesindaco Marco Calgaro o quello di Maurizio Marrone, cresciuto tra le file dei fascisti del Fuan e ora comodamente seduto in consiglio Regionale con Fratelli d'Italia. Quest'ultimo, in particolare, contravvenendo alla regola del silenzio delle sentinelle, ha ripetutamente provocato i manifestanti, ricevendo per tutta risposta una pioggia di fischi e insulti.
Dopo circa mezz'ora di presidio, i manifestanti hanno iniziato a rimuovere le transenne poste a difesa delle sentinelle: agenti della celere e della Questura non hanno lesinato botte e spintoni ma sono poi stati costrette a far allontanare in fretta e furia i partecipanti alla veglia, che hanno lasciato piazza Carignano scortati dalla polizia e con la coda tra le gambe. A quel punto il presidio, con un boato di gioia, si è ripreso la piazza, decidendo poco dopo di partire in corteo selvaggio per le vie del centro al grido di "L'omofobia è odio, non è un'opinione". La manifestazione ha raggiunto piazza Vittorio, raccogliendo gli applausi e i consensi dei passanti, e si è poi sciolta tra l'entusiasmo dei molti che hanno visto crescere una risposta così determinata e al di sopra delle aspettative, considerato anche il poco tempo in cui tutto è nato.
A Napoli questa mattina diverse decine di persone si sono radunate al Vomero e, nonostante la celere schierata a difesa del presidio omofobo, hanno costretto le sentinelle a lasciare dopo poco la piazza, sommersi dai fischi, e sono partite in corteo per le vie della città dietro uno striscione con scritto "#StopOmofobia, Jatevenne!".
Nel pomeriggio è stato il turno di Bologna, dove un corteo partecipato e festoso ha cacciato dalla piazza alcuni esponenti di Forza Nuova e ha sfilato per la città. Manifestazioni e presidi anche a Genova, Rimini, Aosta e Reggio Emilia, e probabilmente l'elenco delle città che hanno deciso di opporsi alla presenza delle sentinelle in piedi è destinato ad allungarsi ulteriormente con le notizie delle prossime ore.
Insomma, in tutta Italia i siparietti omofobi che volevano nascondersi in maniera ipocrita dietro il vessillo della libertà di espressione non hanno avuto gioco facile e c'è da aspettarsi che, vista l'accoglienza ricevuta oggi, in futuro le "sentinelle" ci penseranno due volte prima di annunciare di voler manifestare pubblicamente in piazza...
5 ottobre 2014

domenica 5 ottobre 2014

PUNTA BIANCA AD AGRIGENTO

Questo breve commento al post preso da Contropiano(http://contropiano.org/ambiente/item/26701-punta-bianca-agrigento-il-poligono-dei-veleni )è la prosecuzione naturale non voluta di un'altra denuncia su di una zona naturale che potrebbe e dovrebbe essere intatta ma che invece è divenuta una zona militarizzata off limits con tutte le conseguenze del caso(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/06/linferno-di-quirra.html ).
Mi sto riferendo alla zona di Punta Bianca ad Agrigento che richiama alla memoria quella del Salto di Quirra in Sardegna:la zona siciliana a meno di dieci chilometri dalla Valle dei Templi sta correndo numerosi rischi da quando l'esercito italiano e quello statunitense presente nell'isola fanno esercitazioni militari nell'area del poligono di Drasy,proprio nel cuore di questa splendida zona naturalistica.
I pericoli cui va incontro Punta Bianca vanno da un dissesto idrogeologico provocato dai massicci bombardamenti che creano crateri ed inquinano le acque dolci e quelle marine,oltre che il danno economico derivante dal mancato introito turistico di una delle zone più caratteristiche della Sicilia.
L'articolo spiega come si è arrivati a questo punto grazie anche ad una politica di sotterfugi con lo Stato italiano e gli alleati statunitensi e di come la popolazione residente si stia attrezzando per ovviare a questa deleteria situazione.

Punta Bianca Agrigento, il poligono dei veleni.             

Dalle ore 8 a mezzanotte, ogni giorno, tutti i giorni, dall’1 ottobre sino a Natale, escluse le domeniche e le feste dei morti e dell’Immacolata. Il Comando Regione Militare Sud ha reso pubblico il calendario per il quarto trimestre 2014 delle esercitazioni “con utilizzo di armi da fuoco portatili e di reparto” presso il poligono di tiro fisso Drasy, tra la riva del fiume Naro e località Punta Bianca, Agrigento, a meno di una decina di km della Valle dei Templi (patrimonio UNESCO). Con ordinanza della Capitaneria di Porto Empedocle, nei periodi e negli orari dei cannoneggiamenti, è vietato il transito e la sosta di persone e veicoli nell’area demaniale marittima lungo la costa inclusa nel poligono, nonché la navigazione, l’ormeggio e la balneazione nel tratto di mare antistante. Alle guerre bisogna addestrarsi con cura e ufficiali e fanti devono affratellarsi con carri armati, cingolati e mitraglie. Peccato che l’area del poligono Drasy Punta Bianca siano uno degli ultimi paradisi paesaggistici e naturalistici della Sicilia, individuata con decreto regionale del 13 aprile 2001 come riserva naturale da istituire e assicurare alla pubblica fruizione.
Dall'alto, il territorio sembra un po’ la luna e un po’ un deserto roccioso: crateri dovunque, canyon e faglie, solchi aridi e profondi. Nulla d’antico o naturale, sono le lacerazioni e le ferite lasciate dalle ogive sparate dai reparti dell’esercito italiano e delle forze armate Usa di stanza in Sicilia. Sul terreno fanno cattiva mostra di sé i bossoli e i residui di munizioni. Un crimine contro l’uomo e l’ambiente che si perpetua da decenni, puntualmente e ininterrottamente da inizio autunno all’estate. Durante le esercitazioni di fine anno 2013, i mezzi pesanti del 4° Reggimento genio guastatori e del 6° Reggimento “Lancieri Aosta” di Palermo hanno reso completamente inagibile il sistema viario di Punta Bianca e i boati dei war games hanno fatto tremare la terra di mezza provincia, i vetri delle abitazioni e persino i fragili colonnati dei templi greci. Le autoblindo cacciacarri “Centauro”, prodotte dal consorzio Iveco-Fiat-Oto Melara, hanno disseminato nella riserva naturale promessa i proiettili esplosi dalle mitragliatrici MG-42/59 (munite di 4.000 cartucce da 7,62 mm) e dai cannoni da 105 millimetri. “La stessa potenza di fuoco dei carri Leopardi 1 e dei maggiori carri armati a disposizione delle forze Nato”, vantano le aziende produttrici dei “Centauro”. I cannoni, in particolare, possono sparare tutti i tipi di proiettili dello stesso calibro stipati negli arsenali dell’Alleanza Atlantica, compresi i famigerati penetratori cinetici sotto calibrati che usano l’energia cinetica per penetrare dentro le corazzatura dei bersagli. “Nel momento di massima velocità, il proiettile può raggiungere i 975 metri al secondo, con conseguente generazione di tre tonnellate e mezzo di forza e una gittata massima di 6 kilometri”, spiegano i manager di Oto Melara (Finmeccanica). Una potenza immensamente distruttiva, i cui effetti sul territorio sono sotto gli occhi di tutti. L’8 gennaio scorso, un intero pezzo collinare è franato giù sulla splendida spiaggia di Punta Bianca e a mare. Ma smottamenti e frane sono all’ordine del giorno. “I boati e le vibrazioni causate dalle esercitazioni militari sono certamente una concausa e forse anche un elemento scatenante delle frequenti frane che hanno colpito la costa che, con la complicità dell’erosione, abbiamo visto arretrare di diversi metri negli ultimi decenni”, afferma Claudio Lombardo, presidente dell’associazione Mareamico di Agrigento.


“La porzione del poligono Drasy coincidente con il tratto costiero del pianoro, a ridosso della falesia, è caratterizzata da un equilibrio geomorfologico precario”, scrive Marco Interlandi, geologo di Legambiente Sicilia e direttore della riserva naturale Grotta di Sant’Angelo Muxaro. “I depositi che caratterizzano il pianoro sono costituiti da sabbie, limi e ghiaie; sono quindi sedimenti caratterizzati da una elevata permeabilità. L’erosione costiera in generale è dovuta ad azioni antropiche che hanno alterato gli apporti di sedimenti alle spiagge: cementificazione dei fiumi, realizzazione di porti e barriere frangiflutti, edificazione lungo le coste, ecc... In un contesto generale di dissesto idrogeologico dovuto a cause strutturali ed all’arretramento della linea di costa, va evidenziato che le attività di tiro e l’utilizzo di mezzi pesanti all’interno del Poligono Drasy contribuiscono, con ogni probabilità, ad alterare in negativo il precario equilibrio geomorfologico dell’area e a provocare il collasso del versante”. Per queste ragioni, il geologo di Legambiente ha chiesto formalmente di spostare il poligono in un altro sito, ritenendo “incompatibili le attività di esercitazione militari ivi condotte con la conservazione e la fruizione naturalistica e archeologica della fascia costiera compresa tra Punta Bianca ed il Castello di Palma di Montechiaro”.

A preoccupare gli ambientalisti è pure l’inquinamento del suolo e delle acque generato dai composti chimici dispersi con i tiri a fuoco e le grandi manovre di carri e blindati. Una contaminazione pericolosa per la salute e l’habitat naturale a cui non si sottraggono né le vie di accesso, né le spiagge di Punta Bianca, frequentate da turisti locali e internazionali nel solo periodo in cui le esercitazioni vengono sospese, da metà giugno a metà settembre. Le associazioni Legambiente, Mareamico e Marevivo hanno più volte chiesto alle autorità regionali di effettuare controlli nel territorio per rilevare la presenza o meno di radioattività e metalli pesanti (cadmio, antimonio, piombo, nickel, rame, vanadio, zinco, ecc.). Il 22 gennaio 2014, una delegazione di ambientalisti è stata convocata dalla Commissione Territorio e Ambiente del Senato, presidente l’agrigentino Giuseppe Marinello (Ncd), per approfondire le problematiche relative all’uso del poligono Drasy. Solo a partire dallo scorso mese di marzo, però, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA) ha avviato una prima azione di monitoraggio della zona. Le indagini diagnostiche, pesantemente condizionate dalle esercitazioni dei militari della Brigata Aosta, sono proseguite sino a fine maggio. A settembre, ARPA Sicilia ha trasmesso gli esiti analitici dei campioni prelevati in occasione del sopralluogo del 26 maggio. “In tutti i campioni non sono stati riscontrati concentrazioni di soglia di contaminazione di cui all’allegata tab. 1 all. 5 del Decreto legislativo152/06”, esordiscono i dottori Giuseppe Maragliano e Salvatore Montana Lampo. “Appare tuttavia opportuno rilevare che nel campione denominato P4 il valore  del parametro PIOMBO è al limite massimo della tabella (97,71 mg/Kg con max 100 mg/Kg). Un valore non trascurabile di tale metallo è presente anche nel campione P5. Significativo perché non trascurabile è il valore dello ZINCO nel campione P4”. “Per quanto sopra – concludono i ricercatori di ARPA Sicilia – non ricorrono in atto le condizioni per l’effettuazione delle procedure relative alla bonifica del sito e tuttavia appare opportuno evitare di appesantire ulteriormente le concentrazioni dei parametri esaminati nei punti di cui sopra”. Un equilibrismo verbale con finalità rassicuranti che tuttavia conferma implicitamente gli altissimi rischi ambientali delle esercitazioni a Punta Bianca.

L’iter politico-burocratico per istituire la riserva naturale continua intanto a languire negli uffici regionali di Palermo. Era il lontano 23 novembre del 1996, quando Marevivo inoltrò alla Commissione provinciale per la tutela dei beni culturali ed ambientali di Agrigento e all’Assessorato regionale del territorio ed ambiente la proposta di vincolo per il territorio costiero “dalla foce del vallone di Sumera al Castello di Palma di Montechiaro. Il 9 aprile del 1999, la Commissione diede il proprio parere positivo e due anni l’Assessorato regionale rilasciò la dichiarazione di “notevole interesse pubblico del territorio”. D’allora non è più accaduto nulla. Dopo le sempre più numerose proteste dei cittadini e delle associazioni ambientaliste, nel 2013 il generale dell’esercito Corrado Dalzini (Comandante della Regione Militare Sud), in visita ufficiale ad Agrigento, espresse la disponibilità delle forze armate a lasciare il poligono a condizione che la Regione Siciliana fornisse “un’alternativa idonea per le necessarie esercitazioni”. L’allora assessore regionale al territorio, l’agrigentina Mariella Lo Bello, prospettò in cambio l’utilizzo di alcune aree sequestrate alla criminalità organizzata “in zone dell’interno, nelle province di Caltanissetta e Palermo”, e s’impegnò a istituire la riserva a Punta Bianca entro l’estate 2013. La Lo Bello fu poi sostituita dal governatore Crocetta prima da Mariarita Sgarlata e poi da Piergiorgio Gerratana, ma ad oggi del decreto non esiste l’ombra.
“Negli scorsi mesi abbiamo documentato con foto e video quale era la reale portata delle esercitazioni militari, che non sparassero a salve e che sparassero abitualmente in mare”, commenta Claudio Lombardo di Mareamico. “Abbiamo provato la relazione esistente tra le frequenti frane che affliggono la zona e i crateri causati dalle esplosioni. Dopo 58 anni di esercitazioni militari a Drasy e dopo 18 anni dalla presentazione della richiesta d’istituzione di una riserva naturale, è arrivato il momento di dire basta. La Regione Sicilia deve subito individuare un posto alternativo per le esercitazioni, come consiglia lo stesso Ministero della Difesa. Nei prossimi giorni incontreremo il neo assessore regionale al territorio Gerratana, cui consegneremo un corposo dossier su quanto accaduto impunemente in questi anni a Punta Bianca”.
da http://antoniomazzeoblog.blogspot.it

sabato 4 ottobre 2014

LE ORIGINI DEI TAGLIAGOLA

Che l'Isis sia una branca di persone che col genere umano non ha nulla a che fare è cosa purtroppo assodata da tempo,i tagliagola ieri hanno ammazzato un altro ostaggio nelle loro mani:ma è anche un fatto abbastanza noto che questa milizia che ha dato vita ad un califfato islamico è stata creata in gran parte dalla Cia già ai tempi delle prime sommosse arabe del 2011 coincise con le primavere arabe.
Egitto e Libia sono stati precursori seguiti in maniera più soft dalla Tunisia e poi dalla Siria in un crescendo di vittime e violenze,solo che nell'ultimo caso il Presidente Assad e le sue truppe hanno resistito con successo fino ad oggi,ed i ribelli pagati ed armati dagli Stati Uniti e dall'Europa per rovesciarlo ora sono la minaccia numero uno al mondo in quando per l'ennesima volta i conti a tavola soprattutto per quanto riguarda gli Usa non sono stati fatti con l'oste.
L'articolo preso da Infoaut cerca di spiegare il fenomeno Isis che sembra nato dal nulla ma che invece anche se breve,ha una sua storia che non è legata ad Al Qaeda e ad altri movimenti islamici di liberazione e di lotta che in modi diversi agiscono nel territorio Mediorientale ed in alcune zone africane ed asiatiche.

Il Califfato non esiste...

Spigolature geopolitiche (2.0)
di rk
E tutti lo sanno. È il segreto di Pulcinella, il non detto dell’attuale situazione geopolitica in Medio Oriente che è, insieme, quella di un caos inarrestabile ma anche di una leggibilità cristallina. Partiamo dal cuore della questione, per i principianti.

Un anno fa ad Obama non era riuscito il bombardamento aereo della Siria come passaggio decisivo per un regime change a Damasco. Non era riuscito per l’opposizione russa in primis ma anche per il nullo consenso nell’opinione pubblica occidentale. E ne aveva ricevuto la riprovazione al limite dell’insulto da parte della tacita alleanza tra petrolmonarchie e Israele, già scosse dalla sollevazione araba del 2011 prima contenuta e poi rovesciata sì, ma con una certa fatica.

Oggi? Obama sta facendo esattamente quello che non gli era riuscito allora: bombarda il territorio siriano distruggendone il residuo di infrastrutture e soprattutto stringendo come un avvoltoio il cerchio intorno al vero obiettivo, il regime di Assad. E lo fa non solo con l’appoggio militare-logistico dei suddetti ma anche con il consenso o l’acquiescenza passiva del pubblico occidentale bombardato anche lui dalla caterva di news incontrollabili intorno al rinnovato refrain della guerra al terrorismo.

Che l’asse Washington-Arabia Saudita stia agendo per “distruggere” l’Isis è dunque una favoletta cui neanche un bambino, se adeguatamente informato, crederebbe. Basterebbe fare due più due. Ma per gli amanti dei “fatti” ora stanno uscendo anche dettagliate informative sulla vera posta in palio dell’accordo in questione (p.es.: http://www.zerohedge.com/news/2014-09-25/look-inside-secret-deal-saudi-arabia-unleashed-syrian-bombing), mentre nei pensatoi e sulla stampa nordamericana si sta apertamente discutendo, ora con entusiasmo ora con qualche preoccupazione, delle condizioni e delle implicazioni possibili del rovesciamento del governo di Damasco. Non come sottoprodotto, attenzione, della lotta anti-terrorismo ma come suo vero obiettivo.

Ma come, non esistono i tagliatori di teste? E non vogliono reinstaurare il califfato? Esistono, esistono, e nell’impazzimento del sistema globale se ne troveranno sempre di più, sia come gang al soldo di poteri “insospettabili” sia come illusorio riscatto rovesciato, al limite della sfida nichilista alla morte, nell’odio contro altri esseri umani lungo linee divisorie di religione o razza. (le due cose spesso e volentieri insieme).

L’Isis, e altre formazioni simili, è questo. Costruito, supportato, finanziato e armato - potremmo dire: non fino a ieri ma in parte a tutt’oggi - direttamente dalle petrolmonarchie e dalla Cia (e da Ankara) in funzione anti-Gheddafi prima e anti-Assad poi. Mentre in Libia il gioco è riuscito, in Siria aveva finora incocciato la resistenza militare dell’asse sciita oltrechè la generale disaffezione di gran parte della stessa popolazione sunnita, all’inizio allettata dall’intervento di “amici” dall’estero. Sconfitta ma non distrutta l’Isis sul terreno, perché non farla dilagare in Iraq - sfruttando anche lì la crescente spaccatura sunniti-sciiti - per farne definitivamente un failed state diviso in tre o quattro porzioni a produrre un’instabilità permanente, e rompere così l’asse Iran-Iraq-Siria-Hezbollah? Con i kurdi irakeni complici, e il regime turco costretto a far buon viso a cattivo gioco.

A questo punto Washington e i veri califfi, i custodi dei “luoghi santi” del petrolio, non hanno avuto problemi a rovesciare (fino a quando?) le linee di supporto e iniziare a bastonare i propri ex freedom fighters (come già in Libia, e preparandosi a sostenere/creare altre “libere” opposizioni ai regimi “non democratici”). Nel più puro stile dei racket, appunto. Orchestrando al contempo un’incredibile campagna di disinformazione che… neanche Bush.

Due cose ancora andrebbero tenute in debito conto.

L’Isis, e consimili, non sono affatto la prosecuzione di Al Qaida (per lo meno quella binladista), che per quanto manovrata dagli ineffabili Saud aveva un suo programma “internazionalista” in salsa islamista che cercava di diffondere non certo grazie a  video tragico-demenziali da kids di banlieu in formato facebook ma con messaggi alle “masse” (e anche al pubblico occidentale). Basta pensare che invece i califfisti questa estate, mentre dilagavano (li si lasciava dilagare) in Iraq, non hanno avuto mezza parola sul massacro israeliano a Gaza…

Ma, su tutto, va considerato che ciò che ha innescato l’attuale situazione di disgregazione al limite dell’impazzimento in Medio Oriente è precisamente la risposta statunitense alla sollevazione di piazza Tahrir (e delle altre Tahrir arabe). Il détournement obamiano della cosiddetta primavera araba a partire dall’aggressione alla Libia - da tutti salutata come liberazione da un “tiranno” - è proseguito nell’assalto indiretto alla Siria, nel rovesciamento reazionario della situazione egiziana ecc. ecc.

Se non si parte da questo - comprese le debolezze e i limiti del ciclo di lotte Occupy, nel mondo arabo e in Occidente - si rischia di non capirci più nulla. E di accodarsi oggi, senza il minimo di autonomia politica, vuoi alla rinnovata lotta al “terrorismo” vuoi, su altri fronti, agli scimmiottamenti di Occupy che piazze più o meno consapevolmente filo-americane han fatto o stanno facendo o faranno contro il “regime antidemocratico” di turno. Mentre la geopolitica del caos targato U.S.A. può così proseguire (ma, pensiamo, sempre meno indisturbata) inserendosi in contraddizioni sociali reali.

Il meno che si possa dire di fronte a questa tragicommedia degli orrori (soprattutto a venire) è che se non ci sono fronti statali da difendere, neanche “tatticamente”, dall’incedere della libertà a stelle e strisce, non per questo si tratta di restare indifferenti, o peggio compiacenti, di fronte al nemico number One di ogni prospettiva di cambiamento dello stato di cose esistente.

Forse sarebbe il momento di tornare a ragionare sul nesso democrazia, impero, imperialismo… ma non pare esserci molto interesse al riguardo.


tre ottobre ‘14
rk

venerdì 3 ottobre 2014

LA BATTAGLIA PER L'AEROPORTO DI DONETSK

Come spesso accade in una guerra dimenticata oppure come nel caso di quella che si sta combattendo nel Donbass dove l'informazione dei media televisivi è praticamente a senso unico,la notizia di una morte di un personaggio fuori dal coro dei combattenti come può esserla quella di un giornalista o come in questo caso di un operatore della croce rossa,suscita scalpore e viene comunicata in breve tempo e come news di prima importanza.
L'Ue,preoccupata della tregua violata e dall'intensificarsi degli scontri che nelle ultime ore hanno visto i protetti dell'Europa stessa e degli Usa colpire una scuola ed un centro commerciale a Donetsk,una delle città più importanti dei filorussi,invita al rispetto del cessate il fuoco attaccando nuovamente la Russia(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2014/09/ce-una-zona-smilitarizzata-tra-ucraina.html ).
I filonazisti ucraini proseguono nei loro attacchi mentre Mosca sta indagando per genocidio il ministro della difesa di Kiev,ed il nodo cruciale dei combattimenti di queste ore rimane l'aeroporto di Donetsk,per ora nelle mani dei combattenti della Nuova Russia:articolo preso da Contropiano(http://contropiano.org/internazionale/item/26678-tiro-al-piccione-su-donetsk-ucciso-un-volontario-svizzero-della-croce-rossa )

Tiro al piccione su Donetsk, ucciso un volontario svizzero della Croce Rossa.
                                                                              
Ormai i combattimenti e i bombardamenti nelle città dell’Ucraina Orientale sono tanti e di tale intensità che parlare di ‘cessate il fuoco’ vuol dire dare per buona una chiave di lettura di quanto sta accadendo in quei territori che può soddisfare sicuramente l’esigenza del regime di Kiev di dare un’immagine di normalità, ma non la realtà dei fatti.
Dopo gli 11 morti provocati dai missili che hanno centrato una scuola e un pulmino in un quartiere di Donetsk a 4 chilometri dall’aeroporto teatro di durissimi combattimenti, ieri è stato il centro della città ad essere preso di mira dai bombardamenti dell’artiglieria governativa.

Cannonate e colpo di mortaio si sono abbattuti su un centro commerciale, per fortuna chiuso, senza quindi causare vittime, ma hanno anche ucciso un operatore svizzero della Croce Rossa - Laurent Etienne Du Pasquier, 38 anni, di Ginevra – colpito mentre si trovava vicino alla sede dell’istituzione internazionale. Colpito anche un palazzo di nove piani nella zona dell’Università.

Incredibilmente l’Unione Europea, che prima ha sostenuto il golpe contro il governo legittimo del paese ed ora sostiene un regime che ha scatenato il proprio esercito contro una parte della popolazione che rifiuta i nuovi governanti, si è detta «preoccupata dall’intensificarsi» dei combattimenti nell’est dell’Ucraina e ha ricordato la «necessità di uno stretto rispetto del protocollo sul cessate il fuoco del 5 settembre e del memorandum attuato dal 20 settembre». Una dichiarazione cinica e strumentale che non ha evidentemente l’obiettivo di richiamare all’ordine i nazionalisti di Kiev ma al contrario di giustificare l’aggressività dell’Unione Europea contro la Russia, accusata di non voler tenere a freno i guerriglieri delle Repubbliche Popolari e per questo colpita da sanzioni riconfermate solo pochi giorni fa nonostante le rassicurazioni in senso contrario delle scorse settimane.

Mosca risponde come può: ieri il Comitato Investigativo russo ha aperto un’inchiesta per genocidio nei confronti del ministro della difesa ucraino, Valeri Gheletei, del capo di stato maggiore di Kiev, Viktor Muzhenko e del comandante della 25/ma brigata delle forze armate golpiste, Oleg Mikas.

Intanto proseguono gli scontri per il controllo dell’aeroporto di Donetsk, dove si assiste a continui capovolgimenti di fronte e a un bagno di sangue: se nei giorni scorsi le milizie avevano colpito un veicolo ucraino per il trasporto truppe uccidendo nove militari, l’altro ieri è stato l’esercito a uccidere 7 miliziani durante un attacco in grande stile. Comunque ormai le forze armate della Nuova Russia controllano una parte importante dello scalo, ormai ridotto in macerie ma obiettivo fondamentale per ricacciare indietro l’esercito ucraino e impedire così che l’aeroporto continui ad essere utilizzato per bersagliare la città e continuare a massacrare civili.
La continuazione della guerra nell’est del paese continua a provocare problemi alla Giunta golpista che si appresta a gestire le elezioni politiche del 26 ottobre. Ieri a Leopoli, culla dell’estrema destra nazionalista nell’ovest dell’Ucraina, i parenti di molti soldati inviati al fronte hanno bloccate alcune strade della città chiedendo il ritorno a casa dei loro familiari, e affermando che il battaglione in cui i giovani combattono è stato creato dal governo per difendere la regione in caso di attacco e non per essere mandato allo sbaraglio.

giovedì 2 ottobre 2014

UN ALTRO GIOCATTOLO PERICOLOSO IN MANO AGLI SBIRRI

La notizia della sperimentazione da parte della polizia dell'arma del taser,la pistola elettrica in dotazione ai "difensori della legge" in parecchi Stati al mondo,è una di quelle che arretra i diritti delle persone ed aumenta con un oggetto pericoloso la fame di violenza e di repressione sbirresca non risolvendo il problema della sicurezza.
Questo nuovo giocattolo in mano a delle persone che già non hanno difficoltà a manganellare e addirittura a sparare dei veri proiettili sarà certamente uno strumento che verrà abusato in particolari situazioni come manifestazioni,eventi sportivi,posti di blocco e controlli personali.
Negli soli Stati Uniti in poco più di dodici anni le pistole elettriche hanno provocato 846 decessi di uomini di cui il 90% disarmati,e questo si aggiunge a tutti gli altri strumenti repressivi che già i corpi di polizia hanno in dotazione:manganelli,spray urticanti,pistole,fucili,gas lacrimogeni,scudi acustici e altro.
Come non bastasse l'esperienza insegna che questi armamenti in mano a persone,non tutte,non pronte fisicamente e psicologicamente ad adempiere al loro lavoro,magari sotto l'effetto di sostanze psicotrope e stupefacenti,creano un mix micidiale alla salute ed alla vita di chi questa gente in divisa ha davanti.

Dl stadi: 'si' alla pistola taser per la polizia.

Approvato ieri l'emendamento al dl stadi che autorizza l'utilizzo in "via sperimentale" da parte della polizia della pistola elettrica Taser. L’emendamento, approvato dalle commissioni Giustizia e affari costituzionali della Camera, è stato proposto dal deputato Gregorio Fontana di Forza Italia al decreto stadi, in discussione ieri alla Camera dopo essere stato annunciato mesi fa in pompa magna dal ministro Alfano sull’onda emotiva dell’omicidio del tifoso napoletano Ciro Esposito.
Seppur in via sperimentale giunge quindi anche in Italia, l'utilizzo di una nuova arma di repressione, già in uso in diversi paesi europei tra i quali Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Svizzera. Mentre i media mainstream, acclamano la novità insieme a chi ha approvato l'emendamento, precisando come possa essere un'arma di dissuasione non letale, alcuni dati statistici rivelano come l'utilizzo del taser da parte degli agenti negli USA a partire dal 2001, abbia portato alla morte di 864 persone e il 90% di questi era disarmato. Inoltre la polizia potrà fare uso di piccole telecamere indossabili in precise manifestazioni pubbliche, la cui necessarietà viene dettata su una contingenza alquanto ambigua. Lo ha stabilito il Garante della privacy che ha fornito il suo parere sul nuovo sistema di ripresa avviato in via sperimentale dal Dipartimento di pubblica sicurezza in quattro città, Torino, Milano, Roma e Napoli.

L'emendamento di ieri è un altro elemento chiaro che va ad implementare un contesto di stato d'eccezione, con una militarizzazione crescente, nelle strade italiane. Più strumenti quindi alle forze dell'ordine per reprimere il dissenso sociale, in completo allineamento con quello che è il livello europeo sotto questo aspetto. Emblematico di come la risposta delle istituzioni di fronte al concretizzarsi di problemi sociali non di poco conto, sia implementare armi di dissuasione verso chi vuole riprendersi e/o conservare la propria dignità.

mercoledì 1 ottobre 2014

LO SCIOPERO DEI MINATORI INGLESI NEGLI ANNI OTTANTA

Lo sciopero indetto dai minatori britannici indetto nei primi anni ottanta  cui seguì per solidarietà quello dei ferrovieri e dei portuali,ebbe nella data del primo ottobre di trent'anni fa un ulteriore spinta verso la protesta  dopo che il Num(National Union of Mineworkers,il sindacato nazionale dei minatori)proseguì lo stesso sciopero nonostante il parere contrario dei tribunali inglesi.
Quelle lotte della working class durarono per mesi ed il governo della Thatcher cercarono di fermare le proteste nel sangue utilizzando migliaia di poliziotti che caricarono e pestarono giornalmente migliaia di manifestanti uccidendone due,e ferendone centinaia e arrivando ad arrestare durante questo arco di tempo undicimila persone.
La produzione del carbone praticamente cessò dopo che lo sciopero cominciato nel marzo del 1984,frutto di una privatizzazione e della ristrutturazione mediante drastici tagli di alcuni settori dell'economia britannica come la siderurgia,la produzione del carbone ed il settore ferroviario.
Il risultato fu oltre che lo scontento generale dei lavoratori del Regno Unito,il licenziamento di migliaia di uomini e donne ed un accanimento verso le organizzazioni sindacali multate e processate.
Articolo preso da Senza Soste cui aggiungo questo di Baruda:http://baruda.net/2014/01/28/i-minatori-avevano-ragione-lo-dicono-documenti-desecretati-e-pubblicati-dalla-bbc-noi-lo-sapevamo-gia/ ),e sentendo parlare oggi di scioperi in Italia c'è solo da impallidire ed inchinarsi a queste di proteste.



1 ottobre 1984: lo sciopero dei minatori britannici. 
Dopo l'elezione di Margaret Thatcher nel 1979 in tutto il Regno Unito si andò accentuando la politica liberista volta alla distruzione dello stato sociale e alla liberalizzazione delle aziende di propietà dello stato.
La strategia delineata fu quella di intraprendere un vasto programma di chiusura di unità produttive in taluni settori, come la siderurgia, le ferrovie e il carbone, di privatizzare e intaccare il monopolio statale nei settori in espansione come le telecomunicazioni, e di stabilire un sistema misto pubblico-privato nella sanità, tra ospedali, municipalità e ditte private.
Uno dei primi obbiettivi del governo, dopo i lavoratori pubblici e i ferrovieri, fu l'industria del carbone, una delle più grosse d'Europa, e nel quale esisteva probabilmente il più combattivo e compatto sindacato inglese il National Union of Mineworkers.
A seguito della decisione dell'Ufficio Nazionale del Carbone di avviare un piano di ristrutturazione del settore che avrebbe portato alla chiusura di venti pozzi e al conseguente licenziamento di decine di migliaia di lavoratori,il 12 marzo 1984, iniziò lo sciopero.
Entro la fine di marzo la produzione di carbone nel Regno Unito fu quasi totalmente ferma.
Un ruolo determinante in questa lotta lo giocarono i picchetti volanti, ai quali parteciparono molti giovani lavoratori che per la prima volta si trovano coinvolti in un conflitto sociale su scala nazionale.
Protagoniste durante tutta la durata dello sciopero furono le donne che non accettarono più il loro ruolo di subordinazione che le vedeva ad organizzare le attività di sostegno agli scioperanti ma anzi furono sempre in prima linea nelle assemblee, nei picchetti, nei cortei e negli scontri con la polizia.
Per fermare i picchetti il governo inviò circa diecimila poliziotti nei bacini carboniferi che si scatenarono in cariche feroci sui lavoratori. Una delle principali operazioni della polizia fu quella di intercettare i picchettatori per impedire che arrivino alle miniere.
L'azione dello stato non si limitò alla repressione poliziesca: multe e confische di beni colpirono le organizzazioni sindacali che organizzarono o appoggiarono i picchetti in altre regioni, addirittura il NUM ricevette una multa di 200 mila sterline per aver organizzato i picchetti e quando il sindacato si rifiutò di pagarla tutti i suoi fondi vennero sequestrati dal tribunale di Londra.
Contemporaneamente ai minatori scesero in sciopero i ferrovieri e i portuali per evitare che il carbone venisse importato dall'estero e per dimostrare il loro sostegno ai minatori. Così facendo riuscirono a portare all'esaurimento la maggior parte delle scorte di carbone e a costringere allo stop la produzione in altri settori chiave dell'economia britannica, come le acciaierie.
La reazione del Governo fu durissima: vennero intensificati i processi, le cariche ai cortei dei lavoratori e per disperdere i picchetti, si iniziò ad intaccare gli stessi diritti sindacali con alcuni tribunali che dichiaravano illegali gli scioperi.
Il 1 ottobre 1984 il segretario del NUM viene citato in giudizio per aver difeso la pratica dei picchetti e aver contraddetto pubblicamente un tribunale che aveva dichiarato illegale lo sciopero nello Yorkshire.
I parlamentari laburisti si dissociarono dalle pratiche messe in campo dai lavoratori in lotta arrivando fino a condannare lo sciopero che stava proseguendo da mesi; di fatto associandosi alla campagna diffamatoria messa in campo dal governo e dai giornali borghesi contro l'intera categoria.
Questa campagna unita alla dura repressione (due lavoratori uccisi dalla polizia; 710 licenziati, circa 10.000 delegati e militanti di base arrestati e in attesa di processo) e all'azione legale da parte del governo contro il NUM portò una strettissima maggioranza del congresso del sindacato a decretare la fine dello sciopero il 3 marzo 1985 che comunque, soprattutto in Scozia e nel Kent, durò ancora diversi giorni.