martedì 15 ottobre 2013

IL MURO POPOLARE DI IRUNA

Domenica a Iruna c'è stato il terzo muro popolare dall'inizio dell'anno dopo quelli di Donostia e Ondarroa(vedi: http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/search?q=ondarroa )in cui uno o più ricercati dalla polizia fascista spagnola per motivi politici vengono difesi pacificamente da centinaia di persone che si prendono manganellate ed insulti gratuiti per poi venire arrestati.
Anche stavolta momenti di tensione si sono verificati nella città della Navarra quando dal primo pomeriggio il compagno basco Luis Goni in una piazza al centro di Iruna era stato protetto e"coccolato"dai suoi amici,parenti e con tutti quelli che solidarizzano con il movimento indipendentista di Euskal Herria per poi venire portato via dalla sbirraglia in assetto antisommossa non si sa per quanto tempo.
L'articolo di Infoaut racconta di tutto questo a distanza di pochi giorni dagli assalti in pieno stile militare contro le sedi di Herrira illegalizzando di fatto la stessa associazione:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2013/09/i-compagni-di-herrira-liberi-subito.html .

Prigionieri baschi: il muro della solidarietà non si rompe.


Dopo Donostia e Ondarroa domenica è toccato a Iruña unirsi contro l’arresto di un giovane basco.
Luis Goni è stato condannato alcuni mesi fa a sei anni di detenzione per aver fatto parte di SEGI, l’organizzazione giovanile della sinistra indipendentista basca illegalizzata nel 2009. Luis è stato latitante in questi mesi, protetto e difeso dalla solidarietà dei suoi compagn@.
Domenica alle 14.30 si è presentato in piazza al centro di Iruña dove era in corso una manifestazione con migliaia di persone per denunciare l’ennesimo atto repressivo da parte della Spagna. Luis dopo aver salutato tutt@ attraverso un megafono è stato circondato dall’abbraccio e dalla solidarietà di Iruña, creando un muro del popolo, l’herri harresia, il terzo di questo anno nei paesi baschi. Solo a tarda notte un immenso spiegamento di forze di polizia è riuscito con le cariche a rompere il muro e arrestare Luis. Certo gli herri harresia fin ora non hanno mai impedito un arresto, ma sono la dimostrazione di solidarietà più grande e pubblica che un condannato può ricevere, e la denuncia più visibile di assenza di democrazia in EH per il resto del mondo. 
Un altro arresto a pochi giorni dall’operazione herrira, in cui furono detenuti 18 rappresentanti dell’associazione che si occupa dei diritti e del ritorno a casa dei prigienier@ politic@ basch@. Un altro arresto che apre la settimana dei maxi processi contro il movimento basco, quasi 200 compagn@, giovani, responsabili di partiti, di associazioni, di herriko taberna coinvolti nell’operazione ‘tutto è ETA’.
Il primo di questi processi comincia oggi e coinvolge i\le giovani di SEGI, che già hanno scontato 50 anni di carcere preventivo e rischiano complessivamente altri 240 anni di detenzione. Tra questi anche Fermín , Artzai  e Zuriñe che furono arrestati il 10 giugno del 2010 ed estradati in pochi mesi in spagna dopo una detenzione in alcuni carceri italiani.
Intanto oggi il processo si è aperto con un’ora e mezza di ritardo perchè alcun@ attivist@ si sono presentat@ in aula con magliette e palloncini arancioni in solidarietà con Luis.
Ancora una volta questa storia ci riguarda da vicino; nuovi arresti e altri processi, la spagna  sorda e cieca  continua senza sosta la repressione contro il paese basco, ma il muro della solidarietà non si rompe nemmeno oggi.
Qui il video dell’ herri harresia a Iruña; qui un video di 4 giovani imputat* che non si presenteranno davanti all’ audiencia nacional, perché è un tribunale illegittimo e il processo farsa sarà costruito su dichiarazioni estorte sotto tortura. Invitano a partecipare alla mobilitazione del 26 ottobre a Bilbo.

lunedì 14 ottobre 2013

GIORNALISTA CHI?

L'articolo odierno parla di un caso che riguarda lo pseudogiornalista de"La Stampa"(detto amichevolmente dai piemontesi"La Busiarda")Massimo Numa e del pacco bomba che gli sarebbe stato recapitato presso la sede del giornale del direttore Mario Calabresi,al soldo degli Agnelli e della Fiat e soprattutto strenuo sostenitore del movimento Si Tav.
Ma in generale il titolo dell'articolo preso da Infoaut è molto azzeccato in quanto il giornalista(e non solo)in questione è proprio un pacco(che mai ci sia ancora un caso costruito ad  hoc alla Belpietro?)e l'ultimo libro scritto da lui è un inno al fascismo e rasenta la ridicolizzazione dei Partigiani,degli antifascisti e della Resistenza.
Un altro articolo che parla della vicenda è questo:http://www.carmillaonline.com/2011/11/21/il-giornalista-de-la-stampa-e-il-movimento-no-tav/ .

Un pacco bomba trasforma in vittima un giornalista pacco?
E’ un rituale noioso che si ripete da anni quello dei pacchi bomba (o bombe-pacco) recapitati qua e là. Noioso perché innesca la sequela di solidarietà varie all’indirizzato, le parole roboanti dei magistrati, le dichiarazioni di politici di turno è così via. E’ ancora più noioso perché chi usa questa forma di corrispondenza esplosiva ha come unico risultato il can can mediatico, il far parlare di sé e della presunta vittima come godimento personale.
E’ una forma di comunicato stampa esplosivo di chi ha piacere a guardarsi allo specchio mentre i movimenti e le lotte proseguono il loro cammino senza badare a fatti che non li riguardano, e come già detto qui nel caso del movimento notav, non gli appartengono.
Infatti qual è l’effetto del pacco bomba a Massimo Numa? E’ esattamente quello che questo personaggio si aspettava da tempo, quasi a sperarci, per rifarsi una verginità da “grande giornalista” come abbiamo letto su alcuni tweet di suoi colleghi, che magari gli porterà qualche telefonata importante e una scorta tutta per lui.
E’ un favore ad un personaggio che ha poco a che fare con il giornalismo, perché intinge la sua penna (passateci il termine anche nell’era digitale) nell’odio e nei suoi incubi ricorrenti. La solidarietà che ha generato nei suoi confronti dovrebbe far passare in secondo piano le continue diffamazioni, strumentalizzazioni e balle che Numa racconta quotidianamente?
Dovrebbe far cessare la levata di scudi e indignazione delle Anpi e dei sinceri antifascisti in merito al suo libro, che ne denota la personalità e l’appartenenza politica ( Pubblicazione neofascista di Massimo Numa, cronista de La Stampa di Torino)?
Assolutamente no! Il “giornalista” in questione campa dei suoi articoli complottisti e dalle paranoie mentali di qualche questurino; non è un esperto come oggi si vuole far credere. Leggetevi gli articoli su di noi e scoprite quanto godimento prova nel dire che la talpa è al cantiere, che la questura ha beffato il movimento ecc…
Leggete con quanta peculiarità non lesina a scrivere nomi, cognomi e residenze di qualche fermato per  la lotta notav. Leggete bene e capirete chi è Massimo Numa.
Ora si vuole alimentare la campagna contro i notav, la deriva violenta, il ritorno agli anni di piombo e tutto il resto, ma la realtà è un’altra, e chi non scrive in malafede lo sa. Come si sa anche che facciamo una differenza tra giornalisti e giornalisti, ma non come vorrebbero alcuni, cioè che ci piacciono solo i giornalisti che scrivono a nostro favore. Siamo quelli che a cui piace la realtà dei fatti e chi si sforza, anche non condividendo le ragioni del movimento notav, di non candidarsi apertamente a lavorare nell’ufficio stampa della lobby sitav.
E anche i colleghi di Numa dovrebbero ammetterlo, ricordandosi che, come cita il codice deontologico del mestiere che praticano: i giornalisti non siano parte in alcun conflitto ma semplici testimoni”.
Tutto ciò per dire che non ci mettiamo in fila per dare solidarietà a Numa, ma anche che i pacchi bomba e i proiettili, non ci appartengono e non ne vogliamo essere accomunati, perchè sono l’altra faccia di quella medaglia che i vari Numa, vorrebbero mettersi sul petto.
ps: per chi è la prima volta che ne sente parlare, può vedere alcuni articoli qui e qui
tratto da http://www.notav.info

venerdì 11 ottobre 2013

WILKOMMEN IN DER HOLLE,HERR PRIEBKE!

Aveva festeggiato lo scorso luglio i cento anni il boia nazista Erich Priebke(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2013/07/dead-man-walking.html )uno tra i protagonisti e organizzatori diretti della rappresaglia delle Fosse Ardeatine avvenuta a Roma il 24 marzo 1944(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2010/03/fosse-ardeatine.html ),ed oggi finalmente varcherà le soglie dell'inferno in quanto questo bastardo che mai si è scusato e mai si è pentito per l'eccidio è crepato.
Di seguito un breve ritratto del gerarca nazista che come molti dei suoi simili è riuscito a scappare in Sud America per essere arrestato e trasferito in Italia per poi essere condannato all'ergastolo ma vista l'età aveva sempre passato gli arresti al proprio domicilio.
L'articolo è preso da ecn.org.

Morto a Roma l’ex capitano delle SS Priebke.
11 ottobre 2013
Morto a Roma all'eta' di 100 anni l'ex capitano delle SS Priebke.

ROMA - E' morto a Roma Erich Priebke, l'ex capitano delle Ss, condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine. Priebke aveva 100 anni. Lo annuncia il suo legale all'Adnkronos. Ha lasciato come "ultimo lascito" - fa sapere il suo legale - una intervista scritta e un video, "testamento umano e politico".
Fu uno dei responsabili dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui 335 civili e militari furono fucilati.
Era nato a Hennigsdorf il 29 luglio 1913. A 20 aderì al partito nazionalsocialista tedesco. Dopo la fine della guerra fuggì da un campo di prigionia vicino a Rimini e si rifugiò in Argentina. Fu estradato in Italia nel 1995 e al termine di un lungo processo, nel 1998, fu condannato all'ergastolo ma vista l'età avanzata - aveva già 85 anni - fu mandato ai domiciliari. Nel 2009 ha ottenuto il permesso di lasciare la sua casa.


 Priebke, il nazista che non si è mai pentito
L'ex ufficiale delle SS condannato per il massacro delle Fosse Ardeatine, non ha mai chiesto scusa La rappresaglia per l'attentato di via Rasella: Kapler compilò la lista delle vittime, Erich la batté a macchina
Mai una parola di pentimento per il proprio passato, mai un'espressione di comprensione per le vittime o le loro famiglie: per quasi cento anni anni Erich Priebke è rimasto fedele a se stesso, ed a quello che ha fatto. Cioè: aver partecipato al massacro delle Fosse Ardeatine, aver partecipato fin dai suoi inizi alla campagna di soppressione fisica degli oppositori politici del nazismo voluta da Adolf Hitler in Germania, averla proseguita in Italia fino al giorno stesso dell'arrivo degli americani a Roma il 4 giugno 1944.
La storia dell'"uomo che spuntava la lista" inizia in un sobborgo di Berlino, negli anni immediatamente successivi alla disfatta nella Prima Guerra Mondiale. Famiglia modesta, studi in un istituto alberghiero, un primo soggiorno a Londra ed uno a Sanremo, come cameriere. Sembra che tutto inizi di lì, dall'amicizia con un maestro di sci che lo introduce al verbo del nazionalsocialismo. Lui, Priebke, sostiene invece di essere sempre stato un uomo come tanti, un semplice esecutore di ordini, uno che il poliziotto lo faceva perché doveva sbarcare il lunario, ed in fondo si trattava di un mestiere onorevole. Una sistemazione dignitosa: il ruolo perfetto in una società perfettamente piccoloborghese - quella tedesca dell'epoca - che faceva del decoro apparente l'unità di misura della rispettabilità. Il terreno di coltura dove attecchiva, mentre il giovane Erich entrava nelle forze di polizia di Berlino, la banalità del male. Il fatto è che lui entrava nella polizia di Berlino,
e subito dopo confluiva nella Gestapo: la polizia segreta del regime. Di più: come rivelò all'epoca del processo l'AGI andando a cercare nei National Archives di Washington, Erich Priebke venne inquadrato nel Gestapa. Il Gestapa ("Geheim Staatspolizei Amt") era l'ufficio preposto all'individuazione ed alla schedatura degli oppositori del regime nazista. Si trattava soprattutto di comunisti, cattolici e socialdemocratici. A partire dal 1937 le SS, cui Priebke aveva nel frattempo aderito, iniziarono a rastrellarli. Finirono, a decine di migliaia, nel primo campo di sterminio del regime, quello di Sachsenhausen.
Sempre nel 1937 il Giovane Erich dette una duplice svolta alla propria vita: sposò la ragazza di cui era innamorato e se ne andò a Roma, a fare da interprete ad Adolf Hitler in persona in occasione della visita ufficiale da Mussolini. A Roma sarebbe tornato un anno dopo, questa volta in pianta stabile, alle dipendenze di Villa Wolkonski, l'ambasciata tedesca presso il Regno d'Italia. Qui conobbe l'uomo al quale il destino lo avrebbe legato: Herbert Kappler, giovane ufficiale delle SS anche lui, anche se di un grado superiore. Cosa facessero in realtà i due a Roma non si sa bene. Si sa che ad un certo punto un autorevole esponente della nobiltà nera romana gli affittò per pochi soldi una palazzina, uso ufficio, nei pressi di San Giovanni. A Via Tasso, dopo l'Otto Settembre, i capi della Resistenza romana venivano portati, torturati, qualche volta costretti a confessare. Spesso morivano. In fondo lo stesso mestiere, per Priebke, dei tempi della Gestapo.
Lui e Kappler stavano percorrendo a piedi la breve strada che unisce Villa Wolkonski a Via Tasso, il 23 marzo 1944, quando seppero dell'attentato a Via Rasella. Hitler ordinò prima la distruzione di Testaccio e San Lorenzo, poi si optò per la rappresaglia del 10 a 1: dieci fucilati per ogni tedesco ucciso. A fare la lista, nel corso di una notte, fu Kappler. Priebke batteva a macchina.
Si scelse prima tra i Todeskandidaten, quelli che tanto avrebbero dovuto morire comunque. Non bastavano: si decise di svuotare tutto il carcere, lasciando quelli le cui confessioni eventuali potevano servire al lavoro di intelligence politica Ma a morire dovevano essere in 330, ed anche così la lista non era completa. C'erano degli ebrei appena rastrellati, tra cui i sette Spizzichino. Sul camion, anche loro. Ma ancora restavano dei posti vuoti. Kappler e Priebke andarono dal prefetto repubblichino di Roma, Caruso, che consegnò una serie di criminali comuni, o solo gente in normale stato di fermo. Alla fine sui camion finirono in 335, contro i 330 inizialmente previsti. L'organizzazione di Via Tasso aveva funzionato anche troppo efficacemente Nemmeno 24 ore dopo l'attentato di Via Rasella quattro camion partirono da Via Tasso e Regina Coeli, presero l'Appia Antica e girarono a destra, sull'Ardeatina. Qui c'erano delle vecchie cave di tufo, utilizzate l'ultima volta alla fine dell'Ottocento. I prigionieri venivano fatti scendere, legati gli uni agli altri per le mani, a gruppi di cinque. Priebke spuntava i loro nomi dalla lista. Loro entravano nella grotta, si avvicinavano cinque SS, puntavano il fucile alla nuca e sparavano. Agli ufficiali toccò il primo turno di prigionieri: dovevano spronare la truppa a fare altrettanto.
Una volta eliminato un gruppo di condannati, il successivo entrava, era costretto a salire sui corpi di quanti erano già stati uccisi, poi le cinque SS appoggiavano la canna del fucile alla nuca e sparavano. Gli ultimi entrarono che quasi non c'era più posto: la catasta dei morti arrivava fino al soffitto. Furono costretti a salire fino in cima. Uccisi anche loro, i nazisti se ne andarono facendo saltare l'ingresso della cava. Non mancarono di buttarci davanti un mucchio di immondizia, per coprire l'odore.(AGI)
Il massacro venne scoperto, tempo dopo, da un gruppo di bambini che si era avventurato nella zona per giocare.
Al processo, cinquant'anni dopo i fatti, Priebke si difenderà dicendo di essersi limitato a spuntare i nomi dalla lista. Ma già Kappler, che nell'Italia del dopoguerra era stato arrestato, condannato, ricoverato al Celio e che aveva fatto in tempo a fuggire con l'aiuto della moglie per morire libero in Austria, aveva confermato che anche gli ufficiali avevano sparato.Le ricostruzioni provano poi che ci fu il caso di un caporale, Wetjen, che ad un certo punto si rifiutò di continuare. Kappler gli mise la mano sulla spalla, lo tranquillizzò, e lo indusse a continuare. Ma per quell'atto di insubordinazione il Caporale Wetjen non venne mai punito. Per ristabilire l'ordine Kappler ordinò un altro giro di esecuzioni anche per gli ufficiali. Tutti spararono una seconda volta. Il 3 giugno successivo si sparse la voce che gli Alleati erano alle porte di Roma. Per tutta la notte gli abitanti del quartiere San Giovanni videro alzarsi lunghe lingue di fuoco dal giardino retrostante la prigione di Via Tasso: erano Priebke a Kappler che bruciavano le carte dell'archivio. La mattina susseguente gli americani entrano dall'Appia e dalla Casilina, loro fuggono dalla Cassia, verso nord. Si dividono. Priebke continuerà nella sua opera prima a Verona e poi a Brescia.
Dopo la guerra Priebke sparì di circolazione. Finì a Bolzano, dove si fece battezzare da cattolico, poi con un passaporto ottenuto probabilmente grazie alla complicità di Monsignor Hudal (il parroco della Chiesa di Santa Maria della Pace a Roma, che per questo genere di attività non venne mai ricevuto in Vaticano da Pio XII) si imbarcò a Genova su una nave diretta a Buenos Aires. Qui il cerchio sembra chiudersi, perchè Priebke torna al mestiere di gioventù: un giornalista italiano lo incrocia per caso, nel 1954, in un bistrò della capitale argentina. Serve ai tavoli. Pochi anni dopo si trasferisce con tutta la famiglia a San Carlos de Bariloche, in mezzo alle Ande argentine che proprio in quegli anni ispirano a Walt Disney la meravigliosa foresta di Bambi. Inizia una nuova vita, trova la prosperità, possiede una clinica privata. La mattina del 12 maggio 1994 una troupe americana lo ferma per la strada. "E' lei Erich Priebke?", chiede Sam Donaldson della Abc. "Sì", risponde lui. E' il momento dei conti con la storia. Il doppio processo in Italia si conclude con la condanna ad una lunga pena detentiva, da scontare agli arresti domiciliari. Lui viene ospitato sulle prime in un convento, poi il suo procuratore lo porta a casa sua, in un piccolo appartamento di un quartiere romano. E' la metà di un dicembre di qualche anno fa. I vicini di casa accolgono quest'uomo che non ha mai mostrato la minima emozione, il minimo pentimento, per non dire una parvenza di turbamento, con uno striscione sulla facciata del palazzo: "Buon Natale, assassino"
(29 luglio 2013)

giovedì 10 ottobre 2013

INGOIATE IL ROSPO

I due gerarchi del M5S Grillo e Casaleggio hanno espresso il loro diktat nei confronti dei parlamentari del loro marchio di fabbrica accusandoli di non aver avuto il permesso sul caso dell'emendamento proposto e passato con la maggioranza dei voti nei confronti del dibattito sul decadimento del reato di immigrazione clandestina.
Secondo un loro pronostico l'Italia potrebbe essere invasa da tutte le parti dell'Africa e del Medio Oriente,rubando il lavoro agli italiani che già ne hanno poco etc.,discorso che non  farebbe una piega se fosse uscito dalla bocca di qualche leghista o di qualche altro appartenente alla destra,ma detto da Grillo per i più non sarebbe concepibile a parte di chi come me l'ha sempre accusato di razzismo con punte conclamate di fascismo.
Ora che qualche rappresentante del M5S esce dal coro,e questa volta tutti,l'editto pubblicato dall'organo ufficiale d'informazione(ed unico)del movimento ne è la conferma:che farà ora?
Forse radierà tutti i parlamentari cinque stelle o ingoierà il rospo assieme al burattinaio Casaleggio?
La risposta sarà a breve:contributo preso da Senza Soste,e per maggiori info sulle vicende passate rimando a questo link:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/12/il-porcellum-e-il-casaleggium.html .

Immigrazione: Grillo e Casaleggio sconfessano i loro senatori.
 
Almeno i fascisti – in versione camicia nera o verde fa lo stesso - lo ammettono di essere contrari all’immigrazione: per conservare la ‘purezza della razza ariana’ o difendere la cultura nazionale, oppure perché gli abitanti del terzo mondo va bene aiutarli, ma a casa loro. L’estrema destra almeno si prende la responsabilità politica di fare le campagne contro i disperati che scappano da guerre, carestie e disastri naturali (spesso frutto della rapina e delle guerre scatenate per procura dalle potenze occidentali o dalla multinazionali) additandoli come facile capro espiatorio e responsabili di tutti i problemi che affliggono le società europee.
Beppe Grillo e Casaleggio invece no. Sono contro l’immigrazione e contro una politica più umana di accoglienza e di gestione dei flussi migratori. Ma non perché sono razzisti. No. Semplicemente perché se non avessero questa posizione non li voterebbe nessuno. Lo dice chiaro e tondo un breve ma esemplare post a firma dell’ex comico e del padrone del marchio e dell’azienda ‘Cinque Stelle’, pubblicato sul sito Beppegrillo.it questa mattina che sconfessa esplicitamente due senatori eletti nelle liste del movimento. Che a ben guardare in realtà non hanno votato ieri – insieme a Pd e Sel – per l’abolizione del reato di clandestinità, derubricando l’ingresso illegale nelle nostre frontiere - secondo quanto spiegano loro stessi - a infrazione punibile per via puramente amministrativa con risparmio di soldi e tempo. Troppo comunque per un movimento che mescola suggestioni e proposte di destra e sinistra, attento a non prendere mai posizione su niente per paura di scontentare gli elettori progressisti o quelli reazionari. Una difficile arte, quella di mischiare le carte in continuazione e di confondere le acque, quando si hanno centinaia tra deputati e senatori. Finché si parla di piste ciclabili il gioco regge, ma quando si passa a questioni più spinose non più.
Questa volta, infatti, Grillo e Casaleggio, presi alla sprovvista da un incidente di percorso che ha visto i loro senatori decidere su una cosa così importante senza chiedere il permesso, hanno dovuto mostrare le carte. Dimostrando per l’ennesima volta la visione reazionaria dei padroni del M5S già emersa in passato su molte questioni. Oppure, nella migliore delle ipotesi, che il movimento è un contenitore vuoto: nessuna identità politica, nessuna visione del mondo, nessun progetto a lungo termine, nessuna visione di classe della società. L’unica funzione che si candida a svolgere è quella di portare nelle istituzioni una generica protesta contro la casta che di volta in volta rappresenta le pulsioni di una società impaurita e confusa, incapace di organizzarsi per difendere i suoi diritti e sempre più aggressiva e rancorosa contro chi sta appena un po’ peggio. L’M5S non prende decisioni, non ha pensieri propri, e se la società pensa che gli immigrati rubino il lavoro agli italiani questa è la posizione che gli eletti difenderanno nelle istituzioni.
 
Eccolo il diktat dei padroni del marchio:
"Ieri è passato l'emendamento di due portavoce senatori del MoVimento 5 Stelle sull'abolizione del reato di clandestinità. La loro posizione espressa in Commissione Giustizia è del tutto personale. Non è stata discussa in assemblea con gli altri senatori del M5S, non faceva parte del Programma votato da otto milioni e mezzo di elettori, non è mai stata sottoposta ad alcuna verifica formale all'interno. Non siamo d'accordo sia nel metodo che nel merito. Nel metodo perché un portavoce non può arrogarsi una decisione così importante su un problema molto sentito a livello sociale senza consultarsi con nessuno. Il M5S non è nato per creare dei dottor Stranamore in Parlamento senza controllo. Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l'abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico. Sostituirsi all'opinione pubblica, alla volontà popolare è la pratica comune dei partiti che vogliono "educare" i cittadini, ma non è la nostra. Il M5S e i cittadini che ne fanno parte e che lo hanno votato sono un'unica entità. Nel merito questo emendamento è un invito agli emigranti dell'Africa e del Medio Oriente a imbarcarsi per l'Italia. Il messaggio che riceveranno sarà da loro interpretato nel modo più semplice "La clandestinità non è più un reato". Lampedusa è al collasso e l'Italia non sta tanto bene. Quanti clandestini siamo in grado di accogliere se un italiano su otto non ha i soldi per mangiare?". 
Firmato Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio
Razzisti. Per necessità, per comodità, per convenienza e opportunismo, ma comunque razzisti.
Luca Fiore
tratto da http://www.contropiano.org
10 ottobre 2013

mercoledì 9 ottobre 2013

LA STRAGE DEL VAJONT CINQUANT'ANNI DOPO

Oggi ricorre il cinquantesimo anniversario della strage del Vajont,che provocò più di duemila vittime tra i paesi limitrofi alla diga e tutt'ora quella tragedia provocata dalla voglia di trarre profitti dell'uomo è rimasta impunita come tutte le stragi di Stato.
Brevemente il progetto della diga del Vajont nacque nel 1943 in epoca fascista ma solo nel 1957,con il permesso successivo della Repubblica italiana e con un piano rivisto in grandezza di dimensioni,si diede inizio ai lavori di costruzione per fermare il corso del torrente Vajont per ricavarvi energia idroelettrica.
Tra il 1959 ed il 1960 la più grande diga ad arco di tutto il mondo è pronta e comincia a formarsi il bacino d'acqua:la Sade,l'impresa che già dal 1943 aveva in mano tutta l'opera,sa che il monte Toc che fa da spalla ad una sponda del lago artificiale è a rischio di frane e tiene nascosto il tutto sperando che queste siano dilatate nel tempo e di piccola entità.
Nel dicembre del 1962 l'intero branco dell'energia elettrica viene nazionalizzata con l'istituzione dell'Enel,e la Sade avendo fretta di concludere il progetto forza il collaudo finale per poter vendere la diga allo Stato:il 9 ottobre dell'anno successivo accadde quello che purtroppo la cronaca ancora oggi ci ricorda a distanza di tanto tempo quando interi paesi e famiglie vennero spazzate via dalla forza della natura aiutata in maniera determinante dall'uomo.
L'articolo è preso da Senza Soste.

Vajont 9 ottobre 1963. Il vero responsabile è ancora a piede libero.
Già dal giorno dopo la tragedia si è cercato di oscurare la verità dei fatti. Tutta la stampa padronale si mobilita a mo' di scudo protettivo verso la gerarchia responsabile del disastro, dalle pagine dei giornali uscivano articoli sulla catastrofe naturale, sulla malignità della natura, su eventi che non si potevano prevedere, dove nessuno ha colpa. Giorgio Bocca scriveva sulla forza della natura che l'uomo non poteva dominare. Dino Buzzati esalta la tenuta della diga e sintetizza scrivendo che “un sasso è caduto in un bicchiere colmo d'acqua e l'acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui.” Il settimanale della Democrazia Cristiana La Discussione scrive: “Quella notte nella valle del Vajont si è compiuto un misterioso disegno d'amore”.
Oggi, nel cinquantesimo anniversario, ancora ci si ricorda di quella notte, i media trasmettono servizi con immagini e testimonianze, luoghi comuni e sentimento di unità nazionale, in ogni occasione eludendo la domanda del perché. O al massimo i perché vengono spiegati ancora con totali falsità (la più in voga ora il ritardo della geologia). O ancora le ultime rivelazioni-scoop da fotoromanzo della figlia di un notaio, il quale avrebbe assistito a conversazioni in cui si rivelava che la frana sarebbe stata provocata deliberatamente. Oltre ad aggiungere falsità si rilancia il revisionismo. Si vogliono celare le vere responsabilità e tutte le dinamiche dei fatti, nascondere le vere ragioni di quelle duemila morti nella notte del 9 ottobre 1963 nella valle del Vajont e a Longarone. Si sa, la verità è rivoluzionaria. La storia del Vajont è una storia esemplare in cui vengono alla luce le dinamiche basilari che ancor'oggi si ricalcano in altri contesti. Una storia dove ad ogni passo si riesce a seguire il filo conduttore dell'interesse economico di pochi che scavalca l'interesse delle masse popolari e la vita di innocenti.
Non è lo scopo di questo breve articolo entrare nei dettagli della storia dei fatti (recuperiamo invitando alla lettura del libro di Tina Merlin “Sulla pelle viva, Come si costruisce una catastrofe”), ma una semplicemente enunciazione può inizialmente far aprire gli occhi. A partire dalle modalità losche della concessione dei lavori; all'esproprio delle terre dei contadini; alla violenza sugli oppositori; alla complicità tra impresa costruttrice e stato; alla prostituzione di settori accademici; alla noncuranza della storia della valle; agli avvertimenti contemporanei alla costruzione della diga, come frane e crolli nei paesi circostanti e come la prima frana del Vajont nel 1960; all'imboscamento di studi scientifici che segnalavano elevati pericoli; al depistaggio riguardo segnali di scosse di terremoto e slittamenti della montagna; agli studi e ai lavori per provare ad aggirare un problema non più risolvibile (galleria di by-pass); ai lavori della diga pagati dai contribuenti due volte (prima attraverso finanziamenti dello stato e poi con l'indennizzo per la nazionalizzazione).. e ancor dopo la tragedia l'opera di falsificazione da parte di SADE, stato, e dei loro servi; l'elemosina verso i superstiti trattati come numeri; la speculazione di professionisti sui diritti dei superstiti; la speculazione con la “legge Vajont” (n. 357/1964) in cui venivano facilmente elargiti miliardi di lire ad imprese estranee al disastro per dare inizio allo sviluppo in quel nord-est ancora in ritardo.
Allora, come sempre, l'opera è spacciata come necessaria. Mentre in realtà la necessità è solo per un sistema barbaro. Ora grazie alla tarda riscoperta delle dinamiche dei fatti, all'opera di Marco Paolini, e anche grazie al film del regista Martinelli, alla riscoperta quindi del grande lavoro di denuncia fatto al tempo da Tina Merlin, molte persone riescono a capire che con il Vajont, usando le parole di Mauro Corona, “il 9 ottobre alle 22.45 duemila persone entrano nel nulla per ambizioni e interessi altrui”. Ma non tutti riescono ancora a scovare e capire la causa primaria.
Il Vajont non è l'esempio della vergogna della scienza e della tecnica, come alcuni ancora dicono, ma dell'uso che l'uomo piegato al profitto ne fa. Non per una malvagità naturale dell'uomo, che non esiste, ma come membro piegato ad una gerarchia di comando che domina sulla maggioranza della popolazione. Ogni problema tecnico si riduce ad un problema economico di premio che si ottiene riducendo i costi ed alzando i ricavi. E' il profitto il vero responsabile, e neanche il profitto selvaggio, semplicemente il profitto. Per cui lascia il tempo che trova andare a scovare le responsabilità personali, che certo ci sono, ma che sono tutte condotte alla grande responsabilità di morte di questa legge, alla responsabilità del sistema capitalistico.
E poco contano mere denunce, se non si fanno scendere in campo forze reali di mobilitazione e di lotta tenace contro questi meccanismi e contro questo sistema. Infatti, il lavoro svolto al tempo da parte del PCI (che di comunista aveva ben poco, un partito già corroso dal riformismo), l'unica forza che appoggiava le ragioni degli oppositori alla costruzione della diga, fu arrendevole, cioè si limitò a iniziative istituzionali (interpellanze, inchieste e ricorsi alla magistratura) ed ad una marcia per la sicurezza, quando anche un inviato speciale sul luogo del disastro disse “che a fronte di tale situazione e documentazione, i comunisti avessero dovuto fare la rivoluzione”. Il PCI, fuso nel sistema borghese, subì addirittura l'attacco lanciato da Montanelli che li definiva come sciacalli del Vajont. Il PCI rinunciò alla battaglia politica sul Vajont (scegliendo piuttosto un'azione umanitaria verso i superstiti), e rivendicò questa scelta. Tutta la storia e la filosofia del Vajont ovviamente non resta confinata a sé stessa, ma rilancia oggigiorno inevitabilmente ad altri casi. Casi in cui viene riproposto l'interesse del capitalismo contrapposto all'interesse delle masse popolari: terremoto de L'Aquila, TAV Torino-Lione, ILVA di Taranto, ponte sullo Stretto di Messina, Mose, Muos, sono solo alcuni esempi.
Ogni giorno il sistema capitalismo, tra crisi, guerre e disastri, mostra la sua decadenza. E' necessario prendere atto dell'anti-storicità di questo sistema di sfruttamento e barbarie, e quindi prendere parte attiva per il cambiamento e l'alternativa: per un governo dei lavoratori, per il socialismo)
ELDER RAMBALDI
PCL  BELLUNO

lunedì 7 ottobre 2013

PENSIONI SEMPRE PIU' LONTANE E STRIMINZITE

L'articolo di oggi preso da Senza Soste parla di una problematica emersa pochi giorni fa ma che però è frutto di un'incubazione più lunga,di almeno qualche mese ed è una decisione targata governo Monti dove l'ex ministro Elsa Fornero ha fatto di tutto e di più per rendere la pensione sempre più lontana nel tempo e sempre più striminzita di denaro.
Comunque la riforma,che ricordiamo è stata votata in maniera bipartisan la scorsa legislatura,è il proseguo di altre approvate prima dove l'età pensionabile è sempre più elevata e su questo è solo una continuità con gli ultimi governi.
A questo giro però quando finalmente si arriva al fatidico giorno del meritato riposo lavorativo vi potrebbero essere sorprese come un allungamento di qualche mese o addirittura di più oppoure un decurtamento della pensione stessa in quanto la somma di malattie,permessi di vario tipo,anni di studio universitario e assenza dal lavoro per aver donato il sangue non saranno valide nel conteggio dei giorni stabiliti per decretare la somma del pagamento del mensile stesso.
Qui di seguito il contributo che s'incentra soprattutto sull'ultima voce in capitolo,quella dei donatori di sangue che sarebbero penalizzati da questa nuova-vecchia riforma.

Sei un donatore? Allora vai in pensione più tardi .
Per colpa della Riforma Fornero sono decine coloro che rischiano di trovarsi costretti ad allungare la propria permanenza sul posto di lavoro per un numero di giorni pari a quelli in cui hanno donato. L’alternativa è una decurtazione del 2% dell’assegno previdenziale nel caso in cui non volessero e non potessero recuperare le giornate che la nuova legge ritiene perse.
Il sangue langue! Così recita uno degli spot più conosciuti lanciati dalle associazioni dei donatori e dai centri trasfusionali. Senza le migliaia di volontari che ogni giorno offrono gratuitamente la loro disponibilità donando a chi ne ha bisogno un bene così prezioso quale il sangue.
E allora lo Stato cosa fa? Invece di premiare e di incentivare le donazioni, penalizza i donatori. E’ infatti di queste ultime ore la notizia pubblicata dal Sole24ore secondo la quale tutti i pensionati che hanno donato il sangue devono recuperare i giorni di regolare permesso dal lavoro, presi per aiutare il prossimo, oppure rinunciare al 2% della pensione. Questo quanto previsto dalla riforma Fornero che stavolta torna a far parlare di sé, non per l'altrettanto disastrosa vicenda degli esodati, ma per un'altra nefandezza arrecata proprio ai danni dei lavoratori-donatori di sangue e delle migliaia di pazienti ricoverati che attendono di essere trasfusi.
Secondo l'AVIS, i donatori in procinto di andare in pensione, sarebbero costretti proprio dalla riforma Fornero a rimandare l’uscita dal lavoro per recuperare i giorni in cui, con regolare permesso, hanno goduto della giornata di astensione dalla prestazione lavorativa per effettuare il prelievo. Dopo un rapido calcolo, per chi dona il sangue da quando ha 18 anni e lo fa a pieno regime (quattro volte l'anno), è emerso che in quarant'anni di vita lavorativa il donatore dovrà recuperare 160 giornate di astensione dal lavoro, che si traducono il 7-9 mesi in più di servizio. L'alternativa è quella di smettere comunque di lavorare alla data prevista, ma con una decurtazione del 2% sull’assegno previdenziale.
La notizia si commenta da sè: certe cose accadono solo in Italia!
tratto da http://www.contropiano.org

domenica 6 ottobre 2013

NAZZZI ROCK

Milano,dopo varie festicciole poco cagate organizzate da parte di qualche fascistello e nazistello o addirittura derattizzate nella propria provincia ed in quelle limitrofe di Como e Varese(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2013/09/debellate-iniziative-di-estrema-destra.html )ha dovuto dare un'altra porta in faccia a questi esseri vili in quanto il teatro Manzoni ha proibito l'uso della propria sala per il così detto concerto"nazi rock"in programma per la metà di dicembre.
Il teatro dapprima aveva dato accesso a questa merda di manifestazione,ma dopo alcune pressioni e chiarimenti ha fatto dietrofront asserendo che chi aveva proposto l'evento non aveva spiegato bene che razza di raduno di stronzi suonanti e suonati era.
L'articolo è preso da Ecn.org e voci danno ancora i nazifasci alla ricerca di qualche locale o loculo dove poter esibire personaggi e concerti:che in uno Stato nato dalla Resistenza non dovrebbero nemmeno avere la presunzione di chiedere.

Milano Il dietrofront del teatro Manzoni: niente sala al concerto nazi-rock ·

La decisione dopo l'articolo di 'Repubblica' che segnalava l'evento del 16 dicembre sul palcoscenico milanese. Il direttore Arnone: "Gli organizzatori non ci avevano illustrato la vera natura di quel raduno"
di MATTEO PUCCIARELLI

Il dietrofront del teatro Manzoni: niente sala al concerto nazi-rock Il Teatro Manzoni

Niente Teatro Manzoni per il concerto neonazista fissato per il prossimo 16 dicembre a Milano. È il primo effetto sortito dopo che Repubblica ha dato notizia dell’evento. Con il direttore della struttura che fa marcia indietro e attacca gli organizzatori: «Avevamo dato l’ok all’affitto seguendo le normali procedure e fidandoci del nostro interlocutore — spiega Alessandro Arnone — poi quando abbiamo aperto il giornale siamo cascati dalle nuvole. Non ci avevano illustrato quale fosse la vera natura del raduno. Che non assolutamente è in linea con la politica del nostro teatro».

In sostanza — è la ricostruzione di Arnone — le sigle di estrema destra avevano mandato avanti il circolo culturale Excalibur, un nome “pulito” e sconosciuto ai non addetti ai lavori grazie al quale poter prenotare un teatro prestigioso, centralissimo e capiente (700 posti) senza troppi problemi. Omettendo il programma dell’iniziativa, che negli ambienti neofascisti era già stata ribattezzata come la “Woodstock nera”. Cioè un festival con ospiti le band più conosciute nei circuiti eversivi e negazionisti. «Abbiamo fatto gli approfondimenti del caso, a volte capitano delle sviste, l’importante è rimediare in qualche modo», rimarca il direttore del teatro.

Adesso resta da capire se il raduno verrà soppresso del tutto o se l’estrema destra cercherà un altro luogo sempre a Milano o nei dintorni. Per questo l’Anpi non abbassa la guardia: «Mentre chiediamo l’intervento delle istituzioni cittadine e delle autorità competenti perché questi raduni che si pongono in aperto contrasto con i principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza e con le leggi Scelba e Mancino vengano vietati, chiamiamo i cittadini e gli antifascisti alla massima vigilanza democratica», dice il presidente provinciale Roberto Cenati. Concetto ribadito dalla Cgil: «Milano e i milanesi devono indignarsi e pretendere che tali iniziative vengano proibite». Soddisfatto il presidente del consiglio comunale, Basilio Rizzo, perché «la decisione del Manzoni è un chiaro segnale, le mobilitazioni antifasciste hanno dato fiducia a chi intende rispettare la Costituzione e la Resistenza. Abbiamo fatto capire che in città tira un’aria nuova, sono sicuro che anche altri negheranno i propri spazi».

Già nei giorni scorsi a Milano si sarebbe dovuto tenere il Festival Boreal, una sorta di Internazionale nera; ma le pressioni della giunta comunale avevano costretto lo spostamento a Cantù. «Le diverse formazioni della galassia neofascista da tempo lottano per riconquistare uno spazio di visibilità in città», commenta il deputato pd Emanuele Fiano. Pericolo che anche stavolta sembra sventato.

(19 settembre 2013)


Dopo la denuncia del Fatto, il Teatro Manzoni annulla il concerto nazirock
Il direttore: “Non ci eravamo resi conto della natura dell'evento”, anche se dal sito era chiaro chi fossero gli organizzatori. Gioisce la galassia antifascista milanese. Ora però resta da capire se la “Woodstock nera” verrà spostata in un'altra arena o annullata
di Lorenzo Galeazzi | 19 settembre 2013

Dopo la denuncia del Fatto, il Teatro Manzoni annulla il concerto nazirock

I rocker neonazisti dovranno trovare un altro palco sul quale esibirsi. Dopo la denuncia del fattoquotidiano.it, che aveva raccolto una segnalazione dell’Osservatorio democratico, il sito dedicato al monitoraggio della destra estrema di Milano e dintorni, il Teatro Manzoni ha ingranato la retromarcia e dato il ben servito agli organizzatori della kermesse nazirock.

Doveva essere la “Woodstock nera”, “il concerto più importante dal Campo Hobbit a oggi”, appuntamento fondamentale per gli amanti della svastica e del rock estremo. E i camerati avevano deciso di fare le cose in grande: per commemorare la figura di Carlo Venturino, il fondatore della band di estrema destra Amici del Vento, scomparso 30 anni fa, avevano scelto uno dei teatri più importanti di Milano e d’Italia, il Manzoni, appunto, che dal 1978 è di proprietà della Fininvest.

Nonostante si fosse cercato fino all’ultimo di tenere segreta la location, sul sito che promuoveva l’evento c’era scritto “le indicazioni sul teatro verranno date solo a chi ha già acquistato il biglietto”, l’Osservatorio democratico era riuscito a identificare il luogo nell’arena di proprietà del gruppo Berlusconi. Contattati dal fattoquotidiano.it, in un primo momento lo staff del Manzoni si era trincerato in un “non sappiamo niente della natura dell’evento”. Ma poi, in seguito alla segnalazione di Saverio Ferrari, animatore del sito cane da guardia delle nuove destre, ripresa anche da altri organi stampa, la pressione è diventata troppo forte e così il direttore ha deciso di voltare le spalle all’adunata neonazista.

Contattato dai colleghi di Repubblica Milano, il numero uno della struttura, Alessandro Arnone, spiega la sua versione dei fatti: “Avevamo dato il via libera all’affitto fidandoci del nostro interlocutore, che non vi ha assolutamente informato della vera natura del raduno. Che non è assolutamente in linea con la politica del nostro teatro”. In realtà bastava farsi un giro sul sito promotore dell’evento per rendersi conto della sua “vera natura”. Sì, perché a differenza di altri casi nei quali i neonazisti si nascondono dietro il paravento di associazioni culturali in apparenza innocue, sul portale erano ben visibili i banner di Lealtà Azione e altre consorterie della galassia neofascista milanese. Che, vale la pena ricordarlo, non sono né Forza nuova ne qualche altro raggruppamento della destra sociale, ma gli Hammerskin, la più pericolosa formazione di teste rasate ramificata in molte città del mondo compreso il capoluogo lombardo.

Tira un sospiro di sollievo l’universo antifascista cittadino, dall’Anpi alla Cgil fino a diversi esponenti della maggioranza di centrosinistra in Comune. “Le tante mobilitazioni hanno fatto capire che in città tira un’aria nuova”, dice soddisfatto il presidente del consiglio comunale Basilio Rizzo al dorso locale di Repubblica. Resta però da capire se l’evento sarà annullato oppure spostato in un’altra arena. Quel che conta, per il momento, è che il salotto buono della città, seppure in ritardo, ha detto “No” all’orgoglio neonazi.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/19/dopo-denuncia-del-fatto-teatro-manzoni-annulla-concerto-nazirock/716335/

sabato 5 ottobre 2013

HERRIRA AURRERA!

Come sempre il sito di Contropiano offre un'ampia e dettagliata finestra sulla situazione dei Paesi Baschi,ed oggi era il giorno della grande manifestazione indetta a Bilbao a meno di una settimana dall'arresto di diciotto compagni facenti parte dell'organizzazione di Herrira,che è stata interdetta per due anni da ogni attività.
Nel frattempo questi volontari del movimento per la tutela e la solidarietà ai prigionieri politici sono stati liberati in quanto pure il giudice Velasco,il firmatario di tutto questo pasticcio spagnolo,non ha in mano praticamente nulla per tacciare queste persone di terrorismo o altro.
Oggi anche in varie altre realtà di Euskal Herria ma anche nel resto dell'Europa e pure da noi alle diciotto ci sono stati volantinaggi,cortei e presidi in favore della"riabilitazione"sociale di Herrira.
Il link dell'articolo:http://www.contropiano.org/internazionale/item/19498-euskal-herria-disobbedisce-la-solidarieta-inonda-bilbao .

Euskal Herria disobbedisce, la solidarietà inonda Bilbao.

Di cifre ancora non si parla, da quelle parti sono più seri che in Italia nel dare i numeri sulla partecipazione alle manifestazioni. Ma basta guardare le foto e i video che già circolano in rete sulla grande manifestazione che oggi ha inondato il centro di Bilbao per accorgersi che la mobilitazione è stata piena, determinata, capillare. E ha portato in piazza un’enorme folla contro l’ennesima provocazione di Madrid sulla pelle dei prigionieri politici baschi e dei loro familiari andata in scena lunedì quando centinaia di agenti incappucciati hanno assaltato le sedi del movimento popolare Herrira e arrestato 18 tra coordinatori e militanti.
Una grande ovazione e applausi scroscianti hanno accolto poco dopo le 17,30 la partenza del compatto corteo, aperto da un grande striscione che recitava “Tantaz tanta, euskal presoen eskubideen alde’ (“Una marea per i diritti dei prigionieri baschi”). In prima fila, ad aprire il corteo, volti noti della società basca: il surfista Axi Muniain, il cineasta Juanba Berasategi, gli scrittori Eider Rodríguez, Irati Jiménez, e Lutxo Egia; i musicisti Joseba Tapia, Inés Osinaga e Txerra Bolinaga; la scalatrice Irati Anda, il campione di pelota Oier Zearra, l’attrice Itziar Ituño e altri ancora. Con loro esponenti politici di tutti i partiti della sinistra indipendentista e anche della sinistra federalista, insieme ai dirigenti di tutte le sigle del sindacalismo di classe e ‘soberanista’ che ieri hanno scioperato e dato vita a manifestazioni capillari per denunciare l’ennesima operazione repressiva. Non c’erano dirigenti dei partiti regionalista Pnv e socialista PSE, che però hanno ribadito la loro contrarietà a quello che appare un atto di arbitrio destinato a rendere più difficile il cammino verso la soluzione definitiva del conflitto basco.
Una risposta patente e potente, quella di oggi, alla tesi dell’Audiencia Nacional di Madrid e del Ministro degli Interni spagnolo secondo i quali Herrira, l’associazione di solidarietà con i prigionieri, sarebbe “un tentacolo dell’ETA”. A dimostrare il legame organico, oltre le normali attività del movimento costituitosi circa due anni fa, anche gli 'ongi etorri', le celebrazioni festose di ricevimento popolare organizzate ogni qualvolta un prigioniero politico esce dal carcere e torna alla sua comunità.
Una tesi smentita non solo dal buon senso, dalla realtà e dall’enorme partecipazione alla mobilitazione di oggi, ma anche dallo stessa magistratura speciale ‘antiterrorismo’. Il giudice Eloy Velasco, quello che ha firmato gli ordini di cattura, tra giovedì e venerdì ha smentito sé stesso e la fondatezza delle accuse, visto che ha rimesso in libertà tutti gli arrestati, e solo quattro di loro dietro pagamento di una cauzione. Una vera e propria rivendicazione, data l’infondatezza giudiziaria, del teorema accusativo, e del carattere politico dell’organizzazione che in questi anni ha animato settori crescenti della società basca a mobilitarsi per il rispetto dei diritti minimi dei militanti dell’ex organizzazione armata, e non solo, rinchiusi nelle carceri di Madrid e Parigi. La Spagna sui prigionieri non può e non vuole negoziare: perché continua a utilizzare il tema del contrasto al terrorismo come arma di distrazione di massa nei confronti di una popolazione impaurita da crisi e disoccupazione. E perché una gran parte dell’opinione pubblica spagnola, avvelenata da un nazionalismo reazionario e aggressivo, e già messa in crisi dall’accelerazione del processo indipendentista catalano, potrebbe non sopportare eventuali passi del governo Rajoy (il più a destra che Madrid abbia avuto dalla fine del franchismo) in direzione di una risoluzione negoziale e giusta del tema dei prigionieri politici. Alla marcia ‘azzurra’ di oggi – dal colore della campagna di solidarietà con i prigionieri ed ora con Herrira - hanno partecipato anche tutti gli arrestati, accolti da ali di folla che non hanno lesinato abbracci e slogan di incitamento. Finché la testa del corteo, dopo aver percorso chilometri di ampie strade del centro della più popolata città basca ancora occupate al grido di ‘Euskal Presoak Etxera’ (Prigionieri baschi a casa) e ‘Herrira Aurrera’ (Avanti Herrira), non è arrivata sulla scalinata del municipio, dove alcuni rappresentanti del movimento popolare hanno letto un breve messaggio che riassumeva le parole d’ordine della mobilitazione, manifestando innanzitutto un totale appoggio a Herrira e ai suoi obiettivi. E chiarendo che l’ordine da parte del tribunale di Madrid sulla sospensione per due anni delle attività di Herrira – i cui dirigenti sono accusati di incitamento al terrorismo, partecipazione e finanziamento di banda armata - rimarrà lettera morta. Ancora una volta, Euskal Herria ha dimostrato che non intende obbedire all’imposizione.

venerdì 4 ottobre 2013

MA E' CAMBIATO QUALCOSA?

L'articolo odierno è la conclusione ad una settimana in cui il governo è caduto,è risorto,Berlusconi prima voleva la sfiducia e poi alcuni parlamentari Pdl si sono staccati,l'ex premier nel giro di poche ore ha dato stavolta la fiducia e pochi minuti fa non è più un senatore in quanto la giunta per le elezioni del Senato ha dato parere favorevole alla sua decadenza.
Nei giorni scorsi non avevo nemmeno accennato a tutto questo,eventi che avrebbero dovuto avere maggiore risalto,ma ho ritenuto opportuno dedicarmi ad altre storie per me più importanti,e diciamoci la verità alla fine non è che sia cambiato molto anche per il fatto che dalle premesse avrebbe dovuto invece esserci uno scossone enorme alla politica italiana.
Effettivamente la fine di Berlusconi era già nell'aria,e chi ora seguirà Alfano non so se lo possa fare nello stesso partito del cavaliere rimasto a piedi,d'altronde i cambi improvvisi di umore e di decisioni di Berluscojoni sono ormai all'ordine del giorno da parecchio tempo.
L'articolo è preso dal sito della Repubblica on line:http://www.repubblica.it/politica/2013/10/04/news/decadenza_il_giorno_del_voto_prime_schermaglie_in_giunta-67864906/?ref=HREA-1 .

La Giunta dice sì alla decadenza di Berlusconi
Polemica M5S-Pdl per una battuta di Crimi

Al Senato il primo giudizio sulla permanenza del Cavaliere in Senato dopo la condanna definitiva per frode fiscale. Assenti gli avvocati dell'ex premier: "E' un organismo non imparziale". La seduta inizia con il ricordo delle vittime di Lampedusa. Crimi fa battute su Berlusconi su Facebook durante la seduta pubblica. Schifani a Grasso: "Sospendere i lavori". Il presidente del Senato: "Comportamento inqualificabile, ma non posso intervenire"
ROMA - La Giunta per le elezioni del Senato ha detto sì alla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. Dopo quasi sei ore di Camera di Consiglio a Palazzo Madama la Giunta ha votato a maggioranza la decadenza del Cavaliere, dopo la condanna definitiva per frode fiscale nel caso dei diritti tv Mediaset.
Il voto per la decadenza era quasi scontato. Da più parti si era infatti ipotizzata una conclusione dei lavori in giornata. A nulla sono valsi i tentativi del Pdl di chiedere una sospensione della seduta in seguito alla polemica sulle battute infelici di Vito Crimi (M5S) su Berlusconi. La vera battaglia si combatterà nell'Aula, che entro venti giorni a partire dalla decisioni di oggi, sarà chiamata a ratificare la decisione presa dalla Giunta.
Il caso "Crimi". ll caso del giorno è creato però dai grillini per colpa di un messaggio postato su Facebook da Vito Crimi durante la seduta pubblica. Nel post il senatore grillino fa battute irriverenti sul Cavaliere e scatena la reazione indignata del Pdl, che coglie il pretesto al volo e arriva a chiedere al presidente Grasso lo stop dei lavori. A metà pomeriggio il presidente del Senato, oggi ad Assisi per le celebrazioni di Papa Francesco, condanna il comportamento di Crimi, ma chiarisce che non può sospendere i lavori della Giunta. Secondo il regolamento, infatti, non può nemmeno comunicare con i suoi membri per non violare il vincolo della segretezza.
Le posizioni dei partiti. Le forze politiche arrivano all’appuntamento schierate su posizioni contrapposte: il Pdl si stringe attorno al proprio leader e sostiene la tesi della non applicabilità della legge Severino, che prevede appunto la decadenza dei condannati, perché al momento in cui fu commesso il reato la legge non era ancora in vigore. Pd e Movimento Cinque Stelle sono invece orientati per un voto favorevole alla decadenza.
Assenti i legali del Cavaliere. Gli avvocati di Silvio Berlusconi non si sono presentati all'udienza pubblica. Una scelta che può significare che la battaglia in Giunta viene data già per persa. Franco Coppi, Piero Longo e Niccolò Ghedini motivano la loro assenza accusando la Giunta di non essere imparziale. E annunciano un ricorso: "Non vi è dubbio che anche questa ulteriore violazione dei diritti costituzionali e dei principi della Convenzione Europea troverà adeguato rimedio nelle sedi competenti".
Silenzio per Lampedusa. Il presidente della Giunta, Dario Stefàno, aprendo la seduta pubblica alle 9.30, ha ricordato la tragedia di Lampedusa e ha invitato gli altri componenti a osservare un minuto di silenzio.
Prime schermaglie. A seduta appena iniziata, il presidente ha respinto una pregiudiziale avanzata da parte di una componente della Giunta, Elisabetta Alberti Casellati (Pdl), non essendo consentite in questa fase. "Non le do la parola" ha tagliato corto Stefano, citando i poteri che gli derivano dal Regolamento dell'organismo.
Poi, dopo aver illustrato i punti cardine della memoria difensiva del Cavaliere e le posizioni in campo, ricorda ai componenti del tribunalino senatoriale, che "il numero legale fissato nella maggioranza dei componenti è applicabile anche alla Giunta in camera di consiglio". Non sono ammesse dunque variazioni numeriche. "In Camera di consiglio- chiarisce Stefàno- non sono ammessi componenti arrivati in ritardo o che dovessero allontanarsi dalla riunione della giunta in seduta pubblica". La seduta pubblica si chiude alle 10.45. I componenti della Giunta si blindano in Camera di Consiglio.
Fuoco amico dell'aspirante senatore. Durante la seduta pubblica, il primo intervento di merito - e di fatto l’unico - è stato quello dell’avvocato Salvatore Di Pardo, in rappresentanza di Ulisse Di Giacomo, del Pdl, già senatore nella passata legislatura, che si discosta dal suo gruppo. Di Giacomo è infatti il primo dei non eletti in Molise, la regione dove è stato eletto Berlusconi, e in caso di decadenza sarebbe lui a subentrare al posto dell'ex premier a Palazzo Madama. Inoltre è già data per certa la sua adesione al gruppo degli "alfaniani" che hanno preso le distanze dal leader. Il legale ha subito contestato i rilievi del Cavaliere, che nei giorni scorsi ha chiesto la ricusazione di una decina di membri della Giunta per manifesto pregiudizio. "Nessun senatore è imparziale - ha ricordato -, i giudizi sono sempre politici, da una parte e dall’altra. I senatori non sono giudici e non devono essere terzi. Questa è una garanzia non una penalizzazione". Di Pardo ha ricordato che se Berlusconi fosse stato trattato come un cittadino qualunque, a quest’ora non sarebbe già più senatore , così come avvenuto nel caso di tutti gli altri politici, "perché la giurisprudenza sulla legge Severino è granitica, il Consiglio di Stato ha già chiarito tutto. "La legge deve essere uguale per tutti", ha ribadito l'avvocato.

M5S, Crimi e Giarrusso postano messaggi e foto. I due senatori grillini non resistono alla tentazione di condividere sui social network la loro partecipazione ai lavori della Giunta. Crimi pubblica sulla sua pagina Facebook due post: il primo, alle 10.04 durante la seduta pubblica, a commento di un manifesto di "cuore azzurro" con cui i pidiellini Francesco Giro e Stefano De Lillo hanno tappezzato Roma per difendere e incoraggiare il Cavaliere. "Ma vista l'età - scrive Crimi riferendosi a Berlusconi- il progressivo prolasso delle pareti intestinali e l'ormai molto probabile ipertrofia prostatica, il cartello di cui sopra con "non mollare" non è che intende "non rilasciare peti e controlla l'incontinenza" (cit. Paola Zanolli)".  Un giudizio non proprio elegante, considerato anche il fatto che l'ex premier aveva avuto alcuni anni fa un cancro alla prostata. Crimi posta poi un secondo commento, quando la Giunta è già riunita in Camera di consiglio, infrangendo il divieto assoluto di comunicare con l'esterno: "Nessuna fiducia a chi prende in giro i cittadini. Tutti i retroscena di una settimana assurda. Alle 13.30 Qui: http://goo.Gl/lrymte". Ma poi, a parziale discolpa dell'ex capogruppo dei grillini al Senato, Adriano Nitto, collaboratore parlamentare di Vito Crimi, esce allo scoperto nel pomeriggio e precisa di aver pubblicato lui gli altri messaggi mentre Crimi era in Camera di consiglio.
Michele Giarrusso, anche lui presente in Giunta, pubblica invece sul proprio profilo Facebook una foto sua e della collega M5S Serenella Fucksia che gli siede accanto mentre è in corso la seduta pubblica.
Schifani: "Via Crimi dalla Giunta". Immediata la reazione del Pdl per bocca del capogruppo dei senatori Renato Schifani, che scrive a Piero Grasso chiedendogli di sospendere i lavori della Giunta e cacciare via Crimi: "Denunciamo al presidente Grasso un fatto gravissimo - dice Schifani - mentre la giunta delle elezioni è in camera di consiglio, l'esponente del movimento 5 stelle, Vito Crimi, sta esprimendo su Facebook giudizi volgari e offensivi contro il presidente Berlusconi, violando il regolamento del Senato". Gli fa eco Renato Brunetta: "L'attacco di Crimi a Berlusconi è volgare e inaccettabile. Grasso sospenda immediatamente Giunta, è importante salvaguardare le istituzioni".
Grasso: "Nessuna sospensione". La risposta di Grasso - che, come già detto, non può intervenire in Giunta senza incorrere nella violazione della segretezza in fase di Camera di consiglio - arriva a metà pomeriggio attraverso il suo portavoce, Alessio Pasquini: "Il comportamento di Crimi è inqualificabile e offensivo e verrà sottoposto ad un'approfondita istruttoria in Senato. Il presidente non ha il potere di intervenire sui lavori della Giunta".
Le altre reazioni. Nella polemica interviene anche il Pd, che per bocca di Stefano Esposito accusa il M5S di aver fornito "un assist" a Berlusconi, "propedeutico a quello che faranno in Aula. Lì dovremo stare molto attenti, perché voteranno contro la contro la decadenza". I senatori Pd Stefano Collina e Laura Cantini ironizzano: "Altro che nuovo sistema operativo... I parlamentari 5 stelle sembrano usciti dal format di 'Dilettanti allo sbaraglio'".
E su Crimi piovono critiche anche dai suoi stessi compagni di partito: "Ma io dico... Se c'era un momento più inopportuno per scrivere su Berlusconi quello era oggi - attacca il senatore 5 stelle Lorenzo Battista - I miei
complimenti per l'autore. Spero che il post sia dovuto a un'ingenua crisi di visibilità altrimenti ci sarebbe il dolo a suo sfavore".  Viceversa il grillino Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, attacca Schifani: "Solo scuse per fermare i lavori". Taglia corto Paola Taverna, capogruppo 5 stelle al Senato: "Basta con questa farsa. La Giunta non si ferma per una battuta".

giovedì 3 ottobre 2013

CIMITERO MEDITERRANEO

Rischia di essere una tra le tragedie più devastanti nel cimitero del Mediterraneo quella avvenuta oggi al largo di Lampedusa dove un barcone stracolmo di migranti ha preso fuoco imprigionando la maggior parte delle cinquecento persone presenti.
L'articolo preso dal Corriere della sera(http://www.corriere.it/cronache/13_ottobre_03/lampedusa-naufraga-barcone-migranti-e0102320-2bf7-11e3-b674-51fbe6c64466.shtml )spiega la cronaca e le prime reazioni politiche e sociali che questa ennesima strage che ha scosso il mondo intero.
Tutt'ora sono in corso le operazioni di salvataggio dei superstiti che sono riusciti a tuffarsi in mare,con l'isola di Lampedusa che,a detta del sindaco,non sa più dove trovare spazio per riporre le salme:la cronaca purtroppo almeno per ora non potrà fare a meno di queste notizie affinché la politica italiana ed europea si diano una svegliata e mettano il tema dell'immigrazione,clandestina o meno,ad un livello più alto tra le priorità.

A mezzo miglio dell’Isola dei Conigli 
LETTA: TRAGEDIA IMMANE.ALFANO VA SULL’ISOLA

Lampedusa, naufraga barcone di migranti

Decine di morti. Il sindaco: «Non sappiamo più dove mettere i corpi». Il Papa:«È una vergogna, simili tragedie non si ripetano»
 
Tragedia al largo di Lampedusa. Un barcone di migranti è naufragato a circa mezzo miglio dell’Isola dei Conigli. Centinaia di persone sono cadute in acqua, tra le quali una trentina di bambini e tre donne incinte. E’ stata una strage. La Guardia costiera ha recuperato inizialmente 94 cadaveri, compresi quelli di una donna incinta e di due bambini, un maschio e una femmina, mentre altri 100 corpi sarebbe stati trovati sotto il barcone: molti sarebbero di donne e bambini. Altri cadaveri ancora sono stati avvistati in mare. Le persone tratte in salvo sono 151. Secondo le testimonianze sul barcone viaggiavano circa 500 persone, quindi al momento i dispersi sarebbero oltre 150. Secondo la ricostruzione il barcone, si è rovesciato a poca distanza dalla riva e ha preso fuoco. L’allarme è stato dato dall’equipaggio di due pescherecci che transitavano nella zona.
Lampedusa, naufraga un barcone: decine di migranti morti in mare.     

«COSI’ SIAMO STATI AVVOLTI DAL FUOCO» - Secondo il racconto di alcuni superstiti il barcone ha preso fuoco. «Quando siamo arrivati in prossimità dell’isola abbiamo deciso di accendere un fuoco, incendiando una coperta, per farci notare - raccontano - Ma il ponte era sporco di benzina: in pochi attimi il barcone è stato avvolto dalle fiamme; molti di noi sono si sono lanciati in acqua tra le urla mentre la barca si capovolgeva».
DALLA BANCHINA ALL’AEROPORTO - Per ora i corpi sono stati condotti sulla banchina del porto, trasformato in una camera mortuaria a cielo aperto. Poi i cadaveri saranno trasferiti nell’hangar dell’aeroporto. La decisione è stata presa perché il numero delle vittime sembra destinato a crescere. «Dal punto di vista dei numeri delle vittime è una tragedia senza precedenti. In tanti anni di lavoro qui non ho mai visto nulla di simile» testimonia il medico responsabile del Poliambulatorio di Lampedusa, Pietro Bartolo. «Ho trovato una situazione a dir poco tragica», commenta Pietro Bartolo responsabile sanitario del poliambulatorio dell’isola siciliana.
SOCCORSI- Finora sono stati recuperati 151 naufraghi, tratti in salvo dalle motovedette e da alcune barche di diporto che stanno partecipando ai soccorsi. Un Canadair dei Vigili del Fuoco è decollato a mezzogiorno dall’aeroporto di Roma Ciampino, diretto sull’isola di Lampedusa. A bordo squadre di sommozzatori del Corpo con attrezzature per effettuare le ricerche in mare dei dispersi.
«MOTOPESCA INDIFFERENTI» - «Basta! Ma che cosa aspettiamo? Cosa aspettiamo oltre tutto questo? È un orrore continuo» dice il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini. Che riferisce anche del fermo di un presunto scafista. Dalle parole del sindaco emergono anche dettagli scioccanti sul naufragio. «È una tragedia immane. I superstiti, dice, «hanno spiegato di aver acceso i fuochi a bordo perché non avevano campo e i telefonini non prendevano. Sono così tutti finiti in mare e raccontano che alcuni motopesca, due o tre, sono passati e sono andati avanti senza aiutarli. Questo è quello che dicono loro, ma se è vero bisognerà fare luce anche su questo» il sindaco denuncia a Rainews 24.
ALFANO A LAMPEDUSA - «Fatto punto su immane tragedia di Lampedusa con Alfano e vertici ministero che si recheranno subito sul luogo disastro per i primi interventi» scrive il premier Enrico Letta su Twitter. Ad andare sull’isola sarà il vicepremier Angelino Alfano, che ha annullato la conferenza stampa con i ministri del Pdl, convocata all’indomani della fiducia. Interviene anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, sottolineando che siamo tutti vittime «consapevoli o no, di quella “globalizzazione dell’indifferenza” che proprio a Lampedusa Papa Francesco ha denunciato in modo sferzante».
IL PAPA: VERGOGNA - Il pontefice interviene prima con un tweet: «Preghiamo Dio per le vittime del tragico naufragio a largo di Lampedusa». Poi, parlando a braccio: «Viene la parola vergogna: è una vergogna!», dice. «Parlando di pace, parlando della inumana crisi economica mondiale, che è un sintomo grande della mancanza di rispetto per l’uomo, non posso non ricordare con grande dolore le numerose vittime dell’ennesimo tragico naufragio avvenuto oggi al largo di Lampedusa» afferma, in dettaglio, al termine del discorso ai partecipanti al convegno sulla Pacem in terris. «Viene la parola vergogna: è una vergogna!», aggiunge. E ancora: «Uniamo i nostri sforzi perché non si ripetano simili tragedie. Solo una decisa collaborazione di tutti può aiutare a prevenirle».
L’INCHIESTA - Oltre al fermo del presunto scafista, la Procura della Repubblica di Agrigento ha aperto un’inchiesta sul naufragio. Il fascicolo è stato istruito dal sostituto procuratore Andrea Maggioni. Secondo quanto si è appreso, la procura, oltre al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ipotizza anche il reato di omicidio plurimo.
EMERGENZA NEL CENTRO DI ACCOGLIENZA -Nella notte era approdata sull’isola un’altra «carretta del mare» con 463 persone a bordo. I profughi sono stati trasferiti nel Centro di prima accoglienza. «Non sappiamo più dove mettere i morti e i vivi» lancia l’allarme il sindaco Nicolini. Al centro di accoglienza si trovano oltre 1350 persone. Ne ospitava 770 fino a mercoledì, si sono aggiunte quelle del primo sbarco d oggi e dovranno essere accolti anche i migranti superstiti del naufragio.
I PRECEDENTI - Quello di giovedì mattina è il secondo sbarco in un meno di una settimana finito in tragedia sulle coste siciliane. Lunedì 30 settembre tredici migranti erano morti annegati a Scicli , nel ragusano, nel tentativo di raggiungere la costa. Altre sei vittime, il 10 agosto scorso, sulla spiaggia del lungomare della Plaia di Catania, nei pressi del «Lido Verde», annegate, anche loro, nel tentativo di raggiungere la riva. Secondo Fortress Europe, dal 1994 nel solo canale di Sicilia sono morti oltre 6.200 migranti.

mercoledì 2 ottobre 2013

TANTA VIOLENZA E POCA COSCIENZA

La notizia della condanna a dodici anni e mezzo per il poliziotto operante a Genova Massimo Pigozzi(già inquisitore di Bolzaneto)per quattro stupri è la conferma che le mele marce nelle forze del disordine sono sempre tante e nascoste dietro l'angolo e che gli abusi in divisa sono molteplici e pochi quelli che vengono a galla.
Sommando a questo il fatto che le denunce contro questa categoria di personaggi sono poche e comunque in percentuale minima rispetto alle violenze effettivamente perpetrate,questa notizia deve fare riflettere in modo particolare.
Che polizia,carabinieri etc.usino le loro caserme e le camere di (in)sicurezza per i loro porci comodi,per stuprare,torturare ed ammazzare questo è risaputo,così come la violenza sessuale contro le donne nel Cie è pratica usuale(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2009/11/violenza-contro-chi-non-vuole-piu.html )e che lo Stato di polizia sia da anni un punto fermo della nostra società,a rimetterci sono i soliti quattro gatti che operano diciamo nel giusto o per lo meno non sono talmente idioti da sapere usare un barlume di coscienza nel proprio lavoro.
Il carabiniere che ieri è riuscito a salvare alcuni migranti in difficoltà nel mare mosso di Scicli in provincia di Siracusa(Carmelo Floriddia)rischia di essere la classica mosca bianca di un gruppo di persone che fanno parlare di loro nella cronaca più spesso per demeriti che per dei valori.
L'articolo è preso da Baruda.net(http://baruda.net/2013/10/01/stupratore-di-4-donne-e-torturatore-a-bolzaneto-e-massimo-pigozzi-poliziotto/ ).

Stupratore di 4 donne e torturatore a Bolzaneto: è Massimo Pigozzi, poliziotto.

Una sentenza di Cassazione, a conferma dei due precedenti gradi di giudizio, che condanna il poliziotto Massimo Pigozzi a dodici e anni e mezzo di reclusione per lo stupro di ben 4 donne. Stupri che il Picozzi compieva durante l’espletamento delle sue manzioni lavorative, quindi all’interno delle camere di sicurezza della Questura di Genova ai danni di donne in stati di fermo.
Massimo Pigozzi però noi lo conosciamo già, il suo nome, prima degli stupri “in divisa” era già noto alla magistratura,
ma soprattutto a noi che eravamo per quelle strade in quei giorni indimenticabili; non un poliziotto qualunque, un playmobil tra i troppi che ce ne sono…
Massimo Pigozzi -mi piace ripetere il suo nome tipo nenia, così che il tempo lo lasci comunque indelebile nella memoria-  era ben noto come torturatore, e per questo già condannato a tre anni e due mesi, per aver … non so trovare il verbo adatto…  divaricato le dita delle mani di un manifestante fino a spaccargli la mano (dopo Giuseppe Azzolina fu suturato con 25 punti e ha riportato una lesione permanente ) .
Insomma, Massimo Pigozzi è un uomo di Stato e in quanto tale è stato condannato per aver compiuto tortura su un uomo in stato di fermo,
e in quanto tale ha stuprato ben 4 donne dentro una Questura anche loro in stato di fermo, quindi in una condizione di debolezza totale.
La corte di Cassazione ha per questo stabilito che il risarcimento venga pagato dallo Stato, dal Viminale per essere precisi, perché se stupro c’è stato,
dice senza troppi giri di parola la sentenza depositata oggi – e c’è stato per ben 4 volte- è stato possibile per volere dello Stato, che dopo la condanna per i fatti di Bolzaneto ha pensato bene di mantenere quel personaggio a svolgere il suo lavoro,
avendo oltretutto modo di avvicinare e poter rimanere solo con persone in stato di fermo.
Dopo i giorni di Genova ha continuato a fare il suo mestiere,
Dopo la condanna a tre anni e due mesi per i fatti di Bolzaneto, ha continuato a fare il suo mestiere,
Dopo uno stupro e poi un altro e poi un altro e poi un altro, tutti avvenuti in caserma mentre continuava a fare il suo mestiere.
Oggi il terzo grado di giudizio: il fatto che sia la magistratura a toglier dalle caserme questi personaggi e non il “furor di popolo” mette un po’ di tristezza, ma tant’è.
Son sentenze che però andrebbero lette e rilette in faccia a chi diceva che a Genova in quei giorni c’è stata la “sospensione della democrazia”,
o a chi parla di “mele marce” quando avvengono certi fatti in caserma.

martedì 1 ottobre 2013

LE PROTESTE DI IERI IN EUSKAL HERRIA

L'articolo odierno preso da Contropiano(link:http://www.contropiano.org/internazionale/item/19405-paese-basco-in-manette-la-solidarieta-pestata-una-senatrice )parla delle reazioni avvenute in Euskal Herria dopo l'arresto di diciotto lavoratori dell'associazione per i diritte dei prigionieri politici baschi di Herrira(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2013/09/i-compagni-di-herrira-liberi-subito.html )e la chiusura di tutte le loro sedi(ieri erroneamente avevo scritto che erano stati messi i sigilli solo ad alcune)oltre al blocco di tutti i conti correnti bancari aperti per le donazioni.
Molte le manifestazioni ieri,con gravi scontri ad Hernani(nel primo link c'è il video)con l'Ertzaintza che si prodigava in cariche e manganellate contro chi trovava,ed è stato indetto per sabato pomeriggio un grande corteo a Bilbao per solidarizzare con gli arrestati e i denunciati a piede libero.
Questa ennesima dichiarazione di guerra del governo centrale di Madrid aumenta non solo la tensione e la rabbia di tutto il popolo basco,ma potrebbe interrompere il processo di pace che per ora è stato solo unilaterale:molte le reazioni politiche non solo della sinistra abertzale e dei movimenti indipendentisti baschi,ma gravi critiche pure dal Pnv e dai socialisti che accusano il premier Rajoy di voler distogliere i grossi problemi spagnoli creandone in Eukal Herria di artificiali.
Elkartasuna ez da delitua!Atxilotuak askatu!(La solidarietà non è un crimine!Rilasciare gli arrestati!).

Paese Basco: in manette la solidarietà. Pestata una senatrice

“Herrira è un tentacolo dell’ETA”. E’ con questa folle dichiarazione che ieri il ministro degli Interni di Madrid Jorge Fernández Díaz ha rivendicato l’ennesima provocazione contro il processo di pace. E’ questa la giustificazione – “tutto è ETA”, come ai bei tempi di Garzon quando si mettevano fuori legge partiti e organizzazioni di massa e si chiudevano radio e quotidiani – della maxiretata di ieri contro il movimento popolare che ha portato all’arresto di 18 coordinatori e attivisti del movimento basco di solidarietà con i prigionieri politici. Un movimento trasversale, dinamizzato dalla sinistra indipendentista ma che al suo interno raccoglie pezzi assai variegati della società basca, stanca delle rappresaglie di Madrid contro i prigionieri tenuti in ostaggio da un paese che non ne vuole sapere di pace e democrazia.
Secondo il giudice Eloy Velasco, che ha ordinato l’arresto dei dirigenti di Herrira, la chiusura di tutte le sue sedi e dei conti bancari, il movimento popolare che chiede il rimpatrio dei prigionieri nelle carceri basche e il rispetto dei loro diritti umani altro non sarebbe che uno strumento dell’ETA. L’assalto ieri di centinaia di poliziotti incappucciati e mitra alla mano a sedi pubbliche di un movimento che ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone e che in due anni ha fatto il giro di istituzioni internazionali e governi per denunciare le violazioni dei diritti umani da parte di Madrid è opera dell’Audiencia Nacional, tribunale speciale agli ordini del governo di turno, in questo caso la destra di Mariano Rajoy.
L’ennesima provocazione ad un processo negoziale che non è mai decollato non solo è stata denunciata con forza dalle varie forze del movimento indipendentista, ma anche dai partiti regionalisti baschi, come il PNV. Addirittura i socialisti del PSE, con una dura dichiarazione del loro presidente Jesús Eguiguren, hanno definito gli arresti di ieri “una provocazione del governo e un’autentica assurdità giuridica e politica”. “L’operato della Guardia Civil è comprensibile solo se visto come frutto dell’intenzione di riaprire problemi che non esistono ed alimentare l’idea che nel paese basco continui ad esistere un grave problema (il ‘terrorismo’, ndr) occultando così i veri problemi del paese” ha denunciato Egiguren, esponente di un partito che ha sempre sostenuto la “politica antiterrorista” della destra spagnola.
In una conferenza stampa, i portavoce di Herrira ancora a piede libero hanno denunciato ieri che attraverso arresti e perquisizioni lo Stato Spagnolo mira a criminalizzare tutte le attività del movimento di solidarietà con i prigionieri politici baschi e di sostegno al processo di pace. Herrira denuncia come una provocazione il fatto che la retata sia stata ordinata alla vigilia della decisione del Tribunale dei Diritti Umani di Strasburgo in merito alla cosiddetta ‘Dottrina Parot’, un inasprimento delle condanne per i prigionieri in carcere, retroattivo, deciso alcuni anni fa dalla magistratura e dal governo spagnoli.Gli arresti di ieri non sono stati l’unica provocazione della giornata. Grida vendetta la violentissima carica dei reparti antisommossa della Polizia Autonoma Basca – l’Ertzaintza – contro una folla di attivisti della sinistra basca che ieri per ore avevano assistito attoniti, per circa 12 ore, prima agli arresti di dieci coordinatori di Herrira impegnati in una riunione e poi nella perquisizione della sede del movimento. Nel tardo pomeriggio, quando il numero di manifestanti è aumentato e la Guardia Civil ha cominciato a caricare gli arrestati sui furgoni, è partita una violentissima carica a freddo contro i dimostranti colpevoli di gridare slogan. A farne le spese varie persone, tra le quali anche la giovane senatrice Amalur Mendizabal: nonostante mostrasse il proprio tesserino di membro del Senato un agente gli ha fracassato la faccia con una manganellata. Ci sono voluti 8 punti per chiudere la ferita.Manifestazioni si sono tenute ieri in tutto il Paese Basco, a decine di migliaia sono scesi in piazza nei capoluoghi e nei centri minori sia del lato francese che di quello francese per denunciare quanto accaduto in mattinata. Una manifestazione nazionale è stata convocata per sabato prossimo a Bilbao, con partenza alle 17,30 dalla piazza Aita Donostia. Il processo di pace sembra un ricordo del passato, e a pensarci bene di passi concreti ne hanno fatti solo la sinistra indipendentista e l’organizzazione armata, pronta ormai al disarmo dopo aver abbandonato definitivamente l’uso delle armi. Madrid è ancora in guerra.