lunedì 13 gennaio 2014

LA RAI TRA "PRESA DIRETTA" E "GLI ANNI SPEZZATI"

L'articolo proposto e preso da Senza Soste parla della trasmissione che Rai Tre ha mandato in onda lunedì sera dal titolo"Morti di Stato"per il programma"Presa diretta"e che ha avuto degli strascichi differenti nelle persone e in alcune associazioni.
Le storie raccontate e le immagini mostrate per la maggior parte delle persone che hanno una mezza coscienza ed una indipendente capacità di analizzare semplici fatti hanno indignato e fatto provare rabbia e vergogna per via degli insensati abusi di poteri polizieschi che sono stati descritti.
Pestaggi che hanno portato alla morte o a gravi danni fisici,avvenuti per strada o in carcere hanno indignato l'Italia,almeno quella che ancora ignorava(e ce ne sono ancora tanti purtroppo)i vari casi Cucchi,Aldrovandi,Scaroni,Uva,Sandri,Ferulli,Rasman e Brunetti(si può vedere la puntata qui:http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/07/morti-di-stato-presadiretta-con-la-costituzione/833856/ )e che hanno evidenziato la mala polizia,le mele marce che sono molte di più di quanto si creda e che sviliscono l'operato quotidiano di chi compie il proprio mestiere talvolta in condizioni precarie di mezzi tecnici ed economici che sembrano essere ormai in minoranza.
Propongo anche un paio di link,il primo preso da Contropiano(http://www.contropiano.org/malapolizia/item/21440-dopo-presa-diretta-i-poliziotti-invitano-all-illegalita )con il comunicato di uno dei tanti piccoli sindacati di destra della polizia che invita i propri iscritti a non pagare il canone Rai visto che proprio loro sono usciti con le ossa rotte da questo programma che altro non ha raccontato che la verità.
Il canone Rai invece non dovrebbe essere pagato per fiction tipo"Gli anni spezzati"che difendono l'opera di poliziotti e di giudici e magistrati in pieno stile revisionista riscrivendo la storia dei così detti anni di piombo,con autocensure degli stessi autori che hanno prodotto una serie spazzatura(vedi ancora:http://www.contropiano.org/interventi/item/21404-gli-anni-spezzati-una-fiction-assai-trash ).
Per concludere sempre riferendosi alla fiction trash di Rai Uno ecco un breve articolo di Militant-blog che riassume errori evidenti riferendosi alla prima puntata che parla di Piazza Fontana e che tra l'altro contiene(siamo nel 1969):un manifesto di Caga Povnd,gli Euro,fotografie della strage di Piazza della Loggia,canzoni non ancora nate e manifesti di concerti ancora mai fatti(http://www.militant-blog.org/?p=10107 ).

"Altro che mele marce, in Italia c'è un laboratorio sulla repressione sociale". 
Italo Di Sabato, responsabile nazionale dell'Osservatorio sulla repressione. La madre di Stefano Cucchi nella trasmissione di Iacona Presa Diretta ha dichiarato “che era giusto che il figlio pagasse, ma non con la vita. Che in Italia la pena di morte non esiste e non la possono fare loro”. Anche il marito ha dichiarato che Stefano sarebbe dovuto entrare in comunità.
Comprendo i genitori di Stefano che ammettendo le “colpe” di Stefano dicono anche una amara verità: l’inutilità del carcere per chi fa uso di sostanze. Ma purtroppo le carceri italiane, vere discariche sociali, sono piene di tossicodipendenti. Inoltre Stefano cosi come gli altri casi raccontati da “Presa Diretta” erano ragazzi che avevano forse commesso uno sbaglio. Questo non giustifica la fine che hanno fatto né la fatica assurda, disumana, affrontata da famiglie e amici per ottenere la verità. L'opinione pubblica è rimasta spesso indifferente. Non possiamo ridurre il problema, come ha fatto il vice capo della polizia Marangoni nell’intervista rilasciata a Iacona, alla retorica minimizzante delle 'poche mele marce'. In primo luogo, inizia a nascere il sospetto che non siano poi così poche; in secondo luogo, viene da chiedersi in quale cultura, in quale speranza di impunità, in quale clima politico queste mele marciscano. Sappiamo che la degenerazione democratica di un paese non è una cosa astratta. Impossibile pensare che le contraddizioni e le tensioni di un paese in crisi non si riflettano nelle sue forze dell'ordine, che della convivenza civile in quel paese dovrebbero essere garanzia. La società dei diritti è uno schermo eretto a proteggerci. A volte sembra esserci in questo paese un rinnovato desiderio di violenza. C'è chi aspetta di vedere all'opera la mano meno democratica della polizia. C'è chi giustifica le mele marce e contribuisce così al diffondersi della malattia.
L'altro ieri sono stati riportati all’opinione pubblica diversi casi, Aldrovandi, Cucchi, Uva… è mancato Carlo Giuliani. Un’omissione volontaria?
Troppe volte in questi anni ho sentito dire “Si è vero è morto un ragazzo….però Carlo Giuliani se l’è cercata… aveva un estintore in mano…” Personalmente credo invece che l’omicidio di Carlo Giuliani, cosi come la violenta repressione subita nelle strade di Genova, le torture e le sevizie alla Diaz e Bolzaneto abbiamo un filo conduttore con i “morti di Stato” riportati da Presa Diretta. Genova da vicenda-simbolo delle violenze delle forze di polizia (nonché dell’impunità e della scarsa capacità degli apparati dello Stato nell’indagare su se stessi) è diventata una gigantesca rimozione. E così si perde un nesso causale fondamentale: gli abusi di oggi sono figli di un’involuzione delle forze dell’ordine, a sua volta figlia di un percorso culturale che ha sancito il declassamento dei diritti nelle priorità dei cittadini e della politica. Una rimozione senza che ci sia mai stata una presa di distanza o un’autocritica da parte dei vertici, della polizia o delle Istituzioni in generale, verso le violenze commesse. Sarebbe opportuno che la politica e i media nazionali dimostrassero oggi a distanza di quasi 13 anni almeno la sensibilità dimostrata da Presa Diretta verso i casi Cucchi, Uva, Aldrovandi ecc..: oltre a costituire un parziale e tardivo risarcimento per i fatti genovesi, sarebbe la migliore dimostrazione di una sincera volontà a far sì che queste vicende non si ripetano.
Un fatto eclatante, che non va giù all’opinione pubblica e non possiamo trascurare: i vertici della polizia, nella persona di Alessandro Marangoni, vice capo vicario della Polizia di Stato, hanno negato il numero identificativo per i caschi e le divise dei poliziotti. Hanno parlato invece dell’utilizzo di uno spray urticante al peperoncino che verrà provato a Milano…
Per fronteggiare la crisi economica e sociale verranno ulteriormente inasprite le norme legislative e la gestione dell’ordine pubblico ispirandosi a quel laboratorio della repressione sociale che nell’ultimo decennio hanno rappresentato le curve degli stadi. Il governo teme il conflitto sociale e soprattutto la possibilità di una saldatura stabile tra le varie componenti della protesta: i metalmeccanici, i precari, gli studenti,chi vive la crisi abitativa, i migranti. Per questa ragione stanno per essere varati una serie di dispositivi di natura legislativa e tecnica in grado di consentire un ulteriore giro di vite repressivo nei confronti del diritto di manifestare e di esercitare l’attività politica con incisività e visibilità. Purtroppo penso che nei prossimi mesi avremo a che fare con forze dell’ordine dotate da tuta robocop, casco e maschera antigas, manganello agganciato dietro la schiena, decine di granate “incapacitanti”, cioè accecanti e assordanti, spray urticanti compreso i “capsulum”, potenti lancia-polvere di peperoncino che bruciano i polmoni. E’ in atto un processo di militarizzazione delle polizie che sono addestrate a muoversi e combattere negli “ambienti urbani” ove occorre isolare quartieri, edifici, abitazioni. Non a caso sono stati aboliti di fatto i concorsi per il reclutamento nelle polizie, riservandoli ai soli militari che hanno fatto la ferma volontaria e quindi esperienze nelle guerre in Iraq, Balcani, Bosnia, Afghanistan. Da quando l’Italia si è impegnata a fornire personale nelle guerre umanitarie, aree militari sono state attrezzate per ricostruire ambienti urbani e rurali dove si addestrano carabinieri, parà, assaltatori e bersaglieri che vanno ad operare all’estero, mentre gli stessi reparti di polizia militare sono addestrati realmente, nell’ambiente metropolitano, con l’impiego di ordine pubblico quotidiano sul territorio nazionale e sono gli stessi che operano a guardia di siti di rilevanza nazionale: cantiere No Tav in val Susa, discariche, termovalorizzatori ecc. Di fronte a questo scenario non si può restare in silenzio. Bisogna dare battaglia contro questa nuova ondata emergenzialista e repressiva
Insomma, da una parte la polizia parla di voler continuare il dialogo con i cittadini per un dovere di giustizia, dall’altra esprime la negazione di misure quali i codici identificativi che sarebbero una strada trasparente da percorrere…
Oggi anziché avere delle polizie che garantiscano il diritto a manifestare abbiamo delle polizie che ogni qualvolta si profili una protesta un po' massiccia, anche se lungi dal rappresentare una effettiva minaccia al potere, sceglie di passare a modalità militaresche. Nessuno sembra accorgersi che ben poco fanno le nostre polizie per contrastare il lavoro nero, le neo-schiavitù, l'insicurezza sul lavoro, i gravissimi attentati alla salute pubblica derivanti dall'inquinamento provocato dalle attività sommerse o semi-legali, le stesse ecomafie e le tanto citate evasione fiscale e corruzione. Un universo di reati - cioè di insicurezze - che restano ignorati perché, dalle polizie locali a quelle nazionali, la priorità assoluta è attribuita alla repressione. Cosa verrebbe fuori se si facesse un bilancio effettivamente indipendente e trasparente dei costi e benefici del governo delle insicurezze e della sicurezza in Italia? Ci saranno un giorno dei parlamentari ed eletti negli enti locali che vorranno cimentarsi con onestà e rigore su questo terreno? Per ora l'ignoranza in questo campo appare spaventosa. Tanti sbraitano davanti ai periodici abusi, violenze e atti razzisti, ma poi tutto passa non solo a causa della memoria corta che produce il bombardamento mediatico, ma perché non si guardano gli intrecci delle conseguenze di più di venti anni di liberismo al potere. Se c'è da fare controinformazione utile, occorre denunciare gli episodi di violenze poliziesche - militaresche come continuum di quella governance liberista che allo stesso tempo ignora le vittime delle diffuse e tragiche insicurezze e violenze, ossia quella buona parte della popolazione che tende a diventare maggioranza e che alcuni chiamano il 99 per cento.
tratto da http://www.controlacrisi.org
8 gennaio 2014

domenica 12 gennaio 2014

TANTAZ TANTA

bilbao11
Ieri avrebbe dovuto tenersi per le strade di Bilbao una manifestazione in solidarietà ai prigionieri politici baschi incarcerati lontano da casa loro in Spagna e Francia e che alla vigilia era stata proibita dal giudice Velasco:finita qui?
Assolutamente no,infatti dietro ad un semplice striscione con la scritta"Giza eskubideak,irtenbidea,bakea"(diritti umani,soluzione,pace)decine di migliaia di manifestanti hanno letteralmente invaso le strade della città basca e goccia a goccia hanno costituito un oceano di persone che in maniera pacifica e composta hanno manifestato contro il regime spagnolo(e in secondo luogo francese)e tutti gli apparati che vogliono impedire il processo di pace per ora solo unilaterale,in primis l'Audiencia Nacional e le organizzazioni che rappresentano le vittime del terrorismo.
Queste ultime due parti,che hanno voluto l'annullamento dell'evento,sono state piegate dal volere del popolo basco ed infine i magistrati hanno fatto un passo indietro e quindi tutta la sinistra basca,ma anche il Pnv,ed i prinicpali sindacati tra cui Lab ed Ela,hanno dimostrato contro la dispersione dei prigionieri politici baschi.
Già il governo spagnolo pochi mesi addietro avevano colpito Herrira(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/search?q=herrira ),l'organizzazione di volontari che danno il loro tempo per organizzare incontri e tutelare i presoak baschi,ma più si cerca di colpire la lotta per l'autodeterminazione basca e più il popolo combatte tenacemente.

Manifestazione vietata. Ma il no all’imposizione inonda Bilbao.               
                                                                       

La più grande manifestazione degli ultimi decenni nel Paese Basco. Mentre scriviamo a decine di migliaia stanno ancora sfilando nelle strade del centro della maggiore città basca mentre la testa è già da tempo arrivata davanti al Municipio in quella che doveva essere una manifestazione per il rimpatrio dei prigionieri politici e la difesa dei loro diritti violati dal governo spagnolo e che nel giro di poche ore è stata trasformata da Madrid in un inequivocabile e determinato ‘no’ alla dittatura.
Da mesi, i movimenti sociali e popolari che lavorano in solidarietà con i circa 500 prigionieri e prigioniere politiche basche rinchiuse in decine di carceri in Spagna e Francia, avevano indetto per oggi una manifestazione nazionale contro la dispersione. Un evento simile, lo scorso anno e due anni fa, aveva riempito le strade di Bilbao di più di centomila persone di diverso orientamento politico a sostegno della battaglia probabilmente più sentita dalla società basca.
Ma al processo di smobilitazione del fronte armato – l’Eta – e alla decisione da parte della sinistra indipendentista basca di accettare tutte le condizioni poste da Madrid, il governo della destra spagnola ha risposto con una serie incredibili di provocazioni, arresti, illegalizzazioni.
Tre mesi fa una retata che ha portato all’arresto di decine di attivisti e dirigenti del movimento di solidarietà con i prigionieri politici – Herrira – considerata dal PP e dalla magistratura, neanche a dirlo, un’emanazione dell’organizzazione armata. E poi, mercoledì scorso, l’Audiencia Nacional ha ordinato l’arresto di avvocati e attivisti della sinistra basca riuniti in un ufficio di Bilbao mentre stavano concordando le prossime mosse del collettivo dei prigionieri, reduci da uno storico comunicato che rinuncia alla storica richiesta di una soluzione collettiva per tutti i militanti incarcerati. Come se non bastasse, il giudice Eloy Velasco ha deciso ieri di proibire la manifestazione di oggi, che negli anni scorsi l’Audiencia Nacional non aveva voluto o non era riuscito a bloccare, con la scusa che i suoi promotori altri non erano che i dirigenti di Herrira già messi al bando.
Ma i promotori della manifestazione, preparata con decine di iniziative locali nelle ultime settimane – e sostenuta in tutto il mondo da comitati di solidarietà e associazioni per la difesa dei diritti umani – non hanno rinunciato a scendere in piazza.
E ieri i principali schieramenti politici baschi – la sinistra indipendentista di Eh Bildu ma anche i regionalisti di centrodestra del Partito Nazionalista Basco – insieme ai sindacati Lab ed Ela, hanno chiamato la società basca a manifestare contro la dispersione dei prigionieri baschi e contro le continue sospensioni della democrazia di cui sono promotori i giudici di un’istituzione tutta politica quale è l’Audiencia Nacional e frutto della continuità della Spagna ‘democratica’ di oggi con il regime franchista. I magistrati, a quel punto, hanno dovuto fare un passo indietro nonostante le proteste delle cosiddette 'associazioni delle vittime del terrorismo' - l'estrema destra interna ed esterna al PP - che chiedevano che anche questa nuova manifestazione fosse impedita.
E così oggi una marea mai vista di persone - 130 mila secondo i calcoli degli organizzatori - ha letteralmente inondato Bilbao portando con sé le bandiere simbolo della campagna per il rimpatrio ma anche le gocce blu della campagna ‘Tantaz tanta’ (goccia a goccia) che da un anno circa simbolizza il coinvolgimento di ogni singola forza sociale e di ogni singolo cittadino a sostegno della fine della dispersione. Il grosso dei partecipanti ha percorso assai lentamente il percorso ufficiale, ma a decine di migliaia hanno dovuto manifestare nelle strade adiacenti vista l'impossibilità fisica di entrare nei pure larghi viali del centro di Bilbao.
Il lunghissimo serpentone ha sfilato dietro uno striscione che rivendicava, semplicemente "Diritti umani, soluzione, pace". Doveva essere un corteo silenzioso ma più volte gli slogan contro la repressione e di vicinanza con i prigionieri hanno risuonato nel pomeriggio di oggi.
Una giornata storica, una risposta corale e di massa scatenata dalle continue e inaccettabili provocazioni del governo spagnolo contro un processo di pace che è andato avanti da una parte sola, mentre Madrid continua imperterrita nella sua guerra. 
 Leggi anche: Retata di avvocati baschi. La Spagna come la Turchia                                                      Processo di pace? Il Paese Basco al bivio

sabato 11 gennaio 2014

LA MORTE LEGALE DI SHARON


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Un paio di parole sulla morte medica di Ariel Sharon,forse il più grande aguzzino dei palestinesi nell'ancor breve storia dello Stato israeliano,visto che ormai era fuori dai giochi da otto anni dove galleggiava nel limbo dello stato vegetativo durante i quali spero abbia sofferto le pene dell'inferno le cui porte da oggi si sono spalancate in maniera trionfale.
Basterebbe solo citare Sabra e Shatila come etichetta per questo che definire uomo mi sembra così riduttivo e sacrilego anche per molti altri criminali che hanno infestato la storia del mondo fino ad oggi:forse Hitler sarebbe stato degno di essere equiparato a tale schifosità disumana.
E pare strano accostare il nome di colui che organizzò lo sterminio sistematico di milioni di ebrei con quello di chi sul sangue palestinese inventò dal nulla,con aiuti non indifferenti da parte del resto del mondo occidentale,lo stato ebraico d'Israele.
L'articolo,evidentemente un coccodrillo lungo quasi una decade,preso dall'interessante Q Code Magazine(http://www.qcodemag.it/2014/01/11/morte-ariel-sharon/ ),analizza l'operato del carnefice Sharon,infine dandogli anche una personale vittoria su quello che ha sempre voluto prima da soldato e poi da politico,ovvero la distruzione della Palestina e la nascita e la difesa d'Israele,e su questo da demonio non ha sbagliato quasi nulla,ed ora che è"legalmente"morto il suo personale inferno,la Geenna,è pronto ad accoglierlo con la dovuta violenza,per sempre.

E’ morto Ariel Sharon, generale ed ex primo ministro israeliano


di Christian Elia


Il confine è un’invenzione dell’uomo. Un limite che può essere imposto, immaginato, scritto e raccontato. L’unico confine che non sia nelle mani e nei progetti degli uomini è quello tra la vita e la morte. Non sempre, però.
Ariel Sharon è arrivato al suo confine il 4 gennaio 2006. Da quel giorno è restato sospeso, tra la vita e la morte, secondo la sensibilità, la spiritualità e le personali convinzioni di ciascuno. Alcuni giorni prima un ictus aveva colpito colui che in quel momento era primo ministro d’Israele; dimesso dall’ospedale, le sue condizioni si erano aggravate fino al tracollo, seguito da un coma vegetativo finito oggi.

In questi otto anni sono cambiate molte cose nel mondo, molte meno in Israele e Palestina. Ne accadono ogni giorno, ma l’occupazione dei territori palestinesi è stata come assimilata dalla diplomazia e dall’opinione pubblica internazionale. Proprio quello che Sharon ha sempre voluto.

La retorica è arte sottile, melliflua. Di fronte alla morte, poi, regala il meglio del suo campionario. Ecco che da giorni, dopo l’annuncio della “morte imminente” diffuso dall’ospedale, si racconta la figura dello statista Sharon capace di ordinare lo sgombero delle colonie ebraiche di Gaza nel 2005. Ultima vera grande iniziativa per sbloccare i negoziati di pace in Terra Santa.



Un’enorme falsità. Perché Ariel Sharon non ha mai lavorato alla pace o alla guerra in una logica di umanità e diritto, ma sempre e solo in chiave strategica. Sharon non ha mai smesso di essere un soldato. Ha sempre agito e pensato da soldato, finalizzando qualsiasi scelta, militare e politica, a un obiettivo da ottenere. Costasse il massacro di migliaia di palestinesi inermi nei campi profughi di Sabra e Chatila in Libano o gli insulti di quei coloni ebrei usati quando servivano e scaricati quando non servivano più.
Sharon non è mai stato neanche un ragazzo. Da adolescente era un terrorista. Perché la lotta per creare uno stato ebraico in Palestina è iniziata quando Ariel Scheinermann (il vero nome della sua famiglia, immigrata in Palestina dalla Lituania al tempo del Mandato Britannico, poi mutato in Sharon), a 14 anni, è entrato nel 1942 nel Gadna,  battaglione paramilitare, e in seguito nell’Haganah, la forza paramilitare ebraica.

Attentati, bombe, civili. Tutto quello che per decenni è stato rinfacciato agli arabi come terrorismo era lo strumento di Sharon e di migliaia di altri ebrei che lottavano per il loro obiettivo. Dopo la Seconda Guerra mondiale, nel 1948, viene proclamato lo Stato d’Israele, gli arabi non accettano, inizia la prima guerra. E I terroristi diventano loro. Sharon, avesse mai potuto dire la verità in un’intervista, avrebbe potuto stupire tutti, ammettendo che conta solo l’obiettivo per chi è nato e morto soldato.

Ferito nel ’48, ufficiale a 21 anni, nei servizi segreti a meno di 25 anni. Una carriera fulminante, perché il soldato Sharon non conosceva l’esitazione della morale, il confine dell’etica di fronte al dolore degli esseri viventi. Contava l’obiettivo e la strategia per raggiungerla. Negli anni Cinquanta comanda, con il grado di maggiore, l’infame Unità 101, specializzata in rappresaglie contro attacchi in territorio israeliano. Rappresaglie che riguardavano le famiglie degli arabi. L’Onu, nel 1953, chiese lo sciogliment dell’unità per la barbarie delle sue azioni.



Nel conflitto del ’56 è già generale, ma la sua ascesa vertiginosa rallenta negli anni Sessanta, quando il leader Moshe Dayan gli preferisce altri generali, anche se combatte anche nel 1967 comandando una divisione corazzata. La sua rivincita arriva nel 1973, quando l’esercito israeliano si fa cogliere di sorpresa dagli arabi, e Sharon viene richiamato di fretta. Serve uno che non ha limiti, che non conosce confini.

La Terza Armata egiziana era sbarcata in Israele, gettando nel panico l’esercito dello Stato ebraico, ma Sharon organizzò un controsbarco sulla costa Africana, marciando fino a mettere i minareti del Cairo nel mirino dei suoi carri.  Venne fermato dalla tregua. Reagì rabbioso, lasciando l’esercito. Non era stato raggiunto l’obiettivo, si poteva porre le basi di un’occupazione che oltre Gaza e la Cisgiordania, occupate nel 1967, potesse comprendere anche il Sinai. Quanto sarebbe costato, in termini di vite umane, al soldato Sharon non importava nulla.
Si butta in politica, un altro campo dove esercitare strategia e tattica, una prosecuzione della guerra con altri mezzi. Ministro dell’Agricoltura foraggia in tutti i modi le colonie illegali, ritenute eccellenti avamposti di controllo e animati da un fanatismo raro. All’inizio degli anni Ottanta è ministro della Difesa. La guerra civile in Libano offre un obiettivo strategico: sgomberare il Libano meridionale dai vertici della resistenza palestinese. E’ un obiettivo, bisogna raggiungerlo, a qualsiasi costo.

Ordina l’invasione del Libano. Di Sabra e Chatila si è già detto, la stessa commissione d’inchiesta ne riconobbe la responsabilità. Sharon diventa un criminale di guerra, ma non c’è alcuna differenza per lui. La considerazione dell’opinone pubblica, ai suoi occhi, era poco più di soffio di vento. Obiettivi, mezzi. Il resto non conta.

Ricopre altri incarichi ministeriali, lavorando al nuovo obiettivo. Come da militare si è fatto politico per non dover più rispondere ai politici, da politico vuole farsi primo ministro, per decidere da solo. Non gli manca il fiuto. Come leader dell’opposizione in Israele, mentre il processo di pace ha prodotto gli inefficaci accordi di Oslo e l’omicidio di Rabin ha chiuso una stagione politica, Sharon vuole tornare alla sua strategia: annientare l’avversario.
Nel 2000 passeggia beffardo sulla Spianata delle Moschee. A Washington stanno per tornare i conservatori, il vento cambierà. Provoca l’insurrezione degli arabi. Vince le elezioni e ne ordina l’annientamento, passando da un crocevia decisive: la riduzione di Arafat, unico vero leader dei palestinesi, a terrorista. Del Premio Nobel del 1995 vuole distruggere tutto, la vita e la forza politica. Lo assedia. Arafat è la sua nemesi, le loro sono vite parallele. Sharon vuole chiudere i conti e gli attachi alle Torri Gemelle del 2001 sono il viatico propagandistico ideale: tutti gli arabi son terroristi. Solo qualche mediazione internazionale lo ferma nell’uccidere il nemico di sempre, assediato nella sua residenza di Ramallah.

Cinge d’assedio tutti i palestinesi, costruendo quel muro di separazione che rende visibile l’apartheid della Palestina. Sfrutta il momento propizio per sancire una situazione di vantaggio strategico che nessun accordo futuro potrà mai più rendere equo. Le donne arabe partoriscono ai check-point, più di 5mila palestinesi perdono la vita, almeno mille israeliani. Non conta, per Sharon. Le pedine sono nel posto giusto. Resta un’ultima cosa da fare.



Gaza. I coloni, sfruttati per anni, vengono abbandonati nel 2005 dal loro mentore. Sharon decide il ritiro unilaterale. La stampa internazionale si affretta a raccontare il grande gesto dello statista, che invece ha un piano perfetto. Gaza e la Cisgiordania si separano per sempre, la Striscia diventa una prigione a cielo aperto. Mai è stata immaginata una vera libertà per i palestinesi di Gaza: non c’era più da temere l’Egitto, si poteva abbandonare al suo destino quella terra povera, per concentrare forze e fondi altrove, dove si realizzerà l’obiettivo si Sharon: il grande Israele, dal fiume Giordano al mar Mediterraneo.
Il suo partito si irrigidisce, lui lo molla e ne fonda un altro. Non servono più, se si oppongono al disegno strategico del capo. Per lui la situazione è perfetta: gli arabi sono divisi, Arafat è ridotto a tragica comparsa, Gaza abbandonata al suo destino, la Cisgiordania è una serie di Bantustan palestinesi che tutto sono tranne che uno stato. Le risorse idriche saldamente sotto controllo.

Il confine della morale si sposta sempre un po’ più in là. Solo un ictus ha fermato il generale Sharon. Se potesse vedere oggi quell che accade a Gaza, dove si morirà di sete in pochi anni, mentre in Cisgiordania si vive nelle enclavi, con una diplomazia internazionale incapace di fare pressione, con una leadership palestinese in rotta (l’arresto e la condanna a vita a Marwan Barghouti è l’altro tassello di questa frammentazione), il generale Sharon sarebbe contento. Perché l’obiettivo è raggiunto. Costi quel che costi. Da soldato, se ne può andare soddisfatto. Missione compiuta.

venerdì 10 gennaio 2014

10-1-1993:LA MORTE E' UGUALE PER TUTTI

Il 10 Gennaio 1993 è una data che ha cambiato in modo ambivalente la storia degli ultras italiani in quanto la morte di Celestino Colombi per arresto cardiaco nei pressi dello stadio Comunale di Bergamo dopo la partita Atalanta-Roma ha segnato un punto di non ritorno nel panorama del tifo nostrano.
Questo cambiamento è stato sia positivo che negativo in quanto forse tra le primissime volte si è avuta una coscienza collettiva tra tifoserie differenti del"quello che oggi è capitato a me domani può capitare a te",e la grande solidarietà che ha abbracciato gruppi e squadre diverse verso questa sfortunata vittima che nemmeno aveva assistito alla gara è stata emblematica.
Il turno successivo di campionato la maggioranza delle curve espose lo storico striscione"10-1-1993:
La morte è uguale per tutti"e da allora sia a Bergamo che in altri stadi italiani si vede ancora lo slogan che ricorda quella data nel proseguo degli anni.
Celestino Colombi morì per lo spavento provocato dalle cariche dei celerini quando ormai non c'era più pericolo che le opposte fazioni venissero a contatto,gli scontri furono violentissimi ed i lacrimogeni volavano ad altezza uomo ed erano sparati per far male e venivano manganellate persone che non c'entravano nulla con gli scontri,c'erano bambini in lacrime con i genitori che tentavano di trovare un posto sicuro,famiglie che scappavano ed un caos totale immerso nella nebbia artificiale provocata dalla celere impazzita.
Ero lì con mio papà,quel giorno portai a casa un bossolo di lacrimogeno che s'infranse contro la tribuna di Viale Giulio Cesare a pochi metri da dove ci eravamo rifugiati,dei bigliettai vedendo la situazione riaprirono i cancelli per dare modo alle famiglie e ai passanti occasionali(la gara era finita da un bel pezzo)di trovare rifugio.
Al ritorno mi ricordo mia mamma impazzita ad urlare dicendo che c'era stato un morto,noi non sapevamo ancora nulla,non c'erano mica i cellulari,le notizie si apprendevano da 90°Minuto e gli scontri con la celere a Bergamo erano all'ordine della domenica ed erano tosti,che chi va oggi in curva non se li può nemmeno sognare.
Da quel momento le forze dell'ordine ed in particolar caso la celere capirono che l'impunità sarebbe sempre stata dalla loro parte:Celestino non è stata la prima e non è stata nemmeno l'ultima vittima di scontri avvenuti negli stadi o comunque in ambito di tifo,ma da allora nulla è cambiato e solo ora forse con il processo all'agente Spaccarotella che ha ammazzato Gabriele Sandri qualcosa è cambiato.

10 gennaio 1993 - La morte è uguale per tutti
 
 
 

10 gennaio 1993 - La morte è uguale per tutti

Il 10 gennaio 1993, esattamente 21 anni fa, moriva a Bergamo Celestino Colombi, colpito da infarto in seguito ad una carica della celere dopo Atalanta-Roma.

Il 10 gennaio 1993 è purtroppo diventata una data tristemente famosa. Quel giorno infatti dopo la partita Atalanta – Roma perse la vita Celestino Colombi, 41 anni.
La partita è finita, i tifosi romanisti sono già stati riportati in stazione, dove stanno per prendere il treno per tornare nella Capitale. Tutto liscio. Quando improvvisamente, e senza alcun motivo, la celere di Padova (di servizio quel giorno a Bergamo) decide di caricare gli ultrà bergamaschi rei di trovarsi al loro solito baretto a bere qualche birra. Durante queste cariche, 3 poliziotti si trovano davanti Cestino Colombi, che passava di li assolutamente per caso (era appena uscito da una seduta con lo psicologo). Minacciano con i manganelli il malcapitato, il quale preso dal panico si accascia a terra e muore per arresto cardiaco.

Celestino, va ricordato, non frequentava lo stadio. Aveva un passato da tossicodipendente. La questura si limitò ad uno scarno comunicato in cui si sottolineava la sua condizione di tossico, quasi a voler dire “tanto sarebbe morto lo stesso”. I giornali sportivi e non liquidarono la notizia con poche righe, parlando genericamente di “scontri fra tifosi” (con i romanisti che avevano già abbandonato la zona dello stadio), e di “cariche di alleggerimento” da parte della celere.

Per la prima volta un gran numero di tifoserie di serie A (e qualcuna anche di serie minori) misero da parte le rivalità (che nei primi anni ’90 erano ancora molto forti e quasi “invalicabili”) per portare avanti un’iniziativa comune di solidarietà. E così all’unisono in molte curve (Bergamo in primis, ma anche Roma, Lazio, Milan, Fiorentina, Genoa, Sampdoria, ecc) per una domenica sparirono i consueti striscioni per far spazio ad un unico telo raffigurante la frase: “10-01-1993: LA MORTE E’ UGUALE PER TUTTI!”. Fu un numero ridotto di tifoserie a partecipare all’iniziativa, ma quasi tutte profondamente rivali fra di loro.

Ancora adesso, e la nostra curva lo fara' anche domenica, in occasione della ricorrenza, viene esposto uno striscione a ricordo dell'accaduto..

giovedì 9 gennaio 2014

LE FALSE POLITICHE DI SINISTRA DI RENZI

Renzi-Letta
Breve commento all'articolo redazionale di Senza Soste che vede delle anomalie nelle posizioni di Renzi riguardo alcuni punti del suo progetto in quanto troppo di sinistra e per contro non da Pd,punti come una sostanziale modifica se non il cancellamento della legge Bossi-Fini in materia di immigrazione e clandestinità e sul tema delle unioni civili e di un'apertura sui matrimoni gay.
Il pezzo parla anche della modifica alla legge elettorale ma non fa riferimento al job act di cui ho già parlato e che è patto col diavolo,ma rimanendo nel contesto si spiega come questi interventi che tanto sembrino di sinistra invece siano delle forzature create appositamente per sbilanciare politicamente l'assetto ultimo che vede Letta e Alfano in uno stato di perenne compromesso.
Tali azioni sono svolte a rompere questo equilibrio in modo che l'attuale governo vacilli sempre più verso alla rottura totale,escludendo dal gioco per ora operazioni in materia di politica economica che sappiamo già tutti essere manovrate da Bruxelles della quale siamo più giorno dopo giorno una colonia sempre maggiormente decentrata.

La supercazzola di Renzi a Letta. 
Mentre il governo Letta si gongola per lo spread sotto i 200 punti, unico successo di una politica economica e finanziaria disastrosa con disoccupazione alle stelle e votata solo ad austerità e salvataggio delle banche, il borioso neoducetto del Pd procede nell'opera di destabilizzazione del governo. Renzi infatti incalza Letta con una tripla supercazzola creando immediatamente una rottura con Alfano e il nuovo centrodestra.
1. La supercazzola sulla legge elettorale. Renzi ha presentato un tris di proposte (modello spagnolo, Mattarellum, sistema dei sindaci) per non dare alibi a nessuno e procedere all'approvazione di una legge elettorale che una volta in essere potrà togliere anche l'alibi del Porcellum, cosicché il voto anticipato potrebbe concretizzarsi con meno timori. Ma il tris di proposte divide tutto l'arco parlamentare con divisioni anche all'interno del Pd stesso. Difficilmente ci sarà accordo indolore.
2. La supercazzola sulla Bossi-Fini. Con l'occhiolino diretto a sinistra il furbo Renzi vuole abolire il reato di clandestinità e ridurre da 18 a 2 i mesi di permanenza nei Cie. Non è un caso che la polemica sui lager chiamati Cie o Cara sia esplosa in questi giorni per i fatti vergognosi di Lampedusa. Nei Cie sono anni che succedono quelle cose, ma ora il furbetto Renzi ha bisogno di mostrare una rinnovata etica della politica, con i  media che lo hanno assecondato dando largo spazio allo scandalo dei Cie di Lampedusa. La legge simbolo del centrodestra rischia ora di creare una rottura insanabile col governo anche se si tratta di cambiamenti di facciata che non modificano l'impianto sui flussi migratori o sui diritti,  ma si limitano a togliere una parte di storture inutili, vesssatorie e punitive che la destra aveva inserito nella legge e buttato in pasto al proprio elettorato. La proposta ha anche come obiettivo quello di dividere il popolo grillino, già in passato dimostratosi impreparato ad affrontare questo tema.
3. La supercazzola delle unioni civili. Sempre strizzando l'occhio a sinistra, il furbo Renzi crea un'ulteriore frizione con il centrodestra, oltre che con molti bacchettoni lettiani e cattolici all'interno del Pd. Così come sull'immigrazione, va a colpire a livello simbolico nella pancia dell'elettorato della grande coalizione di governo.
Molti si chiederanno, Renzi è diventato di sinistra? Affatto. Tutta questa politica dell'annuncio è una sua strategia d'immagine per coltivare la sua figura di giovane, efficiente, moderno e coraggioso politico. Sa benissimo che in queste condizioni, con un governo di larga coalizione e di transizione, certe scelte sono dolorosissime e che l'esecutivo non è pronto a farle, pena la propria estinzione. Il borioso fiorentino sa anche che in termini di politiche economiche e finanziarie non può promettere nulla per il futuro, perché lui fa parte di quella nicchia politica che è garante dei poteri forti europei, di Draghi, Merkel e delle banche. Renzi non mette in discussione il fiscal compact, i trattati europei, il tetto del 3% fra deficit e pil e sa bene che la colonia Italia dovrà sottostare ai diktat di Bruxelles: taglio spesa pubblica, privatizzazione di beni e servizi strategici e compressione dei salari per mantenere minimamente competitiva l'economia oltre che una progressiva riforma del mercato del lavoro in termini di facilità di licenziamento e ricattabilità.
In questo contesto non gli rimane che coltivare la propria immagine giovane, risoluta ed al passo coi tempi. Ed ecco allora che le unioni civili e un ritocco alla vergogna dei Cie diventano l'unico terreno dove poter elevarsi e darsi una riconoscibilità nel contesto politico di una mediocre colonia delle periferia europea. Il furbetto Renzi, comunque, un terremoto lo ha già creato quando l'alfaniano Cazzola (a proposito di supercazzole) ha messo in guardia i suoi: occhio a trovare un compromesso sulle unioni civili perché l'Inps non reggerebbe sul potenziale gioco che molti farebbero per ottenere la reversibilità delle pensioni, a questo punto meglio i matrimoni gay. Alfano è quasi svenuto. Formigoni, invece, si è inalberato ed ha tuonato: "Altro che gay e immigrati, pensiamo al lavoro e all'economia. Ci sono altre priorità". Caro Formigoni, lo sai anche te che le leggi su economia e lavoro le hanno già scritte a Bruxelles e sono figlie del capitalismo liberista di cui sei alfiere. Quindi mettiti comodo e goditi la supercazzola che Renzi sta facendo al suo compagno di partito Presidente del Consiglio. 
Redazione - 3 gennaio 2013 

martedì 7 gennaio 2014

BUON ANNO?

ggodyear
I telegiornali oggi hanno parlato della protesta insolita ma non una novità,dei lavoratori in sciopero della Goodyear di Amiens che hanno sequestrato due manager all'interno della fabbrica con l'intenzione di proseguire ad oltranza fino a quando non abbiano rassicurazioni sul loro posto di lavoro più che in bilico.
Infatti questa azienda,che nonostante la crisi gode di buona salute,rischierebbe la chiusura totale solo per convenienza borsistica,ed i milleduecento operai francesi si ritroverebbero a fine mese a culo a terra senza nessuna possibilità,per ora,di mantenere il posto.
L'articolo preso da Infoaut parla della cronaca ancora in evoluzione e aggiungo un altro contributo che risale all'ottobre scorso dell'Ansa(https://www.ansa.it/motori/notizie/rubriche/industriamercato/2013/10/22/Torna-Titan-patata-bollente-sito-Goodyear-Amiens_9499099.html ).


Francia, operai Goodyear sequestrano due manager contro i licenziamenti.


Gli operai della fabbrica Goodyear di Amiens, nord della Francia, hanno deciso di reagire in maniera forte all'annunciata chiusura dello stabilimento. Sulla scorta di una pratica già messa in campo negli scorsi anni in diverse altre fabbriche d'Oltralpe, hanno deciso di sequestrare due dirigenti in una delle sale conferenze dell'impianto; dichiarando di voler continuare il “sequestro” fino a quando non sarebbero arrivate rassicurazioni sui loro posti di lavoro, minacciati nella loro stabilità dalla chiusura della fabbrica.
La porta della sala dove sono stati sequestrati i manager, che sono il direttore di produzione e quello delle risorse umane, è stata bloccata con un grosso pneumatico per trattori, mentre solo alcuni giornalisti hanno avuto il permesso di accedere alla stanza. Più di 1000 sono le persone impiegate nella ditta, mentre nei prossimi giorni dovrebbero arrivare le prime lettere di licenziamento: fatto che ha spinto i lavoratori a iniziare la “trattativa” in maniera decisa sin da oggi. Il management aveva annunciato il 31 gennaio scorso la chiusura dell'impianto, e da quel giorno non si è trovato nessun accordo tra padroni e lavoratori.
Secondo Repubblica, “gli operai chiedono 80mila euro in cambio della liberazione dei capi, più 2.500 euro per ogni anno lavorato, oltre a un tavolo di confronto con il prefetto e il direttore delle risorse umane”. Per il Corriere invece, “La vicenda della Goodyear di Amiens è diventata un caso importante per molti motivi: proprio qui l’allora candidato presidenziale François Hollande promise in campagna elettorale una legge contro i cosiddetti licenziamenti di convenienza borsistica, quelli decisi non perché una fabbrica non è redditizia ma al puro scopo di fare salire le azioni (la Cgt sostiene che i ricavi di Amiens negli ultimi mesi sono aumentati del 51%).”
Mentre scriviamo intanto i due dirigenti sono tuttora bloccati dai lavoratori, in attesa di domani, quando dovrebbe esserci un incontro tra dirigenza e lavoratori che dovrebbe fare il punto su quanto riguarda il futuro occupazionale e di reddito di questi ultimi.

lunedì 6 gennaio 2014

CIAO ROMEO?

Aspettando l'ennesimo ricatto che Marchionne attuerà nei confronti dei lavoratori Fiat,ecco un articolo preso da Senza Soste che commenta l'acquisizione di fatto dell'azienda foraggiata negli anni da enormi contributi statali,dell'americana Chrysler.
Boom in borsa,i soliti dubbi sulle aziende esistenti in Italia,operai in cassa integrazione eterna sempre che gli vada bene,ed ecco che si analizza una possibile situazione che potrebbe venire a crearsi con la cessione dell'Alfa Romeo verso la Germania e più probabilmente alla Volkswagen.
Un piccolo sacrificio oppure un ipotesi campata per aria?Difficile dirlo ora,e difficile anche pensare come potrebbero reagire gli operai italiani:se da un lato il cambio di padrone potrebbe portare ad un miglioramento delle condizioni lavorative e soprattutto del salario se si viaggerà attorno alle cifre degli stipendi tedeschi,dall'altro pende sempre una spada di Damocle sulle loro teste se i dirigenti di Vw volessero delocalizzare gli stabilimenti a casa loro.

Fiat-Chrysler. Per i tedeschi salterà l'Alfa Romeo. 
Tutti a benedire Marchionne per aver "conquistato" Chrysler, la borsa premia il titolo Fiat con un balzo del 16% (dopo mesi molto grami, però). Dalla Germania invece di sperticarsi in cori elogiativi si preferisce analizzare la strategia industriale di Fiat, ovvero la sua (scarsa) capacità di offrire nuovi modelli sul mercato.
E' il risultato di una scelta fatta al momento dell'esplosione della crisi: non investire in nuovi prodotti fin quando non fosse finita. Gli altri produttori hanno fatto l'opposto e ora guadagnano posizioni nelle classifiche di vendita in tutti i segmenti, erodendo quel non molto che Fiat conservava.
Soprattutto, fanno notare i tedeschi dello Speigel, Marchionne si è rivelato scarso proprio nel settore più importante al momento  in Europa: il segmento delle sportive. Nel lusso nessuno dubita che il gruppo Fiat sia "competitivo" (Ferrari, Maserati, Jeep hanno ancora molto appeal sul mercato globale), ma nel segmento sport l'Alfa Romeo è out almeno dei qualche anno. Per rilanciarsi servirebbero investimenti imponenti. Ma su questo fronte  Sergio l'amerikano (o il canadese, di passaporto) non ci vuol sentire. E quindi i tedeschi prevedono: alla fine l'Alfa Romeo la darai a noi, fronte Volkswagen...
tratto da http://www.contropiano.org
3 gennaio 2013
Ecco l'analisi dello Spiegel.
***
Acquisizione completa: il deal della Fiat mette in pericolo in futuro di Alfa Romeo
dal redattore del manager-magazin.de Wilfried Eckl-Dorna
Ancora una volta Sergio Marchionne ha portato in porto un grosso affare. Per un importo comparativamente piccolo, ora Fiat acquisisce completamente la sua controllata USA Chrysler. Ma proprio per il marchio preferito di Marchionne, l’Alfa Romeo, l’acquisizione potrebbe avere brutte conseguenze.
Amburgo – Preferisce portare maglioni, volentieri anche una barba di tre giorni e di rado gli mancano parole chiare: Sergio Marchionne da anni cura amorevolmente la sua fama di enfant terrible tra i manager del settore auto. Ma l’italo-canadese, che ha iniziato la sua carriera professionale come revisore di bilanci, è più noto come uomo dei numeri che delle macchine.
Giusto a inizio anno ancora una volta Marchionne fa mostra di sé come freddo stratega – e puntualmente per l’avvio del nuovo anno presenta il suo ultimo colpo di mano: per complessivamente 4,35 miliardi di dollari ora la Fiat incorpora quel 41,5 % di Chrysler, che fino ad ora deteneva il fondo sindacale VEBA. Con questo ora gli italiani acquisiscono completamente Chrysler, il terzo produttore automobilistico USA.
Gli azionisti Fiat festeggiano l’affare con un aumento della quotazione fino al 16%. E con il suo piano audace di fare di due produttori automobilistici deboli un unico player più forte, Marchionne è avanzato di un bel pezzo. Ma proprio per il marchio Fiat di auto sportive Alfa Romeo, che Marchionne vuole rianimare, la fusione potrebbe avere brutte conseguenze.
Il tiro alla fune durato mesi è costato molte energie
A Marchionne che di solito è un così freddo calcolatore, da molto tempo viene attribuito un debole per Alfa Romeo – quel marchio di auto sportive che da anni in Fiat è destinato ad un posto di nicchia. Ma intorno ai bolidi tradizionalmente rossi provenienti dall’Italia c’è molta, molta calma. Attualmente Alfa offre appena due modelli: l’utilitaria Mito, la compatta Giulietta. La portatrice di speranza 4C presentata di recente, un’auto sportiva leggera a motore di media cilindrata, arriverà ai rivenditori solo quest‘anno.
La conseguenza: lo scorso anno secondo gli esperti a livello mondiale l’Alfa è rimasta ben al di sotto delle 100.000 unità, per la prima volta dal 1969. Ora Marchionne vuole rianimare con una spesa miliardaria il marchio dal nome altisonante, la cui offerta però fino ad ora era magra. Marchionne vuole ravvivare anche il marchio chiave Fiat con nuovi prodotti.
Ma la rianimazione dell‘Alfa Romeo sarà una missione complicata. Perché da quando Marchionne nel 2004 ha preso il timone della Fiat, Alfa non ha mai fatto utili. Gli esperti si aspettano che Fiat dovrà investire fino a nove miliardi per rimettere in pista l‘Alfa.
Jürgen Pieper, analista del settore auto della banca Metzler, guarda con scetticismo alle ambizioni di Marchionne per l‘Alfa. "I punti interrogativi sono diventati più grandi rispetto alle possibilità di Marchionne di rimettere in sesto l‘Alfa ", afferma. L’italo-canadese è certamente un ottimo stratega, ma fino ad ora non ha mostrato di avere un gran fiuto per le auto di fascia alta. Ma ora Chrysler sarà al vertice della lista delle priorità della Fiat – e appunto non più l‘Alfa Romeo.
Ma la rivitalizzazione dell’Alfa avrebbe bisogno della totale attenzione del capo, dice Pieper. Perché la pressione sul segmento chiave dell’Alfa di auto sportive sotto i 50.000 Euro, nei prossimi anni salirà in modo netto. Porsche a breve dovrebbe offrire una quattro porte più piccola della Panamera, anche BMW attraverso la collaborazione con Toyota punta sul segmento. Anche Audi e Mercedes incalzano la nicchia delle auto sportive con nuovi modelli più a buon mercato.
Interesse rispetto ad Alfa Romeo - VW aspetta con calma
Non resta certo molto posto per un manufatto italiano del genere dell’Alfa. "Alfa dovrebbe prendere in mano molto denaro. Ma non ce l‘ha ", dice Pieper. Inoltre Marchionne è minacciato anche da un problema con Chrysler che fino ad ora è stata la sua cash-cow. Perché nel 2014 il mercato americano dovrebbe ancora avere una crescita significativa, ma per gli anni successivi le prognosi sono piuttosto contenute.
Ma i margini di Chrysler sono appena la metà di quelli dei suoi concorrenti USA. E quindi Chrysler tra uno o due anni probabilmente non porterà più utili, ma perdite. E se si verifica questo, i soldi per investimenti su Alfa mancheranno a maggior ragione.
Per questo Pieper si aspetta che Fiat tra qualche anno potrebbe vendere il marchio preferito di Marchionne – anche se per ora il grande Sergio si oppone ancora con veemenza ad un simile passo. Ma anche Marchionne non sarà a capo della Fiat in eterno e il suo successore potrebbe valutare diversamente la questione Alfa.
Potrebbe essere che il capo del Consiglio di Sorveglianza della VW, Ferdinand Piëch, che da anni proclama il suo interesse per il marchio italiano, non debba aspettare ancora per molto.

domenica 5 gennaio 2014

NAPOLITANO COMPLICE DELLA CAMORRA

L'articolo di oggi parla in riferimento alla disastrosa,non tragica perché le tragedie quasi sempre sono casuali e questa è voluta,situazione della terra dei fuochi a ridosso delle province di Caserta e Napoli(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2013/11/terra-dei-fuochi-e-di-camorra.html )e vorrei soffermarmi sulle ipocrite,da lacrime di coccodrillo,parole di Napolitano durante il solito discorso del Presidente della Repubblica italiano di fine anno.
Il contributo preso da Losai.eu(http://www.losai.eu/perche-napoli-rifiuta-napolitano/ )parla del rifiuto dei napoletani di ricevere il Re Giorgio in città per un suo appuntamento tradizionale,visto che la gente in massa ha contestato questa consuetudine con una grande partecipazione di parenti ed amici delle persone morte ed ammalate a causa dei rifiuti tossici seppelliti sotto terra e bruciati.
Le dichiarazioni di quasi vent'anni fa del boss pentito Carmine Schiavone sono state secretate dallo Stato proprio quando Giorgio Napolitano era Ministro dell'Interno,ed è quindi impossibile che non abbia saputo dell'interramento dei rifiuti gravemente pericolosi per la salute umana,perciò è complice di queste morti che si sono susseguite negli ultimi anni e dovute sicuramente alle conseguenze di questi atti criminali.
Pensando che Re Giorgio fu un comunista e che dopo lo scioglimento del Pci fu padre della legge Turco-Napolitano che ha anticipato di una manciata d'anni la Bossi-Fini,viene da vergognarsi per questa persona che ha taciuto su questi rifiuti tossici che hanno appestato la terra campana facendo decine(per ora)di vittime innocenti.

Perché Napoli rifiuta Napolitano.

La contestazione di massa che ha costretto Giorgio Napolitano rinunciare al tradizionale caffè di capodanno al “Gambrinus” richiede qualche spiegazione e una ricostruzione storica decente.
I protagonisti della manifestazione sono stati i comitati della “terra dei fuochi” e molti si saranno chiesti: perché se la prendono con Napolitano, quella specie di “nonno buono” ancora luciferinamente in gamba, che li ha persino citati nel suo ficchissimo discorso di fine anno?
Ci corre l’obbligo di ricordare le dichiarazioni fatte dal boss pentito Carmine Schiavone alla Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, rese nel lontano 1997 ma rimaste “secretate” fino ad oggi.
Una serie di informazioni raccapriccianti, in cui il boss dava conto della quantità immane di rifiuti tossici seppelliti in alcuni comuni tra le province di Napoli e Caserta. Il clan dei Casalesi, per “smaltire in questo modo sostanze tossiche provenienti dal Nord Italia e da mezza Europa, intascavano 500 mila lire a fusto. Il costo di uno smaltimento regolare, a quel tempo, si aggirava sui due milioni e mezzo. Un bel risparmio per le imprese, un bel guadagno per la camorra. È il mercato bellezza, che ci vuoi fare?
Il problema è che – sul mercato – la salute e la vita delle persone non valgono nulla davanti al profitto. Non è retorica “comunista”, ma una semplice constatazione che nella “terra dei fuochi” ha preso corpo manifestandosi in tumori e leucemie, con percentuali da sterminio di massa.
Ne erano consapevoli gli stessi camorristi che lavoravano con e per Schiavone, negli anni ’80 e ’90. “Entro venti anni gli abitanti di numerosi Comuni del casertano rischiano di morire tutti di cancro” aveva spiegato Schiavone alla Commissione nel 1997. Oggi sta avvenendo. “Gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via avranno, forse, venti anni di vita”.
Se l’aveva capito Schiavone, impossibile che non lo capissero i parlamentari che lo ascoltavano, i magistrati che ne registravano le confessioni, i ministri interessati per competenza (interni e sanità, in primo luogo), il presidente del consiglio.
Ma nulla è stato fatto per salvare quella popolazione. Uno Stato degno di rispetto avrebbe ordinato di perimetrare l’area contaminata, spostare le famiglie in altre zone, vietare la coltivazione e l’allevamento su quei terreni. Uno Stato povero si sarebbe fermato a queste misure; uno anche ricco avrebbe magari anche disposto una costosissima bonifica del territorio (circa il 10% delle due province interessate).
Cosa ha fatto lo Stato italiano da allora a oggi? Ha tenuto segreta la notizia. E basta. Ha lasciato che la popolazione continuasse ad abitare, coltivare, allevare, tirar su l’acqua dai pozzi avvelenati. E quindi ad avvelenare se stessa e tutti i consumatori dei prodotti – soprattutto quelli alimentari – lì confezionati. Uno Stato normale, alla scoperta che i vertici d’allora hanno fatto una cosa del genere, li avrebbe incriminati per una serie sconfinata di reati contro la persona, la salute pubblica, la dignità dello Stato stesso.
La classe politica italiana – vecchia e nuova – si è invece autoassolta ancora una volta. Peggio. Ha rieletto al Quirinale il ministro dell’interno d’allora, quel Giorgio Napolitano che ha ancora la faccia di ammonire, riprendere, consigliare, condannare, chiedere riforme costituzionali contro l’attuale Costituzione…
Come si può leggere ancora oggi sulla pagina Facebook del Dott. Antonio Marfella, componente del Coordinamento Comitati Fuochi e dei Medici per l’Ambiente della Campania: “Scoprire che Giorgio Napolitano era il Ministro dell’Interno all’epoca delle dichiarazioni segretate di Schiavone è una notizia che mi da un dolore profondo, insopportabile, veramente una pugnalata in petto… Ve lo giuro… Non me lo aspettavo…”.
La risposta minima a questa scoperta non poteva che essere quella di capodanno: Napolitano, a Napoli e dintorni, è da ora e per sempre “persona non grata”. Un complice consapevole di una ”epidemia procurata”. Senza nemmeno dover ricordare da chi.

sabato 4 gennaio 2014

LA YAKUZA E LA BONIFICA DI FUKUSHIMA

Nell'articolo odierno preso da Senza Soste ve ne sono racchiusi due che parlano della"moda"giapponese di reclutare clochard,vagabondi e persone disperate alla ricerca di denaro in qualsiasi modo per attuare i lavori di bonifica presso la centrale nucleare di Fukushima devastata dallo tsunami e altri luoghi limitrofi colpiti dalle radiazioni.
Questi sporchi e mortali lavori sono sotto l'egida della yakuza,la mafia giapponese,e tra le righe vi si legge un parallelismo con la mafia italiana dove in fondo la ricerca del profitto personale a scapito di quello statale,anzi proprio alle sue spalle,è il fine ultimo.
Certo,anche il potere,il dominio esercitato sul territorio,la pseudo protezione di singole persone,attività ma anche di beni collettivi sono prerogative di questi criminali che si sostituiscono allo stato,ma rimango nello specifico della situazione giapponese per non andare fuori tema.
Le persone reclutate per circa novanta dollari giornalieri dalla yakuza dopo un ora di lavoro hanno assorbito nell'organismo le radiazioni che il corpo umano può tollerare e ricevere nell'arco di un anno e tale stipendio deve essere decurtato del vitto e alloggio necessari per trovarsi sul posto.
Oltre al danno quindi la beffa di portarsi a casa(per quelli che l'hanno)pochissimi spiccioli oltre a ritrovarsi quasi sicuramente se va bene malati,in un ambiente dove la morte dovuta alle radiazioni è sempre dietro l'angolo.
Altre informazioni sulla yakuza,espressione dell'estrema destra nipponica talvolta legata allo Stato e talvolta perseguita dallo Stato stesso(molto simile all'italiana quindi)si possono trovare qui:http://it.wikipedia.org/wiki/Yakuza .

L'utilità della mafia si vede a Fukushima.
Come funziona il capitalismo? Sempre nello stesso modo, al fondo, nonostante luci e specchietti per allodole che devono far sembrare sempre tutto "nuovo".
Questo articolo da "Il Fatto" ci racconta che in Giappone, per bonificare la centrale nucleare di Fukushima - devastata da terremoto e tsunami quasi tre anni fa - il governo dello sciovinista e guerrafondaio Shinzo Abe (uno che passa per "liberale" spinto) ha pensato bene di subappaltare alla Yakuza una parte del lavoro. La quale naturalmente non metterà propri "soci" al lavoro (c'è la certezza che le radiazioni si porteranno via quasi tutti gli addetti alla bonifica), ma preleverà in giro per il paese clochard e barboni, attirandoli con la promessa di un salario sicuro come la morte. Un salario stracciato, naturalmente, perché questo tipo di intervento è stato pensato proprio per abbassare i costi. Un particolare decisivo: i "prescelti" per andare alla morte dovranno pagarsi vitto e alloggio. In tasca, alla fin fine, non rimarrà loro granché. Del resto, cosa dovrebbero mai farci, se devono morire presto?
La Yakuza è una mafia particolare, dicono, perché è una organizzazione quasi "legale". Deve insomma tenersi entro certi limiti, pagare un po' di tasse; e all'occorrenza dare una mano - sempre violenta - allo Stato.
Pagamento delle tasse a parte, non capiamo dove sia la differenza con le mafie nostrane. Per esempio, il governo Letta potrebbe benissimo copiare l'idea per metter mano al problema della "terra dei fuochi", magari subappaltando la ricerca di manodopera a quegli stessi clan (ma anche fossero altri non cambierebbe la sostanza) che hanno sotterrato i rifiuti tossici. Non è fantascienza: ci sono precise denunce che vengono dai comitati territoriali. I quali chiedono giustamente la bonifica ma pretendono di tenere sotto controllo la gestione pratica degli eventuali lavori proprio per impedire uno sconcio del genere.
Dopo aver scoperto che il ministro dell'interno in carica al momento della "secretazione" degli interrogatori di Carmine Schiavone era tale Giorgio Napolitano, tutto in effetti sembra non solo possibile, ma altamente probabile.
3 gennaio 2013
***
Fukushima, mafia recluta clochard a prezzi stracciati per pulire i siti contaminati
Il salario, inferiore ai minimi nazionali, può arrivare a circa 90 dollari al giorno, ma ai senzatetto spetta pagarsi vitto e alloggio. Così, a fronte degli alti rischi per la salute, restano solo pochi spicci in tasca
Un lavoro che non vuole far nessuno. Eccetto i clochard e per pochi spicci. A quasi tre anni dal terremoto e dallo tsunami che hanno devastato il nordest del Giappone, a ripulire i siti contaminati di Fukushima ci sono loro: i senzatetto. La Yakuza, la mafia nipponica, li recluta in posti come la stazione ferroviaria di Sensai. Il salario, inferiore ai minimi nazionali, può arrivare a circa 90 dollari al giorno, ma ai clochard spetta pagarsi vitto e alloggio. Così, a fronte degli alti rischi per la salute, restano solo pochi spicci in tasca. A denunciarlo è stata l’agenzia di stampa Reuters in un’inchiesta che, insieme alle autorità giapponesi, ha portato a diversi arresti.
Due giornalisti, Mari Saito e Antoni Slodkowski, hanno intervistato Seji Sasa, un affiliato della mafia nipponica. Tre organizzazioni della Yakuza (Yamaguchi-gumi, Sumiyoshi-kai e Inagawa- kai) si sarebbero infiltrate, utilizzando un sistema di procedure all’interno di un appaltatore legale, la società Obayashi, per assumere i senzatetto e spedirli a Fukushima. Sejii Sasa, un uomo di 67 anni, è uno di questi “reclutatori”, pagato 100 dollari per ogni senzatetto scovato e disposto a mettere le mani sui rifiuti radioattivi. E senza un’adeguata informazione. Tanto più che, a detta degli esperti, in una sola ora si può superare il limite massimo di radiazione consentito in un anno. “Siamo un facile bersaglio per chi va in giro a reclutare gente”, ha detto un senzatetto. “Siamo sempre qui intorno alla stazione, a girare con le nostre buste. Ci chiedono stai cercando un lavoro? Sei affamato? E se rispondiamo di sì poi ci offrono di andare a Fukushima”.
Negli ultimi mesi la polizia aveva già arrestato alcuni membri della mafia nipponica con l’accusa di aver infiltrato, con subappalti, la società di costruzioni Obayashi (una delle 20 principali imprese di costruzioni chiamate dal governo per la decontaminazione delle dieci città colpite nel 2011) con lo scopo di lucrare sui contratti e mandare illegalmente lavoratori per il progetto finanziato dal Governo. Nell’inchiesta sui lavori attorno a Fukushima, la Reuters si è imbattuta in ben 733 società, tutte parte del progetto di riqualificazione dal ministero dell’Ambiente giapponese. Troppe per poter essere sottoposte a controlli e verifiche quotidiane. I giornalisti hanno così scoperto che almeno di cinque di queste aziende non vi è alcuna traccia nei registri e che altre 56 non avrebbero potuto ottenere degli appalti pubblici perché fuori controllo del ministero.
Insomma un vero e proprio mercato nero per il reclutamento, per un business da circa 23 miliardi di euro che è finito in mano alla criminalità organizzata. In molti casi poi i clochard hanno raccontato di essersi perfino indebitati con i loro stessi datori di lavoro, dovendo restituire loro dalla paga le spese per il vitto, l’alloggio nei dormitori e nella lavanderia. Un senzatetto ha spiegato ai giornalisti di aver guadagnato solo 10 dollari dopo un mese di lavoro, piuttosto che 1.500 come previsto. Un altro ha raccontato che dei 90 dollari al giorno guadagnati, doveva versarne fino a 50 dollari per pagare il cibo e l’alloggio.
Frattanto il ministero dell’Ambiente giapponese ha annunciato che ci vorranno almeno altri tre anni per terminare la messa in sicurezza dei punti più contaminati dell’impianto nucleare. E vista la cifra smisurata di imprese appaltatrici e subappaltatrici e le difficoltà di controllo, ci saranno altri senzatetto che potrebbero essere ancora coinvolti nella ripulitura delle zone radioattive.
tratto da Il Fatto Quotidiano del 3 gennaio 2013

venerdì 3 gennaio 2014

UNA GIUSTIZIA MINIMA

L'articolo odierno preso da Infoaut,parlando delle condanne per tre dei capi della polizia ai tempi del G8,parla di una notizia data in sordina forse perché a cavallo del Capodanno,oppure perché questa davvero è una piccola news in un contesto che parla di un fatto di tredici anni fa(che però in molti non dimenticano)e pure perché gli anni da scontare agli arresti domiciliari sono davvero un'inezia rispetto alle prime aspettative.
Tra depistaggi,indulti e prescrizioni ecco che le merde a capo delle merde in divisa dovranno scontare al massimo un anno:Mortola,Luperi e Gratteri sono stati condannati per avere introdotto prove false all'interno della scuola Diaz di Bolzaneto teatro del massacro più grande,legalizzato e di fatto depenalizzato che la polizia italiana abbia mai messo in atto.
Propongo un link che parla soprattutto di Mortola e del suo avanzamento di carriera dopo i vergognosi fatti genovesi(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2011/06/verso-il-decennale-del-g8-di.html )anche se De Gennaro si merita una bella linkata pure lui,altro uomo di merda(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2010/06/de-gennaro-bastardo-condannato-e.html ).

Violenze alla Diaz, 13 anni dopo 'giustizia' è fatta?

La notizia è passata un po' in sordina e solo oggi alcuni quotidiani genovesi ne rendono conto ma il 2013 si è concluso con l'arresto di Spartaco Mortola - ex capo della digos genovese - e Giovanni Luperi - ex dirigente dell'Ucigos poi capo-analista dei servizi segreti e ora in pensione, entrambi sotto accusa per il massacro avvenuto alla Diaz durante il G8 di Genova e per l'introduzione di prove false all'interno della scuola volte a giustificare l'irruzione delle forze dell'ordine.
Il 31 dicembre i giudici hanno infatti rifiutato la richiesta di affidamento ai servizi sociali avanzata per i due poliziotti, decretando una pena di 8 mesi per Mortola e di un anno per Luperi, che entrambi sconteranno agli arresti domiciliari. Il giorno precedente, invece, l'arresto è scattato per Francesco Gratteri, all'epoca dei fatti al vertice del Servizio centrale operativo della polizia di Stato.
Si chiude così dopo 13 anni la vicenda giudiziaria per i tre poliziotti, implicati a vario titolo nelle violenze, nei pestaggi e nei successivi depistaggi avvenuti nella notte del 21 luglio 2001. Tutti quanti beneficeranno di alcune ore di libertà durante il giorno e della facoltà di comunicare e potranno inoltre chiedere che gli venga riconosciuta la buona condotta, ottenendo così un ulteriore sconto di qualche mese alle proprie condanne, già ampiamente ridimensionate per effetto dell'indulto del 2006 o per la caduta in prescrizione di alcuni reati.
Nel frattempo Spartaco Mortola, ex capo della Digos Genovese, ha continuato indisturbato il suo operato, prima 'gestendo l'ordine' a suo modo in Valsusa all'epoca della resistenza No Tav alle trivelle nel 2010, poi promosso a capo della Polfer di Torino l'anno successivo, quando su di lui pesava già una condanna in secondo grado e un'interdizione di cinque anni dai pubblici uffici per i fatti di Genova.
Tredici anni dopo la vicenda giudiziaria può dunque dirsi conclusa, con pene lievissime per una parte dei vertici della polizia (su un totale di 44 agenti coinvolti solo in 15 scontano una pena, in tutti i casi molto ridimensionate), l'impunità per i tuttora anonimi picchiatori in divisa che nel luglio del 2001 si divertirono a compiere il lavoro sporco ordinato dall'alto e condanne pesantissime, invece, per i compagni e le compagne assurti a capro espiatorio con l'accusa di devastazione e saccheggio, che stanno scontando sulla propria pelle gli effetti di un processo dal sapore di vendetta.
Se gli arresti di due giorni fa di certo strappano un (amaro) sorriso al finire del 2013 e in un certo senso scrivono la parola fine di una vicenda, lo fanno in termini puramente giudiziari: ancora una volta non saranno le sentenze di un Tribunale a cancellare la rabbia e le ferite per quelle giornate di Genova e per la vendetta che le forze dell'ordine decisero di infliggere con le violenze della Diaz.

giovedì 2 gennaio 2014

ERDOGAN VIA?E POI?

La scandalo che ha colpito la classe dirigenziale turca e che ha portato al rimpasto di dieci ministri del governo Erdogan ha avuto come matrice l'elevato grado di corruzione degli apparati statali in differenti materie e soprattutto per quanto riguarda la concessioni di appalti edilizi,e raffrontando ciò con l'Italia verrebbe proprio da dire che tutto il mondo è paese.
Unica differenza è la partecipazione popolare a supporto della protesta denunciata dai mezzi d'informazione che anche in Turchia hanno martellato sulla vicenda,che da noi è pari a zero a parte la sporadica protesta dei forconi(uno spauracchio montato ad hoc dai mass media che in fondo ha visto pochissima partecipazione e ora più non se ne parla)mentre a Istanbul e dintorni già da quest'estate il popolo si è fatto sentire eccome(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2013/06/caos-turco.html ).
Ora che Erdogan con il ricambio di ministri si sta sempre più arrampicando sugli specchi,ecco che uno dei suoi più grandi sostenitori gli ha voltato le spalle,il predicatore islamico Gulen,che ora è passato ad acerrimo nemico in quanto gli sono stati toccati gli affari.
Questo Gulen non è da confondere con il nuovo ed il necessario per la Turchia perché se dovesse avere proseliti caccerebbe la Turchia indietro nel tempo di centinaia di anni visto la sua politica legata necessariamente alla religione,vedi il caso della Siria e di altre zone mediorientali.
L'articolo è preso da Senza Soste e propongo anche uno di Infoaut:http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/10164-la-crisi-turca-dalla-rivolta-di-gezi-ad-oggi-e-laccelerazione-delle-lotte .

Turchia: contro Erdogan torna a riempirsi piazza Taksim. 
Non si ferma in Turchia la protesta contro il premier Erdogan, il suo governo e il sistema di potere costruito da oltre dieci anni dall’Akp, il partito conservatore islamico turco.
 Le recenti inchieste su tangenti in maxiappalti edilizi hanno portato alle dimissioni di ben tre ministri, oltre a un rimpasto di governo con il cambio di altri sette dicasteri.
 Erodgan cerca di nascondere la testa sotto la sabbia parlando di un “complotto ordito da forze oscure e legate ad ambienti stranieri, a tre mesi dalle elezioni regionali”. Del complotto, secondo Erdogan, farebbero parte anche pezzi di polizia, la stessa definita “eroica” nei giorni più duri della repressione sanguinosa contro le proteste di Gezi Park, e della magistratura, elogiata invece ai tempi del maxiprocesso Ergenekon, la purga collettiva contro stampa, gruppi economici, attivisti politici e militari di ispirazione laica.
Prima di accettare dimissioni e rimpasto, lo stesso premier ha inoltre provato ad arginare l’inchiesta rimuovendo i capi e i quadri della polizia (quasi 500) che hanno investigato assieme ai magistrati sulle presunte tangenti.
Che la situazione sia potenzialmente esplosiva lo dimostra però anche la critica a Erdogan che arriva per la prima volta anche dall’interno del suo blocco di potere, in particolare dal gruppo che fa riferimento al predicatore islamico Fetullah Gulen, autoesiliatosi negli Usa, ex mentore di Erdogan e ora suo feroce oppositore.
Intanto, le piazze tornano con forza ad animarsi, sei mesi dopo l’inizio delle proteste di Gezi Park: a cavallo di Natale manifestazioni di migliaia di persone hanno affollato la parte asiatica di Istanbul.
Nonostante la durissima repressione poliziesca, la mobilitazione non si ferma, anzi alza il tiro: per la prima volta da mesi, in questi momenti, nel pomeriggio di venerdì 29 dicembre, in migliaia sono tornati in piazza Taksim, nel cuore di Istanbul, rispondendo all’appello lanciato dalle piattaforme dei gruppi di Gezi Park, dietro lo slogan “basta corruzione, basta repressione”.
L’obiettivo è chiaro: la cacciata del governo di Erdogan e del suo sistema di potere. In piazza ci sono già violenti scontri, con la polizia che ha oscurato le telecamere di videosorveglianza nei dintorni di piazza Taksim, con evidenti intenti violenti e repressivi.
Ne parliamo con Francesca Pacini, giornalista che si divide tra Italia e Turchia, autrice dei libri “La mia Istanbul” (Ed. Ponte Sisto) e del recente “Ritorno a Gezi” (scaricabile gratuitamente in e-book qui).
tratto da http://www.radiondadurto.org 27 dicembre 2013
vedi anche

mercoledì 1 gennaio 2014

ANCHE LA FIOM SI SVENDE

Partendo dal presupposto del tanto paventato,per alcuni una promessa per altri minaccia,contratto unico di renziana produzione(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2013/12/toccarsi-i-coglioni.html )ecco un articolo-analisi-riflessione di Infoaut che parla della deriva pericolosa che sta gettando oscure ombre su Landini e la Fiom.
Ultimo baluardo di una Cgil sempre più dalla parte del padrone a scapito dei lavoratori,il settore più a sinistra del sindacato ormai va a braccetto con il Pd e con il suo nuovo segretario che tanto piace a Confindustria,buttando nell'angolo l'articolo 18 che ormai è diventato solo un feticcio nemmeno più buono per portare la gente in piazza.

Renzi e Landini: alleati contro la crisi.

Tra i primi a salire sul carro del “vincitore” (trattandosi del segretario del Pd le virgolette sono esplicitamente ironiche) si è distinto Maurizio Landini. Ma come, si stupirà qualche ingenuo, non è il leader della mitica Fiom, la tenace opposizione di sinistra alla linea di estrema compatibilità della Cgil, la figura che ha aperto il sindacato dei metalmeccanici ai movimenti? Per chi avesse qualche dubbio o pensasse a un malinteso, ci ha pensato lo stesso Landini a chiarire possibili equivoci: in un’intervista al Partito di Repubblica (tutto torna, quindi), dice sì al contratto unico proposto da Renzi, accettando così un allungamento del periodo di prova con la corrispondente assenza di garanzie. Perfino l’articolo 18, feticcio della resistenza fiommina, può essere sacrificato in nome dell’alleanza con il sindaco di Firenze. Fa capolino, a mo’ di foglia di fico, la parola “reddito minimo”: qualcuno sostenne che si trattava di una grande apertura di Landini, frutto dei cartelli costruiti con le rappresentanze dei movimenti; la verità è che, oggi come allora, si tratta di sussidio di povertà, finalizzato alla – peraltro irrealistica – restaurazione della “normalità” del lavoro dipendente e a tempo indeterminato. Sotto la parola “reddito”, si nasconde ancora una volta la mitologia delle mani callose e la schiavitù del lavoro salariato. Insieme allo statuto dei lavoratori, poi, Landini dimentica anche il pudore quando afferma che tutto ciò è fatto in nome del cambiamento e della lotta alla precarietà: avanti tutta, sindaco e sindacato uniti per l’alternativa!
Si tratta di semplice opportunismo? Probabilmente no, o comunque non è questo che più ci interessa. Non avendo mai riposto alcuna speranze in Landini e nella Fiom, non ci sentiamo affatto traditi. Questa patetica giravolta fotografa invece bene la parabola del sindacato, il cui unico obiettivo è ormai la preservazione e riproduzione della propria struttura. Così, in cambio di una legge sulla rappresentanza si può tranquillamente rinunciare ai diritti dei rappresentati. Per perseguire questo obiettivo, comune a maggioranza e minoranza della Cgil, Camusso ha tentato di trasformare il sindacato in un’agenzia della governance capitalistica, mentre Landini si era inizialmente opposto in nome della conservazione della forma tradizionale della Fiom. Sbaragliati su tutta la linea, affondata la nave del rudere Rodotà prima ancora di salpare per la “via modesta”, non restano che due strade: i magistrati e Renzi. Mentre Camusso e i settori della Cgil legati alla sua maggioranza, anch’essi sconfitti, si devono accontentare della soddisfazione di attaccare “da sinistra” la Fiom: “Landini come un golfino doubleface”, twitta il portavoce della segretaria. In ogni caso, nel definitivo esaurimento della rappresentanza, il sindacato non è più uno strumento al servizio dei lavoratori, ma sono i lavoratori uno strumento al servizio del sindacato.
Su che cosa era basata la strategia di Landini? Sullo scambio con la politica istituzionale tra riconoscimento del suo ruolo e gestione della conflittualità sociale. Contro il modello Marchionne, il leader della Fiom si è più volte affannato a far presente ai padroni che esautorare il sindacato metalmeccanico significava estromettere l’unico soggetto in grado di frenare quella parte di operai, soprattutto giovani, che rischiavano altrimenti di essere fuori controllo. Quanto alla conflittualità fuori dalle fabbriche, attraverso le alleanze con alcuni ceti di movimento, dal 14 dicembre 2010 al 15 ottobre dell’anno successivo in un modo o nell’altro i tappi della rappresentanza delle piazze sono stati fatti bruscamente saltare.
C’era per la Fiom una possibilità diversa? Probabilmente sì, certamente si chiamava coraggio. Il coraggio di mettere il sindacato e le sue strutture al servizio dell’autonomia delle lotte sociali, dai movimenti studenteschi e territoriali fino alle insorgenze spurie e contraddittorie dentro la crisi. Del “movimento del 9 dicembre” si può pensare quello che si vuole, ma non c’è dubbio che se un ruolo il sindacato ha avuto è stato quello di fomentare una guerra tra poveri, cioè tra i lavoratori dipendenti e quei settori che – per quanto formalmente appartenenti a quello che una volta si chiamava ceto medio – non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese. Non capirlo è segno di profonda stupidità, rifiutarsi di capirlo per preservare la propria struttura vuol dire stare dall’altra parte. Non è un caso, almeno simbolicamente, che il primo incontro ufficiale tra Ladini e Renzi sia avvenuto nei giorni in cui tutti – dal Pd al sindacato, fino a buona parte dei movimenti – si affrettavano a bollare questi settori come apertamente fascisti e reazionari.
Se c’è una cosa di cui oggi abbiamo invece bisogno sono camere del lavoro metropolitane e autonome di poveri e impoveriti, di lavoratori e precari, non certo di alleanze tra ceti politici (istituzionali e di movimento, di partito e sindacali). E quelli che si erano alleati con Landini, che faranno ora? Vale il vecchio detto: chi di alleanza ferisce, di alleanza perisce.