giovedì 14 marzo 2013

IL NUOVO PAPA

La dittatura mediatica che da ieri sera,ma volendo vedere già da un mesetto ovvero da quando Nazinger aveva abdicato,sta invadendo le principali reti televisive italiane e mondiali,è tutta incentrata sulla nomina del nuovo papa,Francesco,al secolo Jorge Mario Bergoglio da Buenos Aires.
L'articolo seguente preso da Senza Soste che cita un lavoro di Gennaro Carotenuto parla dell'altra faccia della medaglia del nuovo papa,ovvero la presunta collusione con la dittatura di Videla e le solite(ma questo è comune alla maggior parte della Chiesa)dichiarazioni contro i matrimoni gay e le battaglie sulla contraccezione e altro(si possono vedere links a proposito
qui:http://www.senzasoste.it/internazionale/una-settimana-fa-era-nella-lista-degli-impresentabili-assieme-ai-pedofili-e-l-hanno-fatto-papa ),insomma una costante della chiesa conservatrice.
Gesuita,ovvero un cattolico purista se così si può dire,si dice che sia molto vicino ai poveri e sentendolo parlare ieri al mondo intero sembra un uomo di poche parole e di molti fatti,e vedremo se nel suo pontificato che vista l'anziana età sarà ancora una volta di transizione,se oltre alle belle parole si possa avere un seguito di opere e di lavori.
Come si può intuire dall'immagine alla fine del post speriamo di non essere nuovamente alla mercè di un culto della persona come denunciò Albino Luciani,papa Giovanni Paolo I,morto in circostanze misteriose e non ancora chiarite in quanto voleva far voltar pagina completamente a tutta la società ecclesiastica del suo tempo,che poi non differisce molto da quella odierna.
Curiosità del nuovo pontefice Francesco è l'essere tifoso del San Lorenzo de Almagro,società argentina cui avevo dedicato un post non molto tempo fa:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/12/il-san-lorenzo-torna-casa.html .

Papa argentino. Il conservatore popolare nei torbidi della dittatura.
Jorge Bergoglio, Papa Francesco I, è quello che in Argentina si definisce un “conservatore popolare”, un esponente tipico –e dichiarato- della destra peronista. Sinceramente attento alla povertà, umile a sua volta, ha già rinnovato con successo la chiesa argentina senza modificarne il segno politico conservatore. Per i cardinali che lo hanno eletto in conclave deve essere apparso una scelta perfetta su tutti i fronti.
Infatti può essere davvero l’uomo in grado di metter fine ai veleni curiali che secondo lo Spiegel hanno portato al “fallimento” Benedetto XVI. È quello che i giornali stanno indicando come esponente del partito della trasparenza. Lo ha fatto, e bene, in alcuni contesti.
Allo stesso tempo rilancia il cattolicesimo in un continente letteralmente assalito dalle chiese protestanti conservatrici. La percezione europea di una chiesa cattolica egemone in America latina è gravemente viziata dalla mancanza di notizie su di un fenomeno che sfiora il 50% dei fedeli in alcuni paesi e figlio della guerra senza quartiere alla teologia della liberazione che ha portato i poveri a cercare una spiegazione altra in un dio meno lontano. Inoltre Bergoglio può rappresentare allo stesso tempo un’alternativa conservatrice ai governi progressisti e integrazionisti latinoamericani dei quali in molti si aspettano che possa diventare un leader alternativo continentale. Per qualcuno –chi scrive non ne è convinto anche se l’idea ha un suo fascino- Bergoglio può stare all’America latina integrazionista come Wojtyla stava all’Europa dell’Est del socialismo reale. Nonostante abbia spesso puntato il dito contro la politica, la corruzione di questa e la disattenzione ai problemi delle periferie, Bergoglio si è scontrato ripetutamente anche coi governi della sinistra peronista di Néstor Kirchner e Cristina Fernández. Gli scontri più duri, ma questo non può sorprendere, sono stati sull’aborto e sul matrimonio egualitario. Le nozze gay per papa Francesco sono «la distruzione del piano di dio».
Infine Francesco I ha la sua missione ed ha la solidità ed esperienza per portarla avanti ma è sufficientemente anziano -77 anni- per rappresentare un nuovo papato di transizione in termini di durata. Tuttavia Bergoglio viene da lontano e, nonostante non abbia avuto un ruolo apicale nella chiesa argentina complice della dittatura, emerge da quella storia con un passato che potrebbe fiaccarne l’autorità e che è corretto conoscere fuor da demonizzazioni e santificazioni. Per iniziare dalle demonizzazioni: la foto che gira da ore in Internet e che è al momento in apertura sul sito del settimanale messicano Proceso, dove si vede un prelato dare la comunione al dittatore Videla, è un falso: non è Bergoglio. Inoltre, tra le accuse che esamineremo, al contrario di quanto si trova ripetutamente affermato, non ve ne sono che abbiano condotto alla morte di alcuno.
È difficile essere stati un prelato importante in Argentina negli anni ’70 essendo estraneo ad una storia di lacerazioni, drammi, crimini, persecuzioni quale quella della chiesa argentina. Questa, al contrario di quella cilena e quella brasiliana, che poterono vantare più luci che ombre, fu sicuramente la peggiore, complice e spesso perfino mandante tra tutte le chiese cattoliche, delle dittature militari che devastarono l’America latina negli anni ’60 e ‘70. Appena un mese fa fu messa nero su bianco in una sentenza della magistratura la piena complicità della chiesa cattolica, incluso il primate dell’epoca, Cardinal Raúl Primatesta e del nunzio apostolico Pio Laghi, nell’assassinio del vescovo Enrique Angelelli e dei sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville. La sentenza confermava quanto si sapeva da mille testimonianze e documenti. All’interno del genocidio la chiesa cattolica argentina non fu solo complice ma i suoi vertici operarono una sorta di sterminio interno facendo eliminare preti e suore vicini all’opzione preferenziale per i poveri decisa nella Conferenza Eucaristica di Medellin del 1968 o semplicemente scomodi. Furono almeno 125 i sacerdoti impegnati a fianco degli ultimi a morire o essere fatti sparire. Molti di quelli che persero la vita furono indicati ai carnefici dalle stesse gerarchie cattoliche, Tortolo, Primatesta, Aramburu, che collaborarono attivamente sia ai crimini che al successivo occultamento.
Stiamo parlando di un crinale difficile tra la complicità e la morte ed è in quest’ambito che azioni ed omissioni vanno misurate. L’ordine di appartenenza di Papa Francesco I, quello gesuita, resta al margine della complicità con la dittatura dei 30.000 desaparecidos e della guerra intestina nella stessa chiesa. Tuttavia non sono poche le accuse che colpiscono l’oggi papa argentino per quei sei anni da provinciale gesuita dal 1973 al 1979. Quella più grave e circostanziata che viene mossa a Jorge Bergoglio, in particolare da Horacio Verbitsky, l’autore di “El Vuelo”, il primo libro che denunciava i voli della morte, sempre scrupoloso nelle sue denunce, e oggi presidente del CELS, la più importante istituzione in difesa dei diritti umani del paese, è quella di aver privato di protezione alcuni giovani parroci del suo ordine, troppo esposti nel lavoro sociale con i più poveri. Due furono sequestrati per cinque mesi. Uno di questi, Orlando Yorio, denunciò a Verbitsky di essere stato consegnato da Bergoglio allo stesso Massera e sono molte le testimonianze sull’amicizia con l’Ammiraglio piduista: «Bergoglio se ne lavò le mani. Non pensava che uscissi vivo». Per Emilio Bignone, una delle più cristalline figure di difensore dei diritti umani in Argentina, che conferma i dettagli della denuncia di Verbitsky, e autore di uno dei testi tuttora fondamentali su chiesa e dittatura, Bergoglio «è uno di quei pastori che hanno consegnato le loro pecorelle». Le accuse di Verbitsky sono confermate anche da Olga Wornat.
Dopo la dittatura, anche negli ultimi anni, Bergoglio fu chiamato a testimoniare in molteplici circostanze in inchieste e processi per violazioni di diritti umani. Non ha mai parlato. Chi scrive ha personalmente verificato in queste ore il suo silenzio con il PM che indagava sul sequestro di una giovane incinta. Se quelli indicati sono precedenti che ne fanno un complice pieno della dittatura sta al lettore deciderlo. A chi scrive il puntare il dito sembra troppo e l’assoluzione troppo poco. Bergoglio non fu né un Aramburu né un Von Wernich ma neanche un padre Mujíca, uno dei sacerdoti assassinati. Sta in una zona grigia, un quarantenne in ascesa, con un ruolo importante ma non ancora di spicco, in una chiesa argentina dove si mandava ad uccidere o si rischiava di essere uccisi.
Bergoglio era dal 1973 provinciale dei gesuiti. In un ordine tradizionalmente progressista, e condotto da Padre Arrupe, il papa nero che nei primi anni ‘80 si scontrava e veniva ridotto all’impotenza da Giovanni Paolo II, è Bergoglio ad essere emarginato dai suoi. Per Luís “Perico” Pérez Aguirre, prestigioso gesuita uruguayano, fondatore del SERPAJ e consigliere dell’ONU in materia di diritti umani, che chi scrive ha avuto occasione di conoscere prima della morte nel 2000, in una testimonianza raccolta da Olga Wornat: «Bergoglio [che si era già incontrato con Wojtyla promettendogli obbedienza assoluta] stravolse completamente il segno della Compagnia da progressista in conservatrice e retrograda. Ho rotto ogni rapporto con lui, soprattutto rispetto al suo agire durante la dittatura».
Solo al di fuori del suo ordine saprà tornare in pista. Formalmente ancora gesuita, dal 1979 in avanti si muoverà al di fuori. Della sua carriera Bergoglio deve molto al successore di Primatesta, Antonio Quarracino. Differente da Primatesta, e con un lontano passato progressista concluso già alla fine degli anni ’60, Quarracino era tutt’altro che un santo. L’ostentazione della ricchezza, basta pensare ad Aramburu, è un altro tratto delle gerarchie argentine dal quale il nuovo papa è completamente esente. Scegliere come ausiliare Bergoglio, quel vescovo semplice e irreprensibile, era per Quarracino una maniera di coprirsi il fianco da tante critiche.
Non si comprometteva Bergoglio con le feste che frequentava il Cardinal Quarracino nella casa di Olivos e dove s’intratteneva come un Apicella qualsiasi suonando la chitarra per Carlos Menem. Erano altri anni oscuri per l’Argentina, quelli del menemismo. Molte cose distanziavano i due prelati. Il primate aveva interessi mondani, l’ausiliare faceva il vescovo, centrando la propria missione nella formazione del clero e nell’attenzione al popolo delle villa miseria che circondano tutt’ora il gran Buenos Aires. Bergoglio seppe mantenere con Quarracino relazioni cordiali ma distanti. Forse era l’unica maniera di tener fede sia ai voti di castità e povertà che a quello di obbedienza.
Fu in questa relazione tra due prelati così diversi che Bergoglio si costruì un ruolo di punto di riferimento per una nuova generazione di sacerdoti argentini anche quando, primo gesuita della storia, succederà a questo nel 1998. Sulle sue spalle cadrà di nuovo il peso di riscattare una chiesa cattolica dal passato tenebroso. Emergeranno però anche le caratteristiche che oggi lo portano al soglio pontificio: la mano di ferro con la quale ha condotto la chiesa argentina (e che ne fa uno spauracchio ora per la curia romana), la marcata preoccupazione sociale, la critica alla politica. Soprattutto Bergoglio –ed è un punto di forza rilevante- risulta straordinariamente interessato alla vita del suo clero. Si preoccupa per le necessità materiali, è presente, è vicino e accessibile. Perfino Clelia Luro (testimonianza a chi scrive), la terribile compagna del vescovo Jerónimo Podestá, salva solo Bergoglio di tutto il clero argentino che aveva isolato il prelato che aveva deciso di combattere la battaglia per la fine del celibato. Bergoglio, nonostante non lo condividesse, gli rimase vicino umanamente fino alla fine.
Il passato ritorna però e il profilo di Bergoglio resta basso. Tenta di difendere se stesso e la chiesa argentina. In particolare per quest’ultima c’è poco da difendere. Primatesta e Aramburu avevano eretto un muro di inaccessibilità ai familiari delle vittime che neanche in chiesa –al contrario di quanto era successo con la Vicaría della Solidaridad a Santiago del Cile- avevano trovato sicurezza. Quando nel 2007 fu chiamato a prendere provvedimenti nei confronti di Christian Von Wernich, il sacerdote condannato all’ergastolo per avere sequestrato personalmente 42 persone, assassinate 7 e torturate 32, semplicemente non ne prese. Von Wernich sta scontando l’ergastolo ma è a tutti gli effetti un sacerdote e nessun provvedimento disciplinare è stato preso nei confronti del carnefice che le vittime descrivono come un vero demonio.
Ma chi è davvero Jorge Bergoglio, Papa Francesco I che comincia il suo cammino di Vescovo di Roma con un passato così pesante? Integralista di destra mette i poveri al centro del suo apostolato. Vicino alla dittatura militare rende omaggio ai sacerdoti assassinati da questi ultimi. Ha fatto una carriera tutta controcorrente, conservatore in un ordine considerato progressista, primo gesuita primate argentino, primo gesuita papa, primo papa latinoamericano. Nemico dei progressisti e di tutti i politici (li detesta e non lo manda a dire, quasi grillino in questo) e lontano dagli organismi per i diritti umani pretende educazione cattolica ed è contrario ai contraccettivi ma nessuno può accusarlo di non onorare i propri voti, in particolare quello di povertà.
A Buenos Aires, dicono gli amici ma senza che alcun detrattore lo contesti, sparisce ogni volta che può per infilarsi in orfanotrofi, carceri, ospedali a compiere il suo apostolato. Chissà se potrà farlo anche a Roma.
DI GENNARO CAROTENUTO
gennarocarotenuto.it
Link: http://www.gennarocarotenuto.it/22713-il-papa-argentino-francesco-i-il-conservatore-popolare-nei-torbidi-della-dittatura/
14 marzo 2013

mercoledì 13 marzo 2013

I DUE RIFIUTI UMANI

L'articolo di oggi si sofferma ancora doverosamente su quello che tutti si aspettavano sulla vicenda degli assassini in divisa che ammazzarono due pescatori indiani a cuor leggero,ovvero il rientro in Italia non seguito dalla promessa fatta di tornare nelle carceri indiani di competenza per il processo contro di loro.
Il contributo di Senza Soste preso da Contropiano analizza questo fatto sotto un punto di vista diverso,quello della combine tra il governo italiano e quello indiano su uno scambio di favori con la restituzione dei due rifiuti umani contro informazioni riguardanti le recenti tangenti venute fuori sulla vendita di elicotteri Agusta al paese asiatico.
Effettivamente durante la protesta della società dei pescatori del Kerala sono state bruciate dei fantocci con le sembianze di uno dei coglioni fascisti assassini e quella del loro premier Manmohan Singh,in quanto le notizie che circolano anche da quelle parti parlano di accordi tra i rispettivi ministeri degli esteri.
Riporto come link spedita un anno addietro all'ambasciata indiana di Roma:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/03/solidarieta-con-lo-stato-ed-il-popolo.html .

India. Manifestazioni contro l'Italia e il governo.
Prime reazioni di rabbia per il "tradimento" sui due militari italiani accusati di omicidio in India. Bruciate le foto dei marò e del premier indiano. Voci su uno scambio tra i due soldati e la vicenda delle tangenti Finmeccanica. Convocato l'ambasciatore italiano.

Alcune centinaia di aderenti alla Società dei pescatori del Kerala, presieduta da T. Peter, si sono riuniti oggi a Trivandrum per manifestare contro il non ritorno dei due marò in India. In dichiarazioni all'ANSA, Peter ha detto che "abbiamo bruciato le immagini del premier (Manmohan Singh) e la foto del fuciliere Salvatore Girone. In serata, è stata annunciato lo sciopero generale dei pescatori per protestare contro il mancato rientro dei due militari italiani in India. "L’avevamo detto che se fosse stato concesso ai militari italiani di rimpatriare, non sarebbero tornati; ma il governo e la Corte Suprema l’hanno concesso. Tutti i pescatori si sentono truffati, perché sapevamo che sarebbe accaduto” è il commento di Peter a nome della Fisherman Society.
“E’ ingiusto, così è stata tradita la fiducia”: questa la reazione di Abdul Ghani, presidente dell’Unione Nazionale Marittimi in India, alla notizia che i marò italiani non rientreranno a New Delhi per il processo. “Il nostro sistema giudiziario è stato molto leale con i militari italiani permettendo loro di andare e, se non ritornano, il diritto dovrà fare il suo corso”.
L'ambasciatore d'Italia a New Delhi, Daniele Mancini, è statointanto convocato oggi al ministero degli Esteri per fornire spiegazioni sulla decisione di non far ritornare i marò in India alla fine del loro permesso. Lo ha appreso l'ANSA da fonte diplomatica.
Tra gli scenari di un possibile "scambio" tra Italia e India sulla vicenda dei due marò, la televisione indiana Cnn-Ibn - che da ieri sera dedica ampio spazio alla questione - si domanda se "sarà davvero un caso" che proprio ieri il governo di New Delhi aveva ricevuto dal governo italiano materiale riguardante le presunte tangenti pagate per la commessa di 12 elicotteri della Agusta Westland all'aviazione indiana. In febbraio, nota l'emittente, "il ministro degli Esteri Salman Khurshid aveva detto: "Il governo italiano ci ha chiesto di intervenire (sulla vicenda dei marò), ma non era possibile, nello stesso modo in cui non lo era per loro fare qualcosa per la nostra richiesta di documenti di Finmeccanica". Ma ieri, osserva Cnn-Ibn, "il governo italiano ha ceduto, mandando una prima parte di documenti all'India sulla vicenda degli elicotteri VIP. La questione è ora di sapere se anche il governo indiano ha ceduto sul tema dei marò ed ha permesso loro di restarsene a casa con il sospetto di omicidio" di due pescatori.
Il primo ministro del Kerala, Oommen Chandy, ha duramente criticato la decisione dell'Italia sui marò definendola "inaccettabile". Lo scrivono oggi i media indiani. Il politico, contrario alla concessione dei permessi speciali per i due militari, ha detto che intende recarsi a New Delhi oggi stesso per incontrare il ministro degli Esteri Salman Khurshid. "E' completamente inaccettabile. La nostra posizione - ha ribadito - rimane che devono essere processati in India".
tratto da http://www.contropiano.org
13 marzo 2013

martedì 12 marzo 2013

LA CARICA DEI 100 MENO UNO

Una parata di pagliacci come quella di ieri davanti al Palazzo di Giustizia di Milano poche volte la si era vista in Italia,in quanto un centinaio di burattini del Pdl,tutti membri del parlamento,al posto di essere a Roma per la presentazione ufficiale dei nuovi eletti delle ultime votazioni hanno preferito mettersi in posa sulla scalinata con dietro le foto dei giudici antimafia Falcone e Borsellino sui quali l'ombra del Berlusconi mafioso aleggia come committente della morte di almeno uno dei due.
L'articolo preso da Repubblica on line(http://www.repubblica.it/politica/2013/03/11/news/pdl_alfano_valuta_aventino-54318332/ )parla di questi quasi tutti pluri indagati e condannati che hanno chiesto praticamente alla giustizia italiana di farsi da parte nei confronti del loro leader,lasciando così cadere i numerosi processi in cui Berluscojoni è implicato e che tutt'ora col legittimo impedimento evita.
Come al solito il Pdl vive sotto una campana di vetro e gurda solo all'immunità dell'ex premier puttaniere alla faccia dei problemi tragici che il paese ed i suoi abitanti hanno,ma pensando che se ancora una buona parte di questi hanno votato questi idioti,un poco si meritano questi show al limite dell'orrido.

Processi Berlusconi, Pdl invade il Tribunale:
"E' emergenza democratica, parli il Quirinale"

Manifestazione dei parlamentari davanti al Palazzo di giustizia di Milano. Alfano: "Vogliono eliminare Silvio per via giudiziaria, affidiamo la nostra preoccupazione a Napolitano". Possibile diserzione delle prime sedute alle Camere per protesta.

MILANO - "Valutiamo di non partecipare alle prime sedute del Parlamento perché quello che sta accadendo è contro i principi della democrazia e delle istituzioni repubblicane che il Pdl ha sempre rispettato". Lo ha detto il segretario del Pdl, Angelino Alfano, durante la riunione dei parlamentari del partito svoltasi stamani a Milano. Alfano ha detto che il partito sta anche riflettendo sull'opportunità che questa eventuale scelta venga riferita domani anche al presidente della Repubblica.
La proposta di un "Aventino" di centrodestra (il riferimento è al 1924, quando dopo il delitto Matteotti i parlamentari antifascisti decisero di astenersi dai lavori parlamentari, riunendosi sul colle romano) è stata accolta con un applauso, anche se alcuni "big" come l'ex ministro Maurizio Sacconi si sono dissociati. "Sono contrario ad abbandonare il Parlamento - ha scritto su Twitter - perché lì si difende la democrazia".
I parlamentari Pdl, circa 150 secondo fonti del partito, hanno poi raggiunto in corteo il Palazzo di giustizia, sono entrati e si sono fermati simbolicamente davanti all'aula dove si svolge il processo Ruby. Parlando ai giornalisti, Alfano ha affermato: "Noi abbiamo un interlocutore di cui ci fidiamo, è il Presidente della Repubblica e del Csm. A Napolitano affidiamo la nostra preoccupazione per questa emergenza democratica".
"Abbiamo grande rispetto per il presidente della Repubblica - ha aggiunto il segretario del Pdl - e siamo dispiaciuti perché non volevamo esser qui, poi la situazione si è aggravata viste le notizie di stamani". Secondo Alfano, si sono verificati tre fatti "scandalosi": il mancato riconoscimento del legittimo impedimento per Ghedini e Longo impegnati nella riunione dei gruppi parlamentari, la visita fiscale per Berlusconi e la richiesta di giudizio immediato da parte della procura di Napoli per l'ex premier, nonostante questi avesse dato la "propria disponibilità a presentarsi dal 15 marzo in poi in qualsiasi momento".
Dopo aver parlato con i giornalisti, Alfano ha lasciato il Palazzo di Giustizia per recarsi all'ospedale San Raffaele a visitare Berlusconi. Il segretario è arrivato quando si era ormai conclusa la visita fiscale ordinata dal tribunale nell'ambito del processo Ruby. La corte ha poi accolto la richiesta della difesa di rinvio dell'udienza per legittimo impedimento dell'imputato.
In precedenza, lo stesso segretario del Pdl aveva detto: "Stanno tentando di eliminare Silvio Berlusconi per via giudiziaria. E' uno scandalo. Non ce l'hanno fatta con le elezioni e ora vogliono eliminare il nostro leader per via giudiziaria. Vogliono riscrivere per via giudiziaria 20 anni di storia. Si illude chi pensa di salvarsi da solo da questa ignominia", ha detto ancora il segretario Pdl.
Finita la tregua fissata in campagna elettorale, i problemi giudiziari dell'ex premier sono dunque ricomparsi tutti insieme, finendo per creare un vero e proprio ingorgo che obbliga il Cavaliere a difendersi su più fronti. Dopo la condanna subita a conclusione del processo sulle intercettazioni relative al caso Unipol, a mettere sotto pressione Berlusconi sono il procedimento d'appello per i diritti tv Mediaset e quello di primo grado sul caso Ruby. A esacerbare i toni, anche l'esito della visita fiscale del processo Mediaset, che ha escluso l'impossibilità del leader del Pdl a presenziare le udienze in tribunale per ragioni di salute. E la seconda visita di controllo, conclusasi questa volta in suo favore. disposta dai giudici del processo Ruby. Ai processi milanesi si è aggiunta l'inchiesta napoletana sulla compravendita dei voti, culminata oggi con la richiesta di processo immediato per l'ex premier avanzata dai pm.
All'iniziativa del Pdl ha replicato l'Associazione nazionale magistrati. "Il fine della magistratura non è politico, la legittimazione della magistratura non si fonda sul consenso ma sulla sua professionalità e credibilità che derivano dal rispetto della legge", ha detto a Sky TG24 il presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli.
Sulla vicenda interviene anche il Movimento Cinque stelle. "Dovrebbero avere maggior rispetto verso un potere dello Stato come quello giudiziario, anche se ha le sue criticità, ma attaccarlo in questo modo come fa il Pdl è indegno", dice il capogruppo in pectore al Senato, Vito Crimi. "Siamo arrivati anche alla visita fiscale a Berlusconi - aggiunge - magari sta veramente male, ma se ha qualcosa di più grave lo dica". Crimi spiega poi che i Cinque Stelle voterebbero senza esitazione sì a una eventuale richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Silvio Berlusconi. "Voteremmo anche per l'ineleggibilità di Berlusconi - ha precisato il futuro presidente dei senatori M5S - perché è concessionario di servizio pubblico, se saremo in Giunta per le elezioni. Ci aspettiamo, comunque, che altri votino per l'ineleggibilità. Poi sia Berlusconi a fare ricorso".
(11 marzo 2013)

sabato 9 marzo 2013

L'ABBRACCIO MORTALE TRA CGIL E PD

Voglio portare l'esempio di una delle tante aziende in lotta in Italia contro i licenziamenti e gli esuberi che le"giuste cause"e non declamate dall'articolo 18 frutto di un'orgia parlamentare da parte di quasi tutte le forze politiche dell'ultima legislazione,Pd e Pdl in prima fila per cancellare i diritti dei lavoratori,stanno portando ad una crisi profonda di numerose famiglie.
Il caso delle lavoratrici delle pulizie della Sodexo di Pisa che ha deciso un decurtamento di settantotto persone ha portato ad una grande protesta che per ora ha fatto vincere loro la prima vertenza,ma la lotta è ancora lunga ed ora è autonomamente gestita dalle operaie in quanto in toto hanno stracciato le tessere della Cgil troppo vicino al Pd e troppo lascivo e facile al compromesso senza portare a casa nulla(se non i licenziamenti)dagli incontri tra i vertici della Azienda Ospedaliera e quelli della Sodexo.
La vicininanza,se non la vera e propria simbiosi tra il Pd e la Cgil,è un abbraccio mortale per molte situazioni lavorative in tutto il paese,è come la stretta morsa di un serpente che sempre maggiormente sta asfissiando i lavoratori italiani:molti stanno cadendo a terra moribondi ma altri stanno lottando per divincolarsi da queste spire mortali.
L'articolo è preso da Infoaut(http://www.infoaut.org/index.php/blog/precariato-sociale/item/7094-goodbye-cgil ).

"Goodbye CGIL!".

Più di 70 lavoratrici delle pulizie strappano le tessere del Sindacato e si organizzano in autonomia.

Lascia un segno decisivo la lotta delle "Leonesse" del presidio permanente Sodexo nella forma dei rapporti tra Sindacato e Lavoratori della città di Pisa. Un altro tassello si aggiunge alla dissoluzione di quel potere Piddino che tanto conta sulla capacità del più grande sindacato confederale – la CGIL – di tenere "a bada" quell'enorme mole di operatori dei servizi, che a colpi di spending review, tagli e licenziamenti vede sottrarsi reddito, diritti, dignità.
Ancora una volta il marchio indelebile di una sonora sconfitta lo infligge il conflitto sociale: dopo mesi di occupazioni, scioperi e presidi permanenti decine di lavoratrici delle pulizie hanno deciso insieme di revocare l'iscrizione alla CGIL. Una decisione collettiva comunicata nella giornata di mercoledì 6 marzo con un presidio e volantinaggio all'interno del proprio luogo di lavoro, nell'ospedale di Cisanello, e con la diffusione di un comunicato (che riportiamo in fondo all'articolo).

Ricordiamo quanto la città di Pisa sia stata positivamente scossa dal coraggio di centinaia di donne che da quest'autunno hanno posto al centro dell'attenzione pubblica la questione della Sanità, partendo da un'opposizione senza mediazioni a 78 provvedimenti di licenziamento per i servizi in appalto all'ospedale di Cisanello. Lotta che ha vinto nel mese di gennaio la propria vertenza, ma che continua a produrre una reale e potente trasformazione nei soggetti che l'hanno condotta e degli equilibri di potere in città. Il primo a farne le spese è stata proprio "mamma CGIL", che ha pagato la compromissione con i vertici di Sodexo ed Azienda Ospedaliera; ha influito l'atteggiamento iniziale remissivo e rassegnato nei confronti del licenziamento; il discredito derivati dall'incapacità e dalla non volontà di essersi mai opposta a tutte le misure che negli anni avevano già pesantemente precarizzato il lavoro; la scarsa qualità dei quadri sindacali referenti del settore e soprattutto la manifesta e palese opposizione alla propria delegata Marzia Ricoveri, bersaglio di vessazioni di ogni tipo solo perchè ha osato interpretare correttamente la propria funzione. Un RSU non ubbidiente, non devota alle "gerarchie" nè agli "ordini", mai pecora nei confronti dei propri superiori; bensì capace di stimolare e di indirizzare al meglio la volontà di riscatto e di partecipazione di tutti i lavoratori e le lavoratrici (testimonianza ne è lo schiacciante risultato nelle elezioni rsu). Il comportamento dei più alti funzionari Provinciali CGIL nei confronti della delegata più attiva ha toccato il limite del ridicolo: tentativi di agguato al presidio permanente per tentare di convincere a "smobilitare" tende e gazebo; mancate comunicazioni dell'orario e del luogo della trattativa; vere e proprie minaccie di ritorsione, e la solita immancabile dose di falsità e calunnie messe in giro per provare a denigrare la lotta (memorabile fu la "voce" che calunniava il presidio di essere diventato luogo di festini hard e sbronze colossali). A contribuire all'ostilità operaia nei confronti della CGIL è stata anche la sua identificazione con il Partito Democratico, laddove quest'ultimo è presente come nemico e diretta controparte delle lavoratrici: 1)come Funzionari del Sindacato (provinciale, regionale e nazionale) manifestatamente Pd; 2)come politici che hanno votato la spending review (origine dei licenziamenti), 3) come Istituzioni locali che si sono – nella pratica – dimostrate avverse a schierarsi dalla parte di chi manifesta (vedi porte del comune sbarrate da polizia il 14N), 4) come corpo baronale e feudale che amministra i "livelli alti" dell'azienda ospedaliera (dai primari fino ai dirigenti - sono tutti del Partito).

Scrivevamo a novembre a proposito del potenziale di rottura di questa lotta: "che colpisce in primo luogo il legame tra lavoratori e delegati con le segreterie del sindacato confederale, riconosciuto dapprima come "passivo", e con il procedere delle iniziative ritenuto un vero e proprio ostacolo alla costruzione di un movimento capace di incidere positivamente sulle proprie condizioni di vita e di lavoro. Rottura nei confronti di un atteggiamento comune incline alla rassegnazione, all'isolamento ed alla paura riguardo le possibilità di soddisfazione dei propri bisogni. Rottura delle tradizionali forme di delega e di organizzazione verticale delle vertenze, con l'irruzione della dimensione sociale che la fa da padrone nel determinare scelte, decisioni, incontri ed esperienze di lotta."

Dopo 4 mesi lo sviluppo di questa lotta ha coinvolto differenti forme di organizzazione, protesta e coinvolgimento, ed ha maturato una propria autonomia che prende distanze e marca differenze sostanziali da un Sindacato incapace di riprodurre in questa crisi la funzione di corpo intermedio e di tappo all'emergere di rivendicazioni. Con l'avanzare della "crisi", dei tagli, dell'austerità, il carattere "clientelare" del Sindacato (la sua capacità di associare alla "tessera" un posto di lavoro per sè o i propri familiari) ha perso via via la sua tinta di "normalità": nella lotta contro i licenziamenti Sodexo, la scelta di "parteggiare" dalla parte del Sindacato era sintomo di "cercare di sistemare" o migliorare la propria collocazione lavorativa o la possibilità di far entrare qualche parente... viceversa le lavoratrici più attive nella lotta, hanno visto, da parte delll'azienda, revocare "accordi" già presi, tentando di osteggiare e peggiorare le condizioni di lavoro.

Significativo è il fatto che la fuga dal Sindacato sia stato un elemento tendenziale che, in modo più o meno evidente, è stato sempre presente nella materialità di questa composizione del lavoro. Proprio il primo giorno del presidio permanente – il 26 ottobre – con queste parole veniva descritta la situazione da parte dei lavoratori che avevano occupato il piazzale di fronte al pronto Soccorso:

"78 persone a casa! Nessuno si è preoccupato dell'appalto, nessuno ci ha detto niente. E dove siete voi sindacati, dove siete, in questo momento di crisi? E siamo noi lavoratori perchè lo viviamo sulle nostre spalle. E loro vivono con i nostri stessi stipendi, ci hanno rotto i coglioni anche loro. SIAMO ALLA FAME E SI DEVE DARE DA MANGIARE ANCHE A LORO ...PER NIENTE, VERGOGNA!” (guarda il video)

Riepilogando: lavoratrici iscritte in massa alla CGIL decidono con i delegati più attivi CGIL di non seguire le linee "attendiste" del sindacato e iniziano a lottare sperimentando modalità inedite ed autonome su "come organizzarsi". Il potere di decidere si trasferisce direttamente tra le lavoratrici, e si forma il Comitato Lavoratori e Cittadini per il Diritto alla Salute, assieme alle assemblee delle Sodexo in Lotta. Diventano epicentro dei momenti cittadini di mobilitazione – come il 14N con l'occupazione della torre di Pisa; ed iniziano a contestare i Partiti (Bersani a Livorno) per la complicità con un sistema economico che le vuole licenziare ed impoverire. In questo processo si formano nuovi legami, esperienze, si corrono rischi forzando il campo della legalità perchè "ci si sente dalla parte della ragione". In tutto questo la frattura con la CGIL aumenta sempre di più. Ad un mese dalla "vittoria" contro i licenziamenti, più di 70 tra le protagoniste del presidio, abbandonano il loro Sindacato. E ora? Hanno scelto di costruire una nuova organizzazione per consolidare e estendere i principi, lo spirito ed i risultati della loro lotta. Nasce A.L.D.: Associazione Lavoro e Dignità, che si propone di sviluppare quella forza, basata su una differente pratica di partecipazione e soprattutto nella giusta direzione verso cui tante hanno già iniziato a marciare: quella di combattere per decidere insieme sulle proprie vite, non accettando soprusi nè ricatti, mettendosi in gioco per far rispettare una dignità che chi comanda ed i suoi sgherri vorrebbero sempre più calpestare dentro e fuori i posti di lavoro.

Infoaut Pisa come al solito seguirà da dentro lo sviluppo di questi nuovi percorsi autonomi...
Di seguito il comunicato delle Lavoratrici del Presidio Permanente di Cisanello:

VOLTIAMO PAGINA, E VI SPIEGHIAMO PERCHE'...
Prendiamo parola come lavoratrici delle pulizie Sodexo per comunicare che da oggi saremo in tante a lasciare i sindacati CGIL e CISL. Abbiamo fatto questa scelta, che è maturata giorno dopo giorno affrontando avversità e ostacoli che questo Sindacato ci ha messo davanti.
Dal 26 ottobre abbiamo condotto una vera e propria battaglia contro i licenziamenti che la multinazionale Sodexo voleva applicare per continuare a sfruttarci ancora di più. Una lotta che abbiamo ad oggi vinto, mettendo in campo una resistenza fatta di dignità, sacrifici, ma anche passioni. Decine e decine di lavoratrici, donne, madri hanno sostenuto per QUATTRO MESI un presidio permanente, di giorno e di notte, col vento e con la pioggia. Abbiamo preso coscienza che soltanto la nostra unità poteva farci ottenere il risultato di non essere licenziate. Un risultato che è stato conquistato grazie alla nostra determinazione, al fatto che abbiamo capito che IL NOSTRO LAVORO E' IMPORTANTE, perchè è la SALUTE di tutti i cittadini. Abbiamo quindi fatto una LOTTA DURA, senza mediazioni, non accettando nessun compromesso. Nessun ridimensionamento dell'orario di lavoro, nessuna precarizzazione delle ore, nessun licenziamento – neanche uno.
In questo cammino, fatto di impegno, sacrificio, ma anche di gioia e soddisfazione, abbiamo capito che la tessera sindacale che avevamo in tasca era soltanto un peso. I soldi che ogni mese venivano presi dalle nostre magre e vergognose buste paga non servivano a difendere la nostra dignità, ma soltanto a PAGARE FUNZIONARI che non hanno mai condiviso con noi né lo spirito né i luoghi né gli obiettivi di noi lavoratori.
  • Dal primo giorno della lotta, il gazebo che abbiamo montato per fare il presidio permanente è stato recuperato autonomamente, perchè i funzionari, soprattutto quelli della CGIL, -accampando vergognose scuse – non hanno voluto mettere a disposizione il “loro”.
  • I primi giorni della lotta, i funzionari della CGIL hanno lavorato per dividere i delegati sindacali ed il fronte dei lavoratori, con intimidazioni e pressioni di ogni tipo. Per loro “non dovevamo iniziare a lottare da subito... dovevamo aspettare”. Abbiamo invece visto che la nostra capacità di mobilitazione è risultata vincente. A differenza della nostra storia, tantissime altre situazioni dove le aziende vogliono licenziare i lavoratori e il sindacato “cerca” una mediazione SENZA LOTTARE, si risolvono con la disgrazia dei lavoratori.
  • Quando la nostra lotta è iniziata, abbiamo più volte cercato con lettere e volantini -che abbiamo fatto da soli- di far ripensare alla CGIL la sua linea. Abbiamo sempre cercato di coinvolgere nel presidio e nelle iniziative il Sindacato. In risposta abbiamo ricevuto solo offese, accuse di “strumentalizzazioni”, ipocrisia. La nostra delegata CGIL Marzia Ricoveri ha dall'inizio appoggiato e stimolato la volontà di tutte noi di non subire passivamente le decisioni che venivano prese negli incontri sindacali. Da subito la nostra richiesta è stata quella di DECIDERE e di PARTECIPARE. Questo perchè sappiamo bene che SIAMO NOI a lavorare, e non chi sta lontano dai posti di lavoro. Sappiamo che solo con una forza data dalla partecipazione di tutti potevamo vincere una multinazionale come la Sodexo.
  • La verità è che il SINDACATO non ha mai creduto in noi! Ed era disposto fin da subito a CEDERE alle pressioni della Sodexo e dell'Azienda Ospedaliera, accettando un compromesso al ribasso. Quando abbiamo costruito con assemblee, incontri, raccolta firme, volantinaggi la NOSTRA LOTTA; quando abbiamo deciso di SCIOPERARE il 14Novembre insieme a migliaia di persone; quando non abbiamo abbassato la testa di fronte a ricatti e intimidazioni che provenivano dai vertici aziendali: il ruolo e l'atteggiamento della dirigenza della CGIL è stato quello di venirci CONTRO, tentando in ogni modo di metterci in difficoltà, di emarginare i lavoratori più attivi, di spaventare anziché di dare forza.
Per tutto questo, e molto altro, abbiamo deciso in molte decine di VENIRE VIA DA UN SINDACATO CHE NON CI RAPPRESENTA PIU'. La revoca delle nostre tessere avviene perchè abbiamo capito che solo mettendo in discussione questo modo di lavorare e di vivere possiamo conquistarci diritti, salute, reddito e dignità. Non vogliamo più delegare a nessuno di questi Sindacalisti di professione le nostre vite, per questo abbiamo deciso di costruire una nuova Associazione Lavoro e Dignità in cui TUTTE LE PERSONE possano liberamente organizzarsi e affrontare le crescenti difficoltà con coraggio, determinazione.

Le lavoratrici del Presidio Permanente di Cisanello

venerdì 8 marzo 2013

ULTIMI SDOGANAMENTI DEL FASCISMO

Uno dei luoghi comuni più in voga da sempre in Italia è quello,a detta anche di persone che si possano ritenere neutrali politicamente oppure anche con"elevati valori morali",è quello di dire che il fascismo ha avuto anche dei risvolti positivi durante la sua breve ma devastante presenza nella storia sociale e politica italiana.
Poi dicono tutti d'accordo sull'infamia delle leggi razziali,sull'entrata in guerra e altro ma...ed è quel"ma"che è pericoloso e quasi legittimante di un ventennio abbondante di catastrofi per le sorti del nostro paese,di persecuzione religiosa e politica di milioni di persone,del cancellamento della libertà individuale e per tutto il lungo elenco di terribili atti di cui il fascismo fu unico artefice.
Dopo le esternazioni del capogruppo del M5stelle Roberta Lombardi che afferma:"Da quello che conosco di Casapound,del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica(se vogliamo dire così),razzista e sprangaiola.Che non comprende l’ideologia del fascismo,che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo,un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia",oggi si parla del sottosegretario del Ministero dell'economia Gianfranco Polillo a sdoganare l'era più oscura dell'Italia.
L'articolo di Senza Soste preso da Contropiano parla delle sue dichiarazioni che definire da bar è un'offesa per tali locali,in cui ancora per una volta il fascismo ha fatto del bene e del male,almeno fino al 1935,ovvero dopo una quindicina di anni di varie nefandezze aggiungendo che da tale zozza ideologia nacquero le basi per il welfare,ovvero la pietra tombale per quanto riguarda il lavoro in Italia.
L'unica cosa buona che fece il fascismo fu quella di essere annientato dalla gloriosa Resistenza partigiana,anche se non tutti la pensano così iniziando da gente che ancora bazzica in Parlamento.

Se il viceministro ‘tecnico’ rivaluta il fascismo.
 
Parlando del più e del meno durante una trasmissione a Radio 2 l’esponente del governo Monti, Gianfranco Polillo, rivaluta il fascismo "almeno fino al 1935". E se non avesse perso la guerra…
In un suo intervento sul quotidiano la stampa, tempo fa Massimo Gramellini gli affibbiò l’appellativo di ‘sottosegretario alle chiacchiere’.
Ma questa volta quelle di Gianfranco Polillo, sottosegretario del Ministero dell’Economia e delle Finanze, sono ben più di innocenti chiacchiere. Perché quello che dovrebbe essere un ‘repubblicano’ ha speso inequivocabili parole di elogio nei confronti del fascismo e di Mussolini. Utilizzando i più banali e triti luoghi comuni sul regime di solito appannaggio del discorso revisionista berlusconiano. I fascisti delle varie correnti hanno di che fregarsi le mani, visto che il forse inatteso intervento di Polillo è arrivato a pochi giorni di distanza da un simile sdoganamento da parte della neocapogruppo dei 5 Stelle alla Camera. A dimostrare che in Italia la classe politica ha un problema con la storia, e con la memoria, ben oltre la cosiddetta ‘destra’. Polillo non è un politico qualunque: laureato in Economia, con una tesi di laurea discussa con il prof. Federico Caffè, prima di diventare sottosegretario aveva già ricoperto altri incarichi istituzionali, tra cui quello di Capo del Dipartimento per gli Affari Economici, quello di segretario di diverse commissioni parlamentari, di consigliere economico per il gruppo parlamentare del Popolo della Libertà alla Camera dei Deputati, di funzionario della Camera. È attualmente presidente di Enel Stoccaggi e membro del Consiglio di Amministrazione della SVIMEZ e collabora con Il Sole 24 Ore e altri quotidiani. Se un siffatto personaggio decide di sdoganare “i lati positivi” del fascismo, conscio degli strali e delle polemiche che avrebbe suscitato, non lo fa certo per sbadataggine o superficialità.
Per lanciare il suo messaggio - "come tutti i governi il fascismo ha fatto alcune cose bene e alcune cose male" - Polillo ha scelto una tribuna inusuale, quella della trasmissione di Radio 2 ‘Un giorno da pecora’. Cosa ha detto l’esponente del Partito Repubblicano?
Che il fascismo ha creato le basi del welfare. Che ha fatto delle cose positive e che gli si debbano riconoscere anche meriti, almeno fino al 1935. Assai più in là di quanto aveva osato spingersi la deputata grillina Lombardi. Sdoganando ben 15 anni di pestaggi, omicidi, chiusure col fuoco di sedi politiche e sociali, assalti ai giornali e alle camere del lavoro, guerre coloniali con conseguenti eccidi di popoli africani, incarcerazione e confino per i dissidenti, divieto e scioglimento di tutti i partiti e i sindacati, censura sulla stampa e così via. Se non fosse che l’antisemitismo in questo paese è ancora un tabù e che le relazioni con Israele non sono un elemento da bypassare con non-chalance, c’è da giurare che lo sdoganamento del regime dell’allegro sottosegretario avrebbe tranquillamente potuto comprendere anche l’infamia delle leggi razziali, per Polillo ‘conseguenza dell’alleanza con la Germania’. E magari a quel punto l’unico elemento a discapito di Mussolini sarebbe l’aver perso la guerra e di non essersi fatto, ad esempio, i fatti suoi come fece il lungimirante Francisco Franco. “Le cose disastrose sono state l’entrata in guerra con la Germania, la sottovalutazione e il non aver capito quella che era la forza dell’America” chiarisce.
Il viceministro ha parole di apprezzamento soprattutto per lo sviluppo dell’economia, delle arti e della scienza durante la dittatura. “Per esempio lui – il Duce - si è inserito in tutta quella che è stata l’elaborazione politica degli anni Trenta: Roosvelt, il keynesismo. E ha creato le basi del welfare in Italia, questa è stata una cosa estremamente positiva – ha dichiarato a Radio2 – Ha favorito il processo di conversione industriale, ha avuto una grande attenzione a quelli che erano gli aspetti del futurismo, che non era solo arte, ma anche scienza”.
Per giustificare le proprie castronerie il tecnico Polillo cita, a sproposito, nientemeno che Palmiro Togliatti. “Ricordate che diceva Togliatti del fascismo? Diceva che c’era un controllo del governo autoritario però c’era un grande consenso nel paese. Se lo diceva Togliatti…”.
Togliatti aveva ragione. Mussolini ha avuto, durante il ventennio, un enorme consenso sociale. E da certe dichiarazioni pare che ce l’abbia ancora oggi…
Luca Fiore
tratto da http://www.contropiano.org
7 marzo 2013

giovedì 7 marzo 2013

MAIREAD FARRELL

Venticinque anni fa Mairéad Farrell,appartenente all'organizzazione nata per la liberazione irlandese dal dominio britannico IRA,venne assassinata a sangue freddo da un gruppo dei servizi segreti della regina a Gibilterra assieme ai compagni Daniel McCann e Sean Savage.
La Farrell era la donna che più incarnava lo spirito di ribellione e la voglia di spezzare le catene dell'oppressione inglese su suolo straniero,e con questo la Gran Bretagna volle dare un forte segnale a tutti i volontari appartenenti all'Ira.
Il caso dei militanti morti per un certo periodo fu oscurato da un alone di mistero che venne dissolto da alcune testimonianze che videro la Sas effettuare una vera e propria esecuzione di tre persone disarmate e volendo facilmente arrestabili.
L'articolo è preso da Senza soste.

Mairéad, uccisa a sangue freddo 25 anni fa.
Il 6 marzo 1988, a Gibilterra, le teste di cuoio britanniche del SAS spararono senza preavviso uccidendo tre giovani volontari dell’I.R.A. disarmati. Tra le vittime c’era anche Mairéad Farrell, senz’altro la figura femminile più rappresentativa tra i repubblicani irlandesi. Mairéad è una delle dieci donne martiri per la libertà raccontate ne “L’eredità di Antigone”, Ecco un estratto dal libro:
[...] La prima pallottola la raggiunse al volto e la fece cadere a terra. Poi altri colpi la raggiunsero alla schiena, finendola. Mancavano venti minuti alle quattro e Gibilterra era illuminata da un timido sole di marzo. Una donna del posto aveva assistito involontariamente all’esecuzione. Qualche tempo dopo, scovata e intervistata da una troupe televisiva, raccontò: “quelli (gli uomini delle forze di sicurezza) non hanno fatto nient’altro che avvicinarsi e sparare. Non hanno detto niente, non hanno gridato, non hanno intimato a quelle persone di arrendersi. E loro, quando si sono voltati per vedere cosa stava succedendo, hanno capito di non avere più scampo”. Mairéad Farrell fu massacrata con otto proiettili, tutti andati a segno alla testa e alla schiena, a poco più di un metro di distanza. A terra accanto a lei, nella piazzola del benzinaio diventata un mattatoio, rimasero anche i corpi crivellati di proiettili dei suoi compagni Daniel McCann e Sean Savage. Erano tutti e tre disarmati e potevano essere arrestati facilmente. Invece furono finiti mentre si trovavano a terra, indifesi e feriti, con altri proiettili sparati a distanza ravvicinata. Il governo britannico aveva inviato a Gibilterra le teste di cuoio del SAS col chiaro intento di uccidere e di dare una lezione memorabile all’I.R.A., l’esercito repubblicano irlandese. [...]
pubblicato su:http://www.riccardomichelucci.it

mercoledì 6 marzo 2013

HASTA SIEMPRE COMPAGNO CHAVEZ

E'venuto a mancare in questo mondo terreno il Presidente del Venezuela Hugo Chavez,gravemente ammalato da molto tempo nonostante le cure avute a L'Avana per più riprese,e lasciando per il momento le cause o le presunte accelerazioni da parte di terzi della sua morte,l'intero Sud America e non solo piangono per questo uomo che ha saputo portare il seme della rivoluzione socialista che è la continuazione di quella di Simon Bolivar in tutta la regione.
L'articolo di Senza Soste racconta solo la notizia del decesso trasmessa al mondo dal vicepresidente Maduro e le prime reazioni dei politici della zona sudamericana affranti da tale perdita ma sicuri che l'idea che il comandante Chavez stava portando avanti continuerà in quella direzione,anche se i rischi di ingerenze sia interne che esterne volte ad un possibile golpe sono tutt'ora sotto esame.
Tra i molti suoi discorsi voglio proporre questo come esortazione per i popoli in lotta in America latina e raccolta quando pronunciò il discorso alla sessione per il 60° anniversario dell'ONU il 15 settembre 2005:"Simón Bolívar,padre della nostra Patria e guida della nostra Rivoluzione,giurò di non dare riposo alle sue braccia,né dare riposo alla sua anima,fino a vedere l'America libera.Noi non daremo riposo alle nostre braccia, né riposo alla nostra anima fino a quando non sarà salva l'umanità".
Propongo anche un video di You Tube dove Chavez,parlando dell'ex premier spagnolo Aznar durante un suo intervento ad un comizio,afferma che"I fascisti non sono esseri umani.Un serpente è più umano di un fascista"...per questo e molto altro mancherai a molte persone,ma la tua idea non muore di certo e verrà portata avanti con orgoglio,coraggio e forza dai milioni di compagni presenti in tutto il mondo.
Hasta siempre compagno Chavez!
È morto Hugo Chávez.
Il Vicepresidente venezuelano Nicolás Maduro ha annunciato alla televisione nazionale la morte del Presidente Chávez.
Oggi martedi 5 marzo 2013, dopo aver partecipato alla riunione con la direzione politico militare della Rivoluzione, il vicepresidente Nicolás Maduro ha informato che il presidente Hugo Chávez è deceduto alle ore 4,25 del pomeriggio.
Nicolás Maduro ha detto che ha previsto un dispiegamento speciale della Policía Nacional Bolivariana per garantire la pace e il rispetto al popolo del Venezuela.
"In questa tragedia storica facciamo appello agli uomini e alle donne di vigilare per la pace e per il rispetto della Patria. Noi civili e militari asumiamo la sua eredità, le sue sfide, il suo progetto, con l’accompagnameto e l’appoggio di tutto il popolo le sue bandiere saranno innalzate con dignità. Grazie, mille volte grazie".
Che non ci sia violenza né odio. Ma amore, pace, unità e disciplina. Unità, lotta e vittoria, con l’unità del popolo e la FANB.
Nelle prossime ore verranno annunciate le modalità del funerale.

 Notizia in evoluzione...
Fonte: Telesur
Il presidente peruviano, Ollanta Humala, il vicepresidente argentino, Amado Boudou, e il presidente del Messico, Enrique Peña Nieto, hanno espresso la loro solidarietà al popolo venezuelano per la scomparsa del presidente Hugo Chávez.
Il capo di Stato peruviano ha affermato nel suo account personale twitter: “Addio Comandante e amico Hugo Chávez. Le mie più sentite condoglianze alla sua famiglia e a tutto il popolo venezuelano”.
Da parte sua il vicepresidente argentino, Amadou Boudou, ha espresso "un grande dolore per la morte del presidente venezuelano, Hugo Chávez", e ha messo in rilievo quello che sente tutta l’America Latina. "Grande dolore in tutta l’America. Se n’è andato uno dei migliori. Hasta siempre, comandante", ha dichiarato il vicepresidente sul suo account personale twitter.
Ha inoltre dichiarato che Chávez iniseme allo scomparso ex presidente argentino Néstor Kirchner “guideranno alla vittoria i nostri popoli”.
Anche dal Messico, il presidente di questa nazione, Enrique Peña Nieto, ha lamentato la scomparsa del presidente Chávez e ha inviato le condoglianze alla sua famiglia e al popolo venezuelano.
Mentre il suo pari del Cile, Sebastián Piñera, ha anch’egli inviato un messaggio di condoglianze e solidarietà con la nazione venezuelana.
Dall’Ecuador, la cancelleria di questo Paese ha solidarizzato con il popolo venezuelano di fronte all’"irreparabile perdita che getta nel lutto il Venezuela e tutta la regione". Intanto il presidente del Parlamento, Fernando Cordero, ha inviato un abbraccio alla famiglia di Chávez in queste ore che stanno vivendo.
Al momento dalla Bolivia fonti governative hanno comunicato che il presidente del Paese, Evo Morales, si recherà a Caracas (la capitale) per accompagnare il popolo venezuelano in questi momenti di dolore.
Fonte: Telesur

martedì 5 marzo 2013

PROTESTE IN PORTOGALLO

Solo l'Italia riesce ancora a stare ferma e pronta a subire i ricatti della Troika(Fmi,Bce e Commissione Europea)avallati dagli ultimi governi di centrodestra e da quello tecnico,a parte una manifestazione di cui non mi ricordo nemmeno la data.
A Lisbona principalmente ed in tutto il Portogallo sabato si è avuto un grande afflusso per protestare contro i tagli sempre più profondi da parte del governo guidato dal premier Passos Coelho che ha fatto dell'auserity,assieme a molti altri colleghi europei,l'unica via di scampo per poter far fronte agli enormi debiti.
Siccome che il Portogallo è in una situazione forse anche peggio della nostra e comunque sui livelli di Spagna,Grecia ed Irlanda,è assurdo che gli italiani se ne stiano tranquilli nelle loro case intanto che i governanti e le banche accumulino altri debiti sulle nostre spalle.
La soluzione secondo me non è l'uscita dall'Europa e nemmeno dall'Euro,ma una classe politica reale che non sia succube delle banche e che sia chiaramente e totalmente pronta a fare una tassa patrimoniale in primo luogo,oppure seguire il metodo islandese che in pochi anni ha saputo tirar fuori il paese nordico da una crisi nera(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2011/07/e-la-crisi-islandese.html ).
L'articolo è preso da Infoaut(http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/7053-que-se-lixe-a-troika-la-protesta-anti-austerity-invade-il-portogallo )

'Que se lixe a Troika!':proteste anti-austerity in tutto il Portogallo.

Una vera e propria marea di persone ha invaso ieri le strade del Portogallo in occasione della manifestazione indetta contro le misure di austerity imposte dalla Troika e per chiedere le dimissioni del governo portoghese di centro-destra guidato da Passos Coelho.
Il corteo più imponente è stato quello che ha attraversato Lisbona ma la protesta si è estesa anche a più di 40 altre città del Portogallo; si stima che in tutto il paese sia sceso in piazza più di un milione e mezzo di persone. Alcuni quotidiani locali riportano anche di manifestazioni e sit-in di solidarietà da parte di portoghesi residenti all’estero (in particolare a Boston e a Londra).
Si è trattato della più grande manifestazione degli ultimi anni, in continuità con la massiccia mobilitazione dei mesi autunnali che aveva costretto il governo a rivedere in parte i piani di austerity richiesti dalla Troika.
Il paese si trova al terzo anno consecutivo di recessione, con un tasso di disoccupazione altissimo, un debito pubblico destinato a crescere ancora almeno fino al 2014 e una situazione sociale sempre più esasperata dalle ricette di austerità imposte dall’Europa come strategia di uscita dalla crisi.
Una settimana fa i creditori internazionali si sono radunati per valutare il settimo piano di ‘salvataggio’ per il Portogallo: ancora una volta la strada obbligata che viene indicata al governo di Coelho è quella di spremere ulteriormente il paese con le parole d’ordine di sacrifici ed austerity.
Con i pesantissimi tagli già approvati e quelli in programma per i prossimi mesi per rispettare il volere di Fmi, Bce e Commissione europea, il governo in carica ha raggiunto un altissimo livello di impopolarità e per le strade di ieri, oltre agli slogan che invocavano le dimissioni di Coelho, sono risuonate anche alcune canzoni di protesta risalenti al movimento contro la dittatura fascista di Salazar.
Dopo l’imponente mobilitazione di ieri il governo si trova quindi una volta di più incalzato da una parte dalle imposizioni della Troika e dall’altra da una sempre più ampia opposizione da parte dei cittadini esasperati e determinati a far fare le valigie ad una classe politica completamente supina ai diktat dell’austerità.

lunedì 4 marzo 2013

UN DETENUTO"RIABILITATO"

E'venuto a galla negli ultimi giorni che un assassino che freddò a sangue freddo nel febbraio del 1980 una giovane ragazza basca,Yolanda Gonzelz,oggi sia collaboratore stretto del Ministero dell'Interno spagnolo con varie mansioni,da addestratore degli sbirri della spietata polizia basca dell'Ertzaintza a perito nei processi dall'Audienca Nacional che si svolgono a Madrid contro i compagni delle organizzazioni di sinistra.
Questo criminale era stato anche arrestato e condannato in un processo a 43 anni di reclusione,ma durante gli anni della sua detenzione è stato assoldato dallo Stato spagnolo che gli ha cambiato identità e gli ha dato un lavoro:alcuni parlamentari di Eh Bildu hanno scoperto questo fatto e dei rappresentati del governo basco e spagnolo hanno dovuto ammettere questo episodio,sollevando reazioni di sdegno e non solo in Euskal Herria.
Già ai tempi dell'omicidio avvenuto in un periodo di passaggio dal franchismo alla monarchia parlamentare questo crimine destò provondo rammarico ed enorme rabbia in tutta la Spagna,ed assieme a Emilio Hellìn(lo schifoso protagonista della vicenda)furono condannati altri tre elementi di uno dei molti squadroni della morte creati dalla polizia per il sequestro e l'omicidio di Yolanda.
L'articolo di Marco Santopadre ripreso da Senza Soste(http://www.contropiano.org/it/esteri/item/14893-le-polizie-spagnole?-le-addestra-un-terrorista-nero )spiega i dettagli di questa storia che ha molti parallelismi con quello che accadde in quegli anni anche in Italia e che purtoppo temo che continui pure ora.

Le polizie spagnole? Le addestra un terrorista nero.
Nel 1980 rapì e assassinò una giovane studentessa basca, “colpevole” di essere una militante della sinistra. Arrestato e condannato a 43 anni di carcere, il fascista spagnolo Emilio Hellìn nel 2008 insegnava ai poliziotti baschi come estrarre dati da un telefono cellulare.
L’estremista di destra Emilio Hellín, che nel 1980 assassinò la giovane militante di sinistra Yolanda Gonzalez, invece di scontare la sua pena in carcere recentemente venne contrattato dal governo della comunità autonoma basca per addestrare alcuni ertzaina (agenti della polizia autonoma). Lo ha dovuto ammettere venerdì la ‘ministra’ della Sicurezza di Gasteiz, Estefanía Beltrán de Heredia, rispondendo a un’interrogazione dei parlamentari della coalizione indipendentista Eh Bildu.
Nel 1980 Hellìn era un membro dell’organizzazione terroristica neofascista denominata Fuerza Nueva – vi dice qualcosa questo nome? – e in seguito all’uccisione della giovane studentessa basca fu condannato a 43 anni di reclusione, ma evidentemente le autorità avevano fretta di servirsi delle sue ‘competenze’ visto che nel 2008 (è provato e documentato) impartì lezioni a quattro agenti della sezione Nuove Tecnologie della Polizia Scientifica basca, nell’ambito di un corso tenuto dall’impresa di Madrid New Tecnology. Un corso diretto a insegnare agli ertzaina come ottenere e analizzare dati immagazzinati in dispositivi di telefonia mobile.
L’esponente del Partito Nazionalista Basco si è difesa dicendo che l’uomo aveva assunto l’identità di un certo Luis Enrique Hellìn, e che solo recentemente si è scoperto che il simpatico istruttore altri non era che l’uomo condannato a 43 anni di carcere per il sequestro e l’assassinio di Yolanda González. Ma il parlamentare di Eh Bildu Julen Arzuaga ha denunciato la gravità del fatto e la necessità di indagare sull’infiltrazione di elementi di estrema destra all’interno dei corpi di sicurezza dello Stato. A quanto pare infatti Hellìn ha lavorato per i servizi di controspionaggio di Madrid almeno fino al 2011. Secondo il maggiore quotidiano spagnolo, El Pais, Luis Enrique Hellín Moro - cambiò nome nel 1996 - è attualmente consigliere della Sezione Criminale della Guardia Civil, partecipa alle indagini sul terrorismo e la criminalità organizzata, dà corsi di formazioni alla polizia spagnola e alle polizie autonome basca e catalana, e riceve il suo stipendio dal Ministero degli Interni di Madrid. Inoltre risulta iscritto come perito della Audiencia Nacional, il tribunale speciale di Madrid dedito alla persecuzione dei movimenti di sinistra e antagonisti, in particolare baschi ma non solo.
Nel 1980 l’omicidio della diciannovenne Yolanda González, che all’epoca era una giovanissima militante del Partito Socialista dei Lavoratori, formazione trozkista non legata all’universo politico dell’ETA, generò un’ondata di indignazione e rabbia. Fu rivendicato da Barcellona da un portavoce del cosiddetto Battaglione Basco Spagnolo (BVE) che informò di aver ucciso la studentessa, che accusava di essere una militante dell’ETA, in nome di “una Spagna grande, libera e unita”. In uno dei momenti più critici della cosiddetta fase di transizione dal franchismo alla monarchia parlamentare, l’assassinio compiuto da quello che poi si scoprì era uno squadrone della morte agli ordine degli apparati dello stato scatenò una forte ondata di proteste e manifestazioni non solo nei Paesi Baschi ma in tutto lo stato. In pochi anni erano stati decine i militanti e simpatizzanti di varie organizzazioni politiche o sindacali della sinistra ammazzati dall’estrema destra e dai neonati squadroni della morte creati da pezzi della polizia, dei servizi segreti e dalle organizzazioni neofasciste (anche italiane).
Yolanda era nata a Deusto, un quartiere operaio e proletario di Bilbao, da una famiglia di immigrati del sud della Spagna, e non aveva avuto nulla a che vedere con la sinistra indipendentista. Con il suo ragazzo si era trasferita a Madrid per studiare nel Centro di Formazione Professionale nel quartiere di Vallecas, e aveva cominciato a militare nelle organizzazioni studentesche. Il 1° di Febbraio del 1980, quattro giorni dopo una giornata di sciopero e manifestazioni degli studenti della scuola superiore, viene sequestrata sulla porta di casa, brutalmente interrogata e torturata all’interno del furgone degli estremisti di destra. Poco dopo Emilio Hellín Moro tirò fuori la sua P-38 e le sparò due colpi in testa, mentre un altro fascista, Ignacio Abad, le diede il corpo di grazia. Il corpo senza vita di Yolanda fu abbandonato in mezzo alla strada.
Alcuni anni dopo l’Audiencia Nacional di Madrid processò e condannò per banda armata Emilio Hellín Moro, Ignacio Abad Velázquez, José Ricardo Prieto e Félix Pérez Ajero. Ma, almeno per Hellìn, le porte della prigione di sono aperte molto presto. Secondo il quotidiano El Pais, infatti, nonostante due evasioni, il terrorista nero ha scontato in totale solo 14 anni di reclusione dei 30 massimi che teoricamente la legislazione spagnola prevede.
Marco Santopadre
tratto da http://www.contropiano.org
3 marzo 2013

domenica 3 marzo 2013

TORTA DI MELE E PERE

Dopo vari tentativi di cimentarmi con i dolci ecco la prima torta cui sono riuscito a non bruciare il fondo,quindi in concomitanza della vittoria dell'Atalanta a Siena ecco una dolce fetta per festeggiare degnamente.
Dicono di facile composizione,per me non lo è stata almeno al primo giro:per fare dolci occorre necessariamente seguire le dosi consigliate onde evitare raccapriccianti risultati,suggerendo innanzitutto l'utilizzo della frusta elettrica piuttosto di quella manuale che mi ha fatto dannare per parecchi minuti e pure di un forno in cui si possano leggere le tacchette sulla manopola con la relativa temperatura.  
Detto ciò comunque la torta è bella da preparare e soprattutto buona da mangiare,dolce al punto giusto,non troppo calorica(credo)anche se il peso di una fetta normale era molto...comunque ottima per colazione,merenda a casa o al lavoro e dopo cena,quindi sempre.
Ingredienti:
-mele renette
-pere abate
-farina 00(300 g.)
-zucchero(150 g.)
-uova(2)
-latte(2 dl.)
-lievito
-scorza di 1/2 limone
Innanzitutto bisogna tagliare per primo le mele renette e le pere abate,indicatemi dai miei colleghi come le più adatte per questo tipo di cottura,aggiungerei solo se dopo si è svelti a preparare il resto perchè sennò cominciano a scurirsi...e poi si sbattono le uova assieme allo zucchero con le fruste fino a quando si ha una consistenza soffice e spumosa come una nuvola.
Si aggiungono la farina ed il latte in modo alternato poco alla volta(almeno io ho fatto così)mescolando con un cucchiaio di legno,poi la scorza di limone ed infine,quando comunque si è già scaldato il forno,le mele e le pere tagliate a pezzetti.
Io ne ho usate due per specie ed erano abbondanti,tanto da mangiarne un poco ma credo che la torta sia venuta bene anche per questo"eccesso",e quando il composto è sull'omogeneo si mette la bustina di lievito per torte mescolando ulteriormente e si versa tutto nella tortiera(da imburrare ma io ho usato la carta forno).
Se si ha un forno comprensibile la cottura dovrebbe essere protratta un'ora circa avanti nel tempo a 170°,senza aprire però il forno durante la cottura:le dosi riportate sopra le ho prese come esempio da una ricetta di una torta di mele ma con esse disposte a raggiera sulla superficie,quindi potrebbero essere soggette ad ulteriori modifiche...buon appetito!

sabato 2 marzo 2013

UN CARACAZO ANCHE DA NOI?

L'articolo preso da Senza Soste ci riporta con la memoria ad un evento che accadde ventiquattro anni fa in Venezuela e che fu per alcuni studiosi storici l'inizio del processo di cambiamento nel Sud America con l'avvento di una seconda rivoluzione bolivariana che ha interessato numerosi paesi di quella zona.
Proprio nei giorni scorsi si è celebrato il"Caracazo",una rivolta popolare cominciata a Guarenas il 27 febbraio del 1989 e subito allargatasi a Caracas fino al giorno successivo,il tutto per un piano di austerità terrificante che l'allora presidente Carlos Andrés Pérez(CAP)volle in cambio di un ingente prestito da parte del Fondo Monetario Internazionale(FMI).
Tale ribellione fu soffocata nel sangue e nel paese fu indetta la legge marziale e ancora oggi non si sa precisamente il numero totale delle vittime:successivamente nel 1992 l'allora colonnello Hugo Chavez tentò un colpo di Stato che fallì e fu imprigionato e solo a fine anni novanta,dopo essere stato scarcerato e aver fondato l’MVR (Movimiento Quinta República),il Venezuela riuscì con le elezioni a cacciare i due partiti che si erano spartiti il potere fin dall'inizio del vecchio regime nato nel 1958(dalle ceneri di una precedente dittatura)e ad avere un sistema economico e sociale di stampo bolivariano.
Anche se avvenuto vent'anni addietro e dall'altra parte del mondo leggendo l'articolo si capisce che quando la gente è stanca di sopraffazioni e il limite di sopportazione viene scavalcato,per i potenti di turno i guai cominciano a diventare veramente grossi...d'altronde la pazienza dei popoli è la mangiatoia dei tiranni(citazione di una frase di Emilio De Marchi).

24 anni fa il "caracazo": una storia di attualità (in Europa) .
S. Seguí
Rebelión
Il 27 febbraio 1989 iniziò nel municipio di Guarenas, a 30 chilometri da Caracas, una rivolta popolare che sarebbe stato il punto di partenza di un cambiamento di ciclo politico, economico e sociale in Venezuela e, per estensione, in buona parte dell’America Latina, che si è prolungato fino ad oggi.
Febbraio 1989
Tre settimane prima, il 4 febbraio 1989, aveva preso possesso della Presidenza della Repubblica del Venezuela Carlos Andrés Pérez (conosciuto come CAP), candidato del partito socialdemocratico Azione Democratica, membro dell’Internazionale Socialista, organizzazione della quale CAP era vicepresidente.
Dopo un precedente periodo presidenziale (1974-1979) caratterizzato da politiche nazionalizzatrici, da opere pubbliche e programmi sociali, CAP disponeva di una solida reputazione politica di democratico e terzomondista. D’altro canto, con un’inflazione annuale del 29,5% nel 1988 ci si attendeva un “pacchetto economico”, che il candidato aveva già annunciato, anche se non in maniera concreta, con il nome di “Programa Nueva Venezuela”, basato su un prestito condizionato del Fondo Monetario Internazionale (FMI) di 4 miliardi e mezzo di dollari. Pérez fece in modo di divulgare il ragionamento secondo cui ogni nuovo prestito futuro del FMI dipendeva dall’accettazione delle condizioni del primo. La “Venezuela saudita” dei felici anni ‘70 doveva cedere il passo a una Venezuela indebitata, tutelata dalle istituzioni economiche del sistema capitalista mondiale.
Il programma dettagliato si conobbe presto, nella sua presentazione per televisione di fronte all’aspettativa popolare: il prestito era subordinato all’abbandono delle sovvenzioni al debole settore industriale, alla privatizzazione delle imprese pubbliche, una seconda svalutazione del bolívar e una liberalizzazione dei prezzi, in particolare quelli dei combustibili. Si trattava quindi di una resa totale del Paese di fronte alle condizioni del FMI. Impoverire la maggioranza per accedere a crediti che avrebbe dovuto trovare senza problemi data la sua condizione di grande esportatore di petrolio. Doveva accelerare il suo indebitamento e un impoverimento della popolazione che si prolungava già da più di un decennio.
Inoltre la riduzione automatica del potere d’acquisto dei salariati, l’aumento dei prezzi del combustibile ebbe ripercussioni immediate in particolare nei prezzi del trasporto pubblico: gli autobus non esitarono ad aumentare le loro tariffe quello stesso giorno perfino del 200%. Si trattava del mezzo di trasporto che utilizzava l’immensa maggioranza della popolazione.
Era quindi un aggiustamento strutturale duro e puro, come altri che sarebbero stati imposti nella regione alla fine degli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90 del XX secolo. Che si verificava per di più in un contesto di proteste e scioperi, tra cui quelli del personale della scuola –230.000 persone in sciopero permanente– e di forti mobilitazioni studentesche.
Il 27 febbraio il rifiuto di massa dei lavoratori di pagare il biglietto dell’autobus con le nuove tariffe triplicate dette il segnale d’inizio della rivolta di Guarenas, che in poco tempo si allargò alla capitale. Gli scontri con la polizia –che presentava anch’essa le sue proprie rivendicazioni– cominciano quello stesso giorno, così come gli attacchi ai negozi i cui proprietari avevano raddoppiato e triplicato i prezzi dei loro prodotti in parallelo all’aumento del prezzo del trasporto pubblico.
In un Paese con un’assenza quasi totale di reti di protezione sociale, un tasso di povertà intorno all’80% –58% di povertà estrema–, e nel quale le entrate del petrolio erano captate interamente dalle élites economiche e sociali, le misure proposte attaccavano direttamente e immediatamente le condizioni di vita dell’immensa maggioranza, deteriorando ancor di più il livello di vita.
Il 28 febbraio fu “il Giorno in cui scesero i cerros”, secondo un’espressione di Rafael Rivas-Vázquez: si paralizzò la vita nella capitale e la rivolta assunse proporzioni nuove. Nonostante i tentativi della maggioranza dei media di presentare i manifestanti come orde di delinquenti, l’atteggiamento di questi fu abbastanza selettivo: in generale vennero rispettate le farmacie, i dispensari e gli ospedali, le scuole, ecc., e i saccheggi si accentrarono sulle attività commerciali di beni di consumo che avevano aumentato i prezzi, così come sulle banche e sui posti di polizia. Ma la copertura mediatica, specialmente da parte delle grandi catene generaliste della televisione, si orientò fin dal primo momento a fomentare la paura della popolazione, presentando la rivolta come una minaccia generale per la pace ed esigendo un intervento di forza.
Marzo 1989
In quella stessa giornata del 28, il governo di CAP lanciò il Piano Ávila, un insieme di misure di emergenza cucinato nelle ultime ore del 27 nel palazzo di Miraflores tra il Governo, le autorità militari e i partiti di opposizione.
Per mettere in atto la repressione, il Governo decretò la sospensione delle garanzie costituzionali e l’introduzione della legge marziale, carta bianca che rese possibile l’uso della forza militare contro la popolazione civile e una repressione particolarmente dura, specialmente nei cerros, quartieri poveri della periferia della capitale e delle città dove si verificò la sollevazione (Maracay, La Guaira, Barquisimeto, Mérida, e altre). La rivolta non poté essere controllata che dopo quattro giorni di massacri da parte dell’esercito. Il Governo avrebbe ammesso in seguito cifre ufficiali di morti di 276 persone ma successive stime indipendenti parlano di una cifra molto più alta e credibile, intorno a 3.000 vittime 1 . Il numero totale non si saprà mai, tra l’altro perché l’esercito si occupò di far scomparire centinaia di cadaveri in fosse comuni scavate in tutta fretta.
Il Piano Ávila rappresentò la militarizzazione della risposta alla crisi, e contò sul nulla osta degli uomini forti delle istituzioni capitaliste internazionali presenti nel Governo, tra i quali Moisés Naím, noto opinionista di El País, in quel momento ministro dello Sviluppo del gabinetto di CAP ed ex direttore esecutivo della Banca Mondiale, membro del Forum Economico Mondiale, consigliere di agenzie degli Stati Uniti, come il National Endowment for Democracy , ecc. Attualmente la sua incessante attività di divulkgazione della buona nuova neoliberista è valsa a questo grande guru della destra neocon ispanoamericana un posto di rilievo nei principali media della galassia propagandistica del sistema, in particolare quelli legati al gruppo Prysa, Globovisión, NTN24, ecc. Per questo, il suo sito web 2 cancella opportunamente qualcuna delle sue impronte nella strage venezuelana e lo “libera” dalla sua presenza nel Governo nel febbraio del 1989. Ma altre fonti confermano che è stato membro del gabinetto di CAP fin dal 2 de febbraio, cioè dall’insediamento di questo, e partecipe diretto nell’applicazione delle misure di aggiustamento neoliberista, niente meno che dal suo posto di ministro dello Sviluppo, e la sua responsabilità nella successiva repressione come membro del Governo.
I precedenti presidenti venezuelani (Luis Herrera Campins, Jaime Lusinchi) avevano già attuato alcune misure di taglio delle spese sociali e svalutazione. Ma è CAP che opta, su richiesta del FMI, per introdurre un aggiustamento duro e puro, confidando sul suo proprio prestigio personale e sull’appoggio delle istituzioni internazionali. Inoltre, lo farà introducendo tutte le misure –tagli al bilancio, privatizzazioni, aumento dei prezzi, riduzione dei salari– in un colpo solo, anziché scaglionare l’imposizione di misure chiaramente impopolari come gli raccomandavano alcuni membri del suo Gabinetto, per esempio Teodoro Petkoff, ex guerrigliero convertito al neoliberismo e uomo forte in materia economica con diversi governi dell’epoca, che sosteneva un “programma graduale, equilibrato ed equitativo”.
Febbraio 1992
Con lo scatenamento delle forze militari contro la popolazione e con l’erronea successiva imposizione delle misure del suo programma sarebbe apparsa palese la debolezza istituzionale non solo dello stesso presidente ma anche del regime politico predominante nel Paese a partire dal 1958, sorto dall’accordo conosciuto come “Pacto de Punto Fijo” 3 –la Quarta Repubblica– che stabiliva una spartizione del potere tra i due partiti maggioritari: Acción Democrática (gli adecos, socialdemocratici) e Copei (copeyanos , democristiani).
Lo Stato venezuelano creato nel 1958 –la Quarta Repubblica– era l’ambito arbitrale di distribuzione delle rendite da petrolio tra le classi e i gruppi dominanti. Questo era il suo oggetto principale e la sua ragion d’essere. Negli anni dell’aumento dei prezzi del petrolio, il modello funzionò, ma gli avvenimenti del 1989 (“caracazo”, malcontento e indignazione popolare) e le pretese degli organismi internazionali, il FMI in particolare, portarono in breve tempo all’esaurimento del regime “puntofijista”. L’epilogo sarebbe arrivato con l’imputazione di Pérez, accusato di corruzione su grande scala, che sarebbe fuggito dal Paese e morto in esilio perseguito dalla giustizia venezuelana.
Dall’altra parte il 4 febbraio del 1992, il colonello Hugo Chávez Frías e altri ufficiali misero in atto un tentativo di espellere il presidente Pérez e prendere il potere con la forza, con una sollevazione militare che fallì a Caracas. Tuttavia la divulgazione del video di un minuto di durata 4 nel quale Hugo Chávez si assumeva la responsabilità dei fatti fece conoscere l’esistenza di un movimento militare “bolivariano” in sintonia con la sensibilità e le richieste delle maggioranze popolari venezuelane che godeva di grande popolarità.
Dopo due anni di prigione, Hugo Chávez organizzò un movimento finalizzato ad arrivare al potere e creare un regime di tipo nuovo definito “bolivariano”. Lo strumento politico per ottenere questo risultato fu l’MVR (Movimiento Quinta República). Nel 1998 le elezioni cacciarono dalla prima linea della scena politica i due partiti la cui turnazione al potere aveva dominato gli ultimi quattro decenni. Con l’elezione di Hugo Chávez Frías alla presidenza della Repubblica, e soprattutto con la successiva Costituzione Bolivariana, si pose fine al regime instaurato nel 1958 alla caduta del dittatore Marcos Pérez Giménez, e si dette inizio a un processo socioeconomico di tipo nuovo.
Insieme a processi paralleli successivi in Brasile, Bolivia, Ecuador e Argentina, i cambiamenti radicali iniziati dai primi anni ‘90 dal regime bolivariano del Venezuela hanno comportato un deciso cambio di rotta nell’orientamento politico del subcontinente: maggior rappresentatività e partecipazione delle classi popolari; maggior indipendenza degli Stati di fronte alle potenze economiche e politiche dominanti; creazione di istituzioni internazionali indipendenti (Unasur, CELAC, etc.) 5, maggior giustizia sociale all’interno dei loro Paesi: riduzione drastica della povertà e della povertà estrema, accesso alla sanità alla casa, all’educazione; miglioramenti in tutti gli indicatori di benessere ed equità sociale (indici educativi, indice Gini, speranza di vita, ecc.) 6
NOTE
2 “Prima di dedicarsi all’analisi e al giornalismo, Naím lavorò nel settore pubblico e nell’insegnamento: fu ministro dell’Industria e Commercio del Venezuela agli inizi degli anni ‘90, direttore della Banca Centrale del Venezuela e direttore esecutivo della Banca Mondiale”. http://www.moisesnaim.com/es/about_moises_naim
6 Ignacio Ramonet: “Dal 1999, 80 milioni di persone sono uscite dalla povertà in America Latina” http://www.aporrea.org/internacionales/n205138.html
Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo, 27.2.2013

venerdì 1 marzo 2013

JONATHAN E MIDO

I due articoli presi da Infoaut parlano di due episodi avvenuti a migliaia di chilomentri di distanza e che hanno avuto la stessa matrice di violenza criminale ed assassina poliziesca:infatti le uccisioni di Jonathan Jacob nel Belgio e di Mido Macia in Sudafrica hanno come colpevole la stessa mano insanguinata appartenente alla polizia.
Nonostante la testimonianza di un video molto crudo e allo stesso tempo lampante per quanto riguarda la veridicità del fatto(vedi:http://www.infoaut.org/index.php/blog/varie/item/6965-belgio-la-polizia-uccide )avvenuto nel 2010 ma che solo ora è venuto a galla(come gli stronzi che hanno martirizzato la vittima),il ventiseienne belga Jacob è stato massacrato nella propria cella da più sbirri i quali provocarono la morte del giovane.
Altesì è scioccante l'altro video(vedi:http://www.infoaut.org/index.php/blog/varie/item/7022-sudafrica-trascinato-a-terra-dalla-polizia-muore-in-carcere )dove il tassista mozambicano d'origine Macia è stato ammanettato ad un furgone delle forze del disordine e trascinato per strada,e poi trovato morto una volta portato in carcere.
Due episodi che purtoppo gli italiani conoscono molto bene in quanto accadono periodicamente pure qui con gli stessi risultati d'incolpevolezza verso quei luridi maiali in divisa.

Belgio, la polizia uccide.

Ancora un caso di scioccante violenza poliziesca. Questa volta arriva dal Belgio, in particolare da Morstel (Anversa), testimoniata da un video (v.sotto) che sta girando tantissimo sui social networks ed ha costretto anche le testate mainstream del paese a coprire l'argomento.
Lo scandalo è emerso a partire dal reportage del programma Panorama sulla tv di lingua fiamminga Vrt. Sostanzialmente il video riprende l'ingresso in massa di diversi uomini della polizia belga in una sorta di spedizione punitiva nei confronti di un uomo, spedizione effettuata caschi e mazze che neanche si fosse in un momento di piazza.
L'uomo è morto a seguito della ferite riportate. I fatti sono del 2010, ma sono emersi solamente ieri, e ci narrano di una dimensione più ampia sulla violenza effettuata nei confronti del cosiddetto "deviante". Jonathan Jacob, 26enne belga, era stato precedentemente assegnato ad un ricovero in un ospedale psichiatrico, che poi era stato revocato in favore della carcerazione per il carattere "violento" dimostrato dall'uomo durante il fermo di polizia.
Portato in galera, in attesa di un calmante che gli doveva essere somministrato dal medico dell'istituto carcerario, è stato barbaramente assalito da un gruppo di poliziotti. Quando è arrivato il medico, Jonathan era già morto per le ferite riportate, nello specifico per un'emorragia al fegato.. Come nelle peggiori storie nostrane di questo tipo, uno degli assassini in divisa è tuttora in servizio nei corpi di polizia del Belgio.
L'ennesimo caso di una violenza di Stato che resta impunita e che ancora una volta ci fa ripetere la stessa domanda..chi controlla il controllore?

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Sudafrica: trascinato a terra dalla polizia, muore in carcere.
Un uomo ammanettato ad un furgone della polizia e trascinato a terra per diversi metri mentre il veicolo si allontana: sono le immagini shockanti che arrivano dal Sudafrica, filmate e circolate su youtube dopo il brutale episodio avvenuto pochi giorni fa a Daveyton, ad est di Johannesburg.
L’uomo, un tassista di 27 anni di nome Mido Macia e originario del Mozambico, è stato poi portato in carcere dove è stato trovato morto nella giornata di martedì.
I media locali riferiscono che il tassista era stato fermato e aggredito dalla polizia per aver parcheggiato in modo non corretto il proprio veicolo; con questa assurda motivazione gli agenti hanno circondato l’uomo e cercato di trascinarlo via. Nonostante le resistenze opposte dall’uomo (ovviamente indifeso), la polizia ha proseguito le violenze ammanettandolo al retro di un furgone delle forze dell’ordine con il quale si sono poi allontanati trascinando il tassista per diversi metri.
Gli agenti sostengono che Macia, dopo che gli era stato chiesto di spostare il proprio veicolo, abbia aggredito uno dei poliziotti, sottraendogli la pistola e minacciandolo ma le immagini diffuse in rete inchiodano gli aguzzini dell’uomo su una versione dei fatti molto diversa, che mostra il tassista indifeso e aggredito da almeno tre agenti.
Poche ore dopo essere stato fermato e trascinato via, Macia è stato trovato morto per le percosse ricevute all’interno della cella dove era stato rinchiuso in seguito all’aggressione della polizia.
I portavoce della polizia locale si sono detti ‘shockati’ dalle immagini e hanno promesso di far luce sul caso, aggiungendo però di non avere il potere di sospendere dal servizio gli agenti coinvolti che, nonostante siano stati identificati, al momento non sono andati incontro ad alcun tipo di provvedimento.
A dispetto dell’’eccezionalità’ con cui alcuni di questi episodi giungono agli onori della cronaca, i casi di abusi e violenze commessi dalle forze di polizia sono purtroppo all’ordine del giorno in Sudafrica, dove gli agenti godono di potere incontrollato e di sicura impunità: le immagini dei poliziotti che hanno aperto il fuoco contro i minatori di Marikana in sciopero lo scorso agosto ne sono state una brutale testimonianza ma alcuni rapporti denunciano come negli ultimi anni il numero di persone uccise dai proiettili della polizia o morte in carcere abbia continuato a salire.