mercoledì 13 gennaio 2010

AH,SIAMMO ITAGLIANI BRAVVA GGENTE!

Sta a vedere che ora le vere vittime della rivolta di Rosarno sono i rosarnesi stessi che hanno fatto della caccia al nero uno sport cittadino ampiamente legalizzato in quanto i tre fermati sono già liberi,tra cui un'intoccabile figlio di un boss locale,evidentemente amicone degli sbirri della località calabra protagonista negativa dei fatti di cronaca degli ultimi giorni e pure del blog.
Queste merde fasciste,perchè altro non sono(vedi collusioni oltre che con la n'drangheta pure con Ca$$a Pound e Fogna Nuova),che pure si trincerano dietro al solito"noi non siamo razzisti"che ormai non fa più ridere nessuno,sono protagonisti di tutti gli episodi di odio e d'intolleranza che hanno colpito fisicamente ma soprattutto psicologicamente gli immigrati.
Ed i bravi"intellettuali"figli di papà(ma soprattutto di puttana)i giovani cameratini made in Pdl che si prodigano su internet nella creazione di gruppi di supporto alla cacciata del nero dalle"noste terre"(che ci sia un tocco di Padania nella mente di questi damerini del sud?)girano impuniti ed anzi esaltati dal fatto di vedersi in televisione...cha vanto farsi vedere e soprattutto un giorno farsi riconoscere da chi di dovere e che gli farà un mazzo tanto.
Oltre che piangersi addosso ed affermare che la mafia c'è ma se per questo esiste dappertutto questi stronzi xenofobi se la ghignano e se ne sbattono apertamente della sorte dei lavoratori che sono scappati per paura di essere colpiti da sprangate e revolverate da questi che sono il tipico esempio malato dell'italiano brava gente!
Che se ne stiano nel loro feudo medievale perchè così sono ancora organizzati,col capo cosca che dirige il tutto,i cavalieri che riscuotono il pizzo,i vassalli e via dicendo fino agli schiavi:che però per paura se ne sono andati e che comunque dovranno essere sostituiti da qualcuno...
Da chi non si sa perchè questi viaziati mafiosi fascistoidi se non combinare un cazzo tutto il giorno e fare i picciotti arroganti e baldanzosi non sanno fare,non hanno un lavoro perchè non sanno e non vogliono lavorare,non hanno aspettative in quanto stanno bene nel loro recinto di paese stracolmo di merda...effettivamente questi bastardi in poche parole non hanno futuro.
Quindi concludendo statevene a casa vostra e non infettate col germe della vostra criminalità il resto dell'Italia,che di merda nel nostro paese ce ne abbiamo già troppa!
Contributo dal sito"Antifa"con l'articolo tratto da"Il manifesto"a firma di Antonello Mangano commentato da"terrelibere.org terre di confine".

Destra estrema e vittimismo. L’uomo nero di Rosarno ·

I “bravi cittadini” di Rosarno hanno deciso di imporre ai media la loro versione dei fatti: sono vittime e non sono razzisti. Invece i loro contenuti sono identici – parola per parola – ai comunicati della destra estrema xenofoba. E già in passato c’erano state prese di posizioni durissime contro i migranti, specie quando si sono ribellati al sistema di oppressione che gli italiani giudicano normale.
Destra estrema e vittimismo. L’uomo nero di Rosarno.
Pubblicato su "il manifesto"ROSARNO - “Quando i bambini vedono l’uomo nero, si spaventano. Non vorrei dirlo, ma aveva ragione Benito Mussolini. Se ne stiano a casa loro”. Dietro l’Hotel Vittoria di Rosarno, pochi metri dalla stazione ferroviaria, sono concentrati i mezzi blindati dei carabinieri ed i giornalisti delle testate nazionali. Arriva il comitato promotore della manifestazione dei cittadini “abbandonati dallo Stato e criminalizzati dai mass media”. Una piccola lezione di giornalismo, con qualche ardita incursione storica. “Bisogna dire la verità. Non siamo razzisti”, ripetono ossessivamente. E pretendono che lo facciano pure gli altri. Si piazzano dietro la giornalista di Rai News 24, mostrano un cartello sui cui c’è scritto “non siamo burattini della mafia”. A proposito, cosa pensate della ‘ndrangheta? “C’è anche qui, come in tutte le città”. Dallo schermo LCD arriva la voce del Papa: “Rispetto per gli immigrati”. Momenti di silenzio ed imbarazzo. Si può contraddire un inviato, ma come la mettiamo col vicario di Cristo? Meglio quindi ripiegare su Anno Zero. Ecco che circondano Ruotolo. Santoro è il “demonio” fin dai tempi di Samarcanda. Uno di quelli che non parla dei lati positivi di questa terra.“Non sono razzisti? Allora perché colpiscono solo noi neri e non gli altri immigrati?”, chiede Moussa, uno dei feriti nei giorni della caccia all’uomo. Viene dalla Guinea Conakry e mi mostra la sua gamba fasciata ed insanguinata, ferita da decine di pallini da caccia che dovranno essere estratti ad uno ad uno. Un’altra piccola sfera di piombo è invece la causa di tutto. E’ stata sparata con un fucile ad aria compressa contro Aiya Boussa, un togolese che si esprime in un ottimo francese, è arrabbiato ma non ha perso la lucidità. Sa che tutto è iniziato con il suo ferimento, ci parla senza mezzi termini di razzismo, spiega che adesso ha difficoltà a bere e mangiare, e non accetta quanto accaduto. Ci mostra il permesso di soggiorno come richiedente asilo. Scadrà a febbraio: era venuto in Europa per ottenere protezione umanitaria, si ritrova nel letto di un ospedale con un pezzo di piombo nella pancia. “Togliendolo faremmo più danno”, spiega il medico. Dovrà tenerselo tutta la vita, ricordo indelebile di “una ragazzata”.Così la definiscono in tanti, gli stessi che parlavano di corsie di ospedale piene delle “nostre donne e dei nostri bambini”. Siamo nel reparto chirurgia di Gioia Tauro, ed in effetti le stanze sono piene, ma di africani. Di italiani ricoverati non c’è traccia, meno che mai della fantomatica donna che avrebbe perso il bambino, un aborto dovuto alla paura. Crimine infame, secondo la cultura mafiosa che si respirava nell’aria (“le donne non si toccano”). Notizia falsissima invece, buona però ad esasperare anche animi solitamente miti ed a isolare gli africani. Pogrom, deportazioni e pulizia etnica, anno 2010. “L’Italia è un paese unito dal razzismo”, ha scritto ieri il Guardian. “Dai politici più importanti alla criminalità organizzata, il collante è la persecuzione degli immigrati”.Tranquillità“Bande di immigrati hanno messo a ferro e fuoco la cittadina nella provincia di Reggio Calabria. Siamo solidali con i cittadini di Rosarno, colpiti nella tranquillità quotidiana. Siamo pronti a scendere in piazza”, dice il coordinatore regionale di Forza Nuova. Il segretario Fiore ha annunciato l’intenzione di andare a Rosarno e tenere un comizio. “Non sono mafiosi”, spiega. “E’ gente che si sente abbandonata dalle istituzioni e che rivendica il diritto a vivere in tranquillità”.Esattamente quello che dicono i comitati dei rosarnesi. “Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai mass media, venti anni di convivenza non sono razzismo”, dice lo striscione del corteo dell’11 gennaio. Il giorno precedente, dopo le voci su un possibile arrivo dei “no global”, un comitato di “accoglienza” si era organizzato per lo scontro. “Se arrivano, li spappoliamo”, si legge nei violentissimi dibattiti su Facebook. Ed ancora: “Clandestini fuori dalle palle”. “Padroni a casa nostra”. “Adesso bisogna ristabilire l’ordine a Rosarno”, ribadiscono i giovani del PDL.Alcuni esponenti di Casa Pound Italia sono arrivati in Calabria. “Ciò che ci ha colpito maggiormente – dichiarano - è il messaggio che i media stanno facendo passare, ovvero quello che i cittadini rosarnesi sono razzisti e xenofobi. Nulla di più sbagliato. Da oltre venti anni la città di Rosarno aiuta quotidianamente e come può gli innumerevoli immigrati clandestini presenti nella piana di Gioia Tauro con pasti caldi”. Oltre ai “pasti caldi”, effettivamente forniti da chiese e volontariato, ai lavoratori erano riservati ricatti e condizioni durissime. Sono tante le storie di gente non pagata, come emerge anche da una inchiesta della magistratura che ipotizzava estorsioni ed uno stato di riduzione in schiavitù. Anche nei giorni della “pulizia etnica”, molti ragazzi - prima di andare via – volevano ricevere quanto dovuto. “Oggi non posso. Lunedì andrò in banca”, aveva risposto un proprietario. La reazione all’inchiesta, che risale allo scorso maggio e che parte dalla denuncia di una cittadina bulgara, è furiosa. Il movimento “La Destra” cavalca la protesta. Nasce un gruppo internet dal nome inequivocabile (“Gli africani hanno rotto il cazzo a Rosarno”) che insulta pesantemente tutti, dagli stranieri ai volontari. La stampa locale scopre all’improvviso l’invasione: “Arrivano 3000 extracomunitari in un territorio alle prese con la crisi economica”. Il responsabile de “La Destra” avviava una campagna di contrapposizione: “Ci sono tanti italiani in condizioni disagiate, come i dipendenti ASL in ritardo con gli stipendi”. Le accuse rivolte ai proprietari sarebbero ingiuste ed infamanti, le responsabilità unicamente dei caporali bulgari.In occasione della rivolta del dicembre 2008, quella che avrebbe suscitato solidarietà dei locali perché pacifica, “La Destra” lamentava “un città invasa da extracomunitari, quasi tutti clandestini, cassonetti rovesciati, vetri rotti, strade occupate, genitori costretti ad andare a prendere di corsa i figli a scuola…”.Nell’ospedale di Gioia Tauro, i ragazzi feriti sbarrano gli occhi ogni volta che pronunciano la parola Rosarno. Non ci metteranno mai più piede. Nei prossimi anni e finché non arriverà almeno una parola di scuse, Rosarno sarà un nome maledetto che riecheggerà negli internet café di Lagos, nelle comunicazioni Skype da Accra, nelle chiamate intercontinentali con Ouagadougou. Dall’altra parte si nascono nuovi eroi. “Fortugno libero”, diceva uno degli striscioni esposti nella piazza del Municipio. Si tratta dell’uomo che trovò il coraggio di rapinare braccianti poverissimi. Un ivoriano ebbe la milza spappolata. Fu la causa scatenante della prima rivolta: una notte di protesta dell’intera comunità africana. Purtroppo, non sufficiente a far comprendere agli autoctoni che questa è gente che non si rassegna.

martedì 12 gennaio 2010

RAZZISMO E PAURA

Se lo dice pure il quotidiano del Vaticano che in Italia il seme dell'odio razzista sia ancora ben radicato nonostante la batosta ricevuta dal mondo intero durante e dopo la seconda guerra mondiale allora sarà anche vero,perchè"L'Osservatore romano"è lo strumento del papa Nazinger e di tutti i vescovi per diffondere scomuniche e maledizioni,e questa Volta non è capitato a comunisti e gay,scienziati e ricercatori,abortisti ed eutanasisti.
E'successo che l'anatema sia stato scagliato contro la tirannia al potere in Italia,contro l'attuale governo che enfatizza il problema della clandestinità e dell'immigrazione a fronte di magagne ben più gravi e radicate sul nostro territorio come la malavita organizzata mafiosa che vede nei politicanti stessi la cupola di rappresentanza nel tessuto sociale italiano.
Il primo contributo è tratto da"Repubblica"in cui si fa riferimento all'articolo di Giulia Galeotti che propongo per intero successivamente:la memoria sta scemando e la paura indotta dal regime in modo inverso aumenta facendo dell'odio verso il diverso,contro l'ultimo nella scala sociale il proprio spot elettorale carico di xenofobia ormai non più strisciante.

"Italiani razzisti". Anatema dell'Osservatore romano contro l'ìntolleranza.

Su Rosarno dura presa di posizione del quotidiano della Santa Sede.
Epifani lancia l'allarme: "Ci sono altre polveriere pronte a scoppiare".
L'Osservatore romano accusa"Gli italiani ancora razzisti".
Bersani: "La Bossi-Fini non funziona".
E Tosi propone l'invio dell'esercito.

ROMA - I fatti di Rosarno continuano a far discutere. E a scendere in campo, oggi, è anche L'Osservatore romano, che pubblica un duro atto d'accusa verso il razzismo degli italiani. Nell'articolo del quotidiano ufficiale della Santa Sede si compie un rapido excursus storico sulle radici dell'intolleranza nei primi decenni dell'unità d'Italia, per poi concludere: " Nel 2010, invece, siamo ancora all'odio. Ora muto, ora scandito e ritmato dagli sfottò, ora fattosi gesto concreto".
Ancora, nel lungo servizio dal titolo "Gli italiani e il razzismo, Tammurriata nera" e firmato da Giulia Galeotti, si legge: "Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all'odio muto e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver superato". "Per una volta - prosegue il testo - la stampa non enfatizza: un viaggio in treno, una passeggiata nel parco o una partita di calcio, non lasciano dubbi".
Il testo del quotidiano della Santa Sede viene pubblicato dopo che il Papa domenica ha chiesto rispetto per gli immigrati e che il Segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, aveva parlato delle drammatiche condizioni di vita in cui si trovavano gli immigrati nell'area di Rosarno.
Ma non c'è solo la presa di posizione vaticana. A lanciare l'allarme, sempre oggi, è il segretario della Cgil Guglielmo Epifani: "Di Rosarno - avverte - ne abbiamo tante, pronte a scoppiare. Sono problemi da tempo segnalati; sono dieci anni che la Cgil sta conducendo una battaglia. "Non è il sindacato il problema; il problema è chi per tempo ha chiuso gli occhi e ha fatto finta di non vedere".
Secondo Antonio Di Pietro, a Rosarno c'è stata "la rivolta degli schiavi" perchè all'origine "ci sono stati i negrieri del 2000, che hanno sfruttato e stanno sfruttando il lavoro nero e che nessuno vuole fare". Per il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, "la legge Bossi-Fini e la sua applicazione non sono adeguate ad affrontare il problema del lavoro per gli immigrati". Per il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, invece, il problema è che "la Bossi-Fini è stata applicata poco e male e Rosarno lo dimostra. Serve un intervento forte dall'esterno, con la presenza dello Stato che deve mandare l'esercito, le forze dell'ordine, la forza della magistratura".
E quanto alla cittadinanza per gli immigrati, a pronunciarsi contro un iter breve per ottenerla - cinque anni, invece degli attuali dieci - è il sindaco di Roma Gianni Alemanno: "Deve essere un risultato dell'integrazione e non uno strumento per ottenerla".

Gli italiani e il razzismo.
Tammurriata nera
di Giulia Galeotti
Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all'odio muto e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver superato. Per una volta, la stampa non enfatizza: un viaggio in treno, una passeggiata nel parco o una partita di calcio, non lasciano dubbi. Non abbiamo mai brillato per apertura, noi italiani dal Nord in giù. Né siamo stati capaci di riscattarci, quando il "diverso" s'è fatto più vicino, nel mulatto, a prescindere dalle diversissime cause per cui ciò è avvenuto. Sia stato il risultato di un atto d'amore o, invece, di uno stupro, ben difficilmente abbiamo considerato quel bambino come nostro, al pari dei nostri. Anzi, la doppia appartenenza è sembrata (e continua a sembrare) una minaccia ulteriore. In questo, davvero a nulla è servito l'esempio americano: l'Obama-mania che imperversa trasversalmente, dalla politica all'arte, dallo stile al linguaggio, non ha invece fatto breccia alcuna nel dimostrare il valore dell'incontro tra razze diverse. Le esperienze coloniali del Regno d'Italia di problemi ne avevano posti diversi da subito. Integrando di fantasia, già Pirandello aveva raccontato - in Novelle per un anno, Zafferanetta - di una Norina Rua della Sabina, che accettò di sposare il giovane Sirio Bruzzi, pur sapendo della figlia di cinque anni che gli aveva "laggiù", a Mokàla in Congo. E accettò anche, la poverina, che l'uomo facesse salire in Italia "quel fiore selvaggio della sua vita avventurosa" a vivere con loro. Titti, alias Zafferanetta (come la ribattezza la cameriera) arriva quando la Norina è già incinta di un mese, e l'incontro tra la donna e la "pupattola ramata" non promette nulla di buono (presagendo quel che sarà). Sirio "le entrò in camera con le braccia e le gambe di quel mostriciattolo avviticchiate al collo e al petto. Non vide dapprima che queste gambe e queste braccia, gracili, color zafferano, e i capelli ricci, gremiti, piuttosto lunghi, boffici e quasi metallici. Quand'egli alla fine riuscì a sviticchiarla da sé, parlandole in quello strano linguaggio infantile, ed ella potè vederle la faccia, anch'essa color zafferano, con quel casco di capelli ricci d'ebano quasi soprammessi, la fronte ovale, protuberante, gli occhioni densi, truci, fuggevoli, smarriti, il nasino a pallottola e i labbruzzi divaricati, non tumidi, un po' lividi, si sentì gelare: istintivamente compose il volto a una espressione di pena e di raccapriccio". Né, dopo la prima impressione, le cose migliorano. "Teneva le labbra serrate e le manine rattratte, e vibrava tutta ad ogni minimo rumore. (...) Doveva essere invasa dallo sgomento quell'animuccia selvaggia. Norina stava a mirarla in silenzio, quando Sirio non c'era; e, mirandola, s'accorgeva che veramente (...) non era poi tanto brutta: solo la tinta, quella tinta ramata, incuteva ribrezzo. E Zafferanetta, immobile, seduta su una sediola di bambù, si lasciava mirare". Con Mussolini l'avversione al mulatto assume una veste inedita. Nel 1938, per esempio, un processo per procurato aborto vede alla sbarra la giovane nubile che vi s'è sottoposta, insieme con l'infermiera che l'ha praticato. Se la corte sarà reggimentalmente severa con quest'ultima ("bisogna stroncare questa forma di attività che a scopo di lucro è così esiziale alla integrità della stirpe e agli interessi vitali della Nazione che sono legati alla potenza demografica"), nei confronti della giovane il tono è, evidentemente, ben diverso. "Merita grande pietà per un particolare intimo venuto in luce in udienza, e cioè che avendo avuto rapporti con un negro, autista della delegazione di Cuba, maggiore sarebbe stato il suo disonore se il prodotto del concepimento fosse venuto alla luce". Il clima post bellico, per evidenti ragioni, coinvolge anche i mulattini. Se ne parlò già in Assemblea costituente, tra gli altri, il 21 aprile 1947, durante un intervento del repubblicano Aldo Spallacci (medico-chirurgo). "Dovremmo noi restare indifferenti a quegli incroci tra razza bianca e razza nera, che hanno tanto preoccupato la nazione inglese? Lungi da noi il pensiero di razza inferiore o razza superiore. Questi incroci tra razze, che hanno scarsa affinità, non sono fatti per migliorare il nostro tipo umano. I mulatti sono scarsamente resistenti al logorio ambientale dei nostri climi e molto vulnerabili al dente delle malattie. Su queste creature noi ci curviamo con la stessa trepidazione con cui ci curviamo sopra tutte le culle, come davanti a un punto interrogativo del mistero della vita. E pensiamo, col rossore sul volto, che questo colore italo-nero nelle guance di questi bimbi rappresenta il senso di abiezione della patria; e questo senso di tristezza lo sentiamo tutti quanti nel cuore, come senso angoscioso di responsabilità per tutti. A un dato momento questa ondata di corruzione è passata sul nostro Paese, perché, oltre alle violenze delle truppe saccheggiatrici, liberatrici, ossessionate dal sensualismo, c'è stata anche la prostituzione e la corruzione. Noi ci volgiamo a questi illegittimi collo stesso sguardo con cui guardiamo tutti gli altri nostri bambini". Uno sguardo di cui, in realtà, in pochissimi furono capaci. Tra questi, un uomo alto ed elegante, don Carlo Gnocchi e la sua fondazione Pro Juventute, da lui creata proprio per dare cura, assistenza e formazione - tese profeticamente all'integrazione sociale - a "orfani di guerra, mutilatini, mulattini, tutte vittime innocenti della barbarie umana". Con ottica ben distante, nel 1949 il deputato Silvio Paolucci aveva presentato una proposta di legge volta ad aggiungere all'articolo 235 del Codice civile, che regolava il disconoscimento di paternità, una nuova ipotesi: quella in cui il figlio risultasse di razza diversa da quella del marito della madre. Un tempismo quasi obbligato: proprio nel 1949 aveva suscitato enorme scandalo la decisione dei giudici di Firenze di rigettare la domanda di un padre toscano che aveva chiesto di disconoscere il figlio di colore. Per fortuna, comunque, ci aveva pensato Napoli, dove nel 1945 Edoardo Nicolardi - all'epoca dirigente di un ospedale cittadino - aveva scritto la celeberrima Tammurriata Nera. Nel vivace botta e risposta con la gente del vicolo, il protagonista-spettatore commenta un fatto "strano", la nascita di un bambino nero da una ragazza partenopea. Nella canzone lo stupore per un fenomeno nuovo ("io nun capisco 'e vvote che succede / e chello ca se vede nun se crede / è nato nu criaturo è nato niro") e diffuso ("sti cose nun so' rare se ne vedono a migliare"), viene spiegato in modo affascinante e singolare: "'e vvote basta solo 'na guardata / e 'a femmina è rimasta sott''a botta impressionata". Interviene quindi il parularo: poco importa che sia dalla pelle bianca o nera, rimane una creatura. "Addó pastíne 'o ggrano, 'o ggrano cresce: riesce o nun riesce, sempe è ggrano chello ch'esce!". Nel 2010, invece, siamo ancora all'odio. Ora muto, ora scandito e ritmato dagli sfottò, ora fattosi gesto concreto.

lunedì 11 gennaio 2010

SUGO SALSICCIA PANNA E ZUCCHINE CON ZAFFERANO

Appetitoso sugo per un buon piatto di pasta che va bene in tutte le stagioni,anche per questa fredda parte dell'anno purchè la zucchine non siano amare come talvolta capita in inverno:abbastanza calorico ma se si consuma solo il primo è un'ottima idea che coniuga nutrimento e piacere al palato.
Ingredienti:
-salsiccia
-zucchine
-cipolla
-olio
-burro
-dado normale
-vino bianco
-panna
-zafferano
Consiglio di preparare il sugo almeno cinque minuti prima di far bollire l'acqua in pentola per la pasta in modo di arrivare a fine cottura allo stesso tempo facendo soffriggere nell'olio extravergine di oliva e nel burro le cipolle tagliate grossolanamente.
Si taglia la salsiccia a tocchetti a la si rosola per bene sfumando col vino bianco aggiungendo poco dado e le zucchine anch'esse affettate a pezzettoni lasciandole cuocere per una quindicina di minuti,nel caso versando dell'acqua di cottura della pasta per allungarne un poco la consistenza.
Verso la fine della preparazione si accorpano la panna ed i pistilli di zafferano(iraniani se si può!)e si lascia sul fuoco ancora per un paio di minuti dopodichè è tempo di gustare il tutto a tavola.

sabato 9 gennaio 2010

C'E' DEL MARCIO IN CALABRIA

Interessante l'approfondimento di Orlando Santesidra scritto per"Senza Soste"dove la rivolta dei lavoratori immigrati a Rosarno e dintorni e la caccia al nero intrapresa dalla gran parte della popolazione razzista e fascista calabrese assumono dettagli con contorni più delineati aggiungendo commenti a cose che sembrano ovvie ma che nella testa di molte persone fanno fatica ad attecchire.
Con sconcerto tante persone di Rosarno sono in strada per cacciare gli immigrati dalla loro terra,forse vogliosi di cominciare a lavorare per la prima volta nella loro vita facendosi il culo per mezza giornata ricevendo una miseria,invidiosi di queste persone che almeno svolgono un lavoro nei limiti del termine"onesto"e non dediti alla collusione mafiosa dei capi della n'drangheta che fanno dello spaccio di droga,del traffico di armi e di uomini,della speculazione edilizia,del fantasioso ponte sullo stretto,del commercio e della sparizione di rifiuti tossici il loro pane quotidiano,il loro essere.
Ebbene queste merde di uomini,che si spalleggiano a vicenda con lo Stato e le forze poliziesche,scendono sì in strada contro gli ultimi ma non hanno mica il coraggio di protestare perchè la Calabria è una terra di criminalità organizzata e letamaio di scorie radioattive,questi scempi a loro stanno bene perchè ci sguazzano come porci nel fango.
E fanculo pure a chi se ne sta zitto e non scende in strada dalla parte degli immigrati anche se simpatizzino verso loro...è la mentalità mafiosa insita nelle menti(ri)strette(per riferirsi ancora al ponte manna per la n'drangheta e la mafia)di moltissimi calabresi.
Dovesse succedere un fatto simile a Crema ci sarebbero casini enormi perchè la gente qui non ha paura di difendere il povero e il diseredato della dignità umana,qui la nostra mafia si chiama Comunione e Liberazione e non per questo ci fa temere per la nostra esistenza,anzi è un punto di slancio per combattere meglio contro le ingiustizie.
Ormai la Calabria ce la siamo giocata del tutto?
Questo non lo credo perchè conosco personalmente realtà reggine e cosentine che hanno a cuore il destino di queste persone considerate e trattate da intoccabili,devono solo riuscire a superare evidenti problemi organizzativi non certo dovuti a loro per alzare la voce e non tacere su questa situazione che ha dell'assurdo in quanto non può esistere il fatto che dei coglioni razzisti e fascisti scorazzino in auto a gambizzare e investire il"nero"come ai tempi del Ku Klux Klan,in nome di un Dio malato mascherando la voglia di supremazia dell'uomo bianco su quello di colore memori dello schiavismo cui erano sottoposti questi ultimi.
Che il popolo di Rosarno(la cui municipalità è sotto controllo indiretto per evidenti collusioni mafiose)e quello calabrese si vergognino immensamente di quello che sta accadendo nella loro terra,che è pure la mia terra in quanto italiano e cittadino del mondo,guidati da pochi fascisti che sull'onda ben orchestrata dal regime della xenofobia e dell'intolleranza del diverso invischiano migliaia di menti che definire munite d'intelligenza è un'onta verso la persona umana.

Rosarno, sosteniamo i neri. Fanno quello che i bianchi avrebbero voluto fare.

Link: A Rosarno caccia all'uomo contro gli africani
Costruire massa critica non può eludere una lezione sulla necessità di ribellarsi. Eppure la rivolta di Rosarno non è la ribellione di una parte di cittadini consapevoli e riflessivi, ma forse l’opposto. E’ un atto di rabbia covata nel petto che esplode all’ennesima aggressione da parte di un territorio inospitale. Ridotti in condizioni di schiavitù, da un sistema di caporalato a cui sono costretti e ammassati in baracche, dove mangiare e dormire in condizione igieniche imbarazzanti, i protagonisti della rivolta hanno trovato la forma più diretta di mettere in pratica il motto marxista, “nulla da perdere, all'infuori delle catene”. Perchè proprio “i neri” sono stati i protagonisti della rivolta? Così è scritto su uno dei blog della rete:
«Il paradosso sta nella rivolta degli immigrati. se ci pensate bene sarebbe stato un sacrosanto diritto dei calabresi scendere in strada ed alzare barricate contro il malaffare di stato, contro la truffa 488, contro l’uso della regione come discarica di scorie nucleari, contro un ponte che non serve a nulla, che mai sara’ costruito e che sara’ lasciato a meta’ dopo che i finanziamenti saranno andati nelle tasche giuste. di fronte a tutto questo, di fronte a decenni di sfruttamento, malaffare, vessazioni, ‘ndrangeta, connivenze e complicita’ politiche i calabresi non hanno mosso un dito. ci sono voluti dei poveracci sfruttati come schiavi per sollevare il problema».
Occorre ribadire per prima cosa che la rivolta passa da una presa di posizione legittima e rabbiosa contro la schiavitù. Come succede storicamente nelle rivolte è alimentata da un episodio controverso (in questi casi una sparatoria ai danni di due “neri”) e si manifesta nelle forma del “riot” (della sommossa), che prevede l’irruzione sulla scena di azioni violente, la cui spontaneità e disorganizzazione non esclude atti di vandalismo. Ma perché proprio “i neri” è presto detto. In un comune “confiscato” per anni dalla mafia e che ora è stato commissionato dall’intervento della magistratura, lo spazio pubblico è insussistente. I “locali” sono stati schiacciati, compressi o coinvolti nelle rete di potere mafiosa che continua a mantenere a proprio vantaggio il rapporto di forza con lo stato. Nel labirinto cieco dove le strade della ribellione nascondo interrate mine anti-uomo, e lo stato coi suoi rappresentati contribuisce statisticamente più all’innesco che al disinnesco, i cittadini non hanno vie d’uscita. Prima di ringraziare la Procura di Reggio Calabria un altro lettore fa notare:
“La Commissione parlamentare antimafia del 20 febbraio 2008 afferma che la ‘ndrangheta «ha una struttura tentacolare priva di direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica», e la paragona alla struttura di Al Qaeda. Secondo le forze dell’ordine, in Calabria sono attualmente operanti circa 155 clan locali che affiliano circa 6.000 persone dedite ad attività criminali, legate spesso (quasi sempre) tra loro da vincoli familiari”. Pensate che 3 procuratori e 121 uomini possano ostacolarla??? I dati statistici inerenti agli atti intimidatori sono stati possibili grazie alla collaborazione ed allo studio di un giornalista locale. Un particolare ringraziamento va riconosciuto alla Procura della Repubblica di Reggio, UNICA attuale speranza per noi reggini.
Non è un caso che chi si opponga a questo sistema sia tacciato di eroismo, data la crudeltà assoluta del sistema mafioso e l’inefficacia latente (e talvolta interessata) dello Stato. Il sistema mafioso in un paese di poco più di 15.000 abitanti come Rosarno è una rete a maglie strette con una capacità di penetrazione totale, volta ad ottenere (e concedere) favori, opportunità e pronta a reprimere possibili fuoriusciti. Scrive un reggino:
l’emergenza di Reggio non e’ il frutto della sola bomba degli scorsi giorni. per fornire qualche dettaglio in concreto vi prego di seguire le sconcertanti, quanto emblematiche, statistiche di danneggiamenti intimidatori che molti tendono a sottovalutare. Relativamente all’anno 2008 i danneggiamenti in Calabria (auto, attività commerciali, abitazioni, ecc.) sono stati 12.212 (33 al giorno!!!!), in leggera crescita rispetto al 2007 (12.119). Di questi danneggiamenti 1.215 sono stati effettuati tramite incendio (1.418 nel 2007). Relativamente al comune di Reggio Calabria, nel 2008, i danneggiamenti tramite incendio sono stati oltre 400 (diversi di questi ad amministatori locali). Mi sembra che non vi sia nulla di sorprendente nella bomba dello scorsa settimana. Solo un altro episodio di violenza in una terra abbandonata.
Una cancrena che al contrario qualcuno farà finta di scoprire in questi giorni di tumulti ma che al contrario è un sistema con cui la popolazione è costretta a convivere e agire di conseguenza, in molti casi emigrando altrove.
Se il quadro è questo, risulta meno sorprendente che siano stati “i neri” a forzare “il sistema”. Costretti alla schiavitù e privati del welfare malavitoso, esclusi probabilmente dalla dimensione pubblica e inconsapevoli fino in fondo della sfida rivolta ai poteri locali, hanno ottenuto attraverso la loro rivolta l’irruzione nel circuito nazionale. Un’azione di portata straordinaria e impraticabile per gli autoctoni a cui lo stato e chi costruisce l’opinione pubblica rispondono barricandosi dietro lo scontro di civiltà. Come se ribellarsi dalla schiavitù non sia un dovere. Dice il ministro dell’interno interpellato da Repubblica:
"A Rosarno c'è una situazione difficile come in altre realtà, perchè in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un'immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall'altra ha generato situazione di forte degrado".
Mentre l’AGI rende noto:
Ad incitare la popolazione alla mobilitazione, e' un giornalista pubblicista, Marcello Marzialetti, che si presenta come corrispondente di un quotidiano locale ed ai cronisti dice: "Gli immigrati devono andarsene da Rosarno". L'uomo sta percorrendo le vie del centro con un'auto dotata di megafoni invitando tutti i cittadini a concentrarsi nella piazza del Municipio, divenuta il punto di riferimento della stampa locale e nazionale richiamata dagli avvenimenti delle ultime ore.
Si rivendica poi un presunto patto di solidarietà tra migranti e cittadini di Rosarno, alquanto improbabile da sostenere viste le condizioni di totale disumanità a cui sono costretti i lavoratori stranieri da anni. E qualora ci fosse stato un canale aperto, è incomprensibile come in questo paese i percorsi di lotta non possano subire accelerazioni volute da chi in prima persona sconta sulla propria pelle i segni delle ingiustizie. Il marciapiede spaccato di una strada pubblica o un cassonetto in fiamme ripreso dalle televisioni sono da sempre capaci di raffreddare la solidarietà dovuta a chi in quel momento sta accelerando lungo la strada della visibilità pubblica affinché più persone si facciano carico della sua disperazione. E’ una barriera usata da tutti quei media che sfruttano il potere delle immagini per disseminare la paura del diverso e del diversivo.
Ma la rivolta dei “neri” di Rosarno non è che la rivolta che i "bianchi" di Rosarno non hanno mai potuto fare. Anche quelli che avrebbero voluto.
sono contento che gli immigratisi rivoltino.. almeno loro – LORO E NON NOI – hanno avuto un sussulto per denunciare quello che succede nella mia regione: sfruttamento generalizzato di italiani e stranieri, assenza di occasioni di lavoro dignitoso, inaccessibilità dei fondi europei da parte della gente comune e onesta, di giovani e laureati che, come me, si sono sentiti costretti ad andarsene dopo aver inutilmente provato a restare. E mentre si parla di Ponte sullo stretto ancora sono costretto a fare viaggi da cani sui carri bestiame che prima mio padre, e prima ancora mio nonno, facevano per raggiungere i posti di lavoro o i propri cari.. che schifo, che Italia schifosa, che non si vergogna, non si indigna, che si fa abbindolare da chi stava e starà sempre bene a discapito degli altri. E quindi forza immigrati, continuate a protestare: in Italia è rimasta solo la protesta violenta per potersi fare sentire??
Adesso la sostengano.

Per Senza Soste, Orlando Santesidra,8 gennaio 2010
Link: Un inferno chiamato Rosarno. L'inchiesta de Il Manifesto del 2006

venerdì 8 gennaio 2010

SPEZZARE LE CATENE


Facciamo un passo indietro prima di cercare di analizzare gli scontri avvenuti ieri in Calabria a Rosarno tra gli schiavi assoldati dalla n'drengheta e parte dei residenti della cittadina e le forze del disordine,proponendo non un articolo che parli della cronaca della rivolta ma usandone uno del dicembre del 2008.
In questo pezzo tratto da"Repubblica"a firma di Carlo Ciavoni si parla delle condizioni disumane in cui gli immigrati quasi totalmente di origine africana sopravvivono per poter lavorare e portarsi a casa pochi euro sgobbando fino a 12 ore al giorno,con condizioni sanitarie degne di un paese poverissimo e per questo l'unico apparato prepoto a tale scopo sono addirittura i"medici senza frontiere"...evidentemente allo Stato italiano non gliene frega nienta di questi uomini di serie d.
E intanto la criminalità organizzata ringrazia in quanto la stragrande maggioranza dei terreni agricoli(qui si producono agrumi e soprattutto clementine)è sotto il controllo diretto e non dei boss della n'drangheta calabrese,proprio quella che ha allargato i propri affari in mezza Europa ed ha conquistato apertamente Milano grazie agli appoggi politici della destra.
E pure certi residenti guardano storto questi lavoratori che non usano direttamente la criminalità per cercare di portare avanti la propria esistenza(anche se è da sottolineare il fatto che i pochi soldi che ricevono siano"made in mala")sparandogli contro come se fossero in una fiera a bersagliare palloncini,per puro divertimento razzista.
Così come è xenofobo l'intervento odierno del ministro Maroni affermando che il problema di Rosarno sia nato dal fatto che negli anni passati ci sia stata troppa tolleranza nei confronti degli immigrati clandestini e che questi si siano"allargati"pretendendo gli stessi trattamenti riservati agli italiani:Maroni che ripeto è una merda d'uomo,deve sapere che queste rivolte si moltiplicheranno e che accanto agli schiavi combatteranno sempre più italiani e che la lotta per avere una vita dignitosa non si ferma certo agli episodi di ieri.
Inoltre la deve capire che la parola"tolleranza"non c'entra nulla con la parola"rispetto"perchè senza quest'ultimo non vi è nessuna sopportazione,infatti la tolleranza zero predicata dal suo popolo leghista razzista e dal fascio redento Fini non ha portato risultati aggravando persino la situazione antecedente alla legge Bossi-Fini.
Per via di tutti questi fattori io appoggio la rivolta degli schiavi che dovrebbero però colpire i veri responsabili della loro situazione e non a casaccio prendendosela anche chi non è colpevole,ed in questo andrebbero educati ed istruiti da chi di dovere per avere un target più definito del nemico da abbattere.

Viaggio nella baraccopoli tra i raccoglitori di agrumi, sfruttatiper 12 ore al giorno per 20 euro. E si pagano pure il trasporto.
Nel rifugio-lager di Rosarno"Viviamo tra i topi e la paura"
Per i lavoratori nessun contatto con le istituzioni. Unici interlocutori i medici di MSF.

ROSARNO (Reggio Calabria)- I sopravvissuti alle odissee che hanno dovuto affrontare per arrivare fin qui, in fuga da paesi in guerra o stremati da ingiustizie e povertà, derubati e minacciati dalla teppa internazionale che governa il traffico dell'emigrazione africana, ora sono qui. Alloggiano alla "Rognetta", dentro baracche di cartone e bambù, nell'ex deposito alimentare diroccato, senza neache il tetto, in pieno centro di Rosarno - paese commissariato per infiltrazioni mafiose - a poche decine di metri dalla scuola elementare, in mezzo al fango, ai topi e a una carcassa di montone, sgozzato qualche giorno fa da un macellaio magrebino. Sono qui a centinaia, tutti giovani dell'Africa sud sahariana e magrebini solo perché, in questo periodo dell'anno, sono la mano d'opera più ambita nella zona, dove è tempo di raccolta di agrumi. Ogni mattina i pullmini dei caporali si presentano davanti alla "Rognetta", o nell'ex cartiera abbandonata di S. Ferdinando (paese vicino, anche questo commissariato) dove vivono assiepati come maiali da macello più di settecento persone, in condizioni igieniche spaventose dentro baracche puzzolenti, due metri per tre, con quattro, cinque o sei letti.
Ognuno di loro, a parte le revolverate di qualche cittadino locale, ha finora imparato a conoscere il nostro Paese senza mai incontrare neanche un rappresentante delle pubbliche istituzioni. Gli unici presenti sul posto sono quelli di Medici Senza Frontiere (MSF), qui da settembre con un presidio sanitario d'emergenza, identico a quelli che sono abituati ad allestire in tutto il mondo nelle zone più difficili, impervie e pericolose, come lo Zimbawe, il Mianmar, il Nord Kivu, il Darfur. Distribuiscono sacchi a pelo e garantiscono l'assistenza sanitaria a gente che letteralmente non ha più nulla, se non le braccia per lavorare fino a 12 ore al giorno per 20 euro, in mezzo ai campi di arance, dove per arrivarci devono anche pagare il trasporto: due euro e mezzo all'andata e altrettanto per il ritorno.
"Le patologie più frequenti - dice Saverio Bellizzi, un giovane medico di MSF, ematologo, ma già con lunga esperienza sul campo in Vietnam - sono le difficoltà di respirazione, dovute al freddo, ma soprattutto al fumo prodotto dal fuoco che accendono nel capannone, tra le baracche di cartone, per cucinare e riscaldarsi". Diffusi anche problemi di depressione: "Molti di loro - dice Cristina Falconi, responsabile del progetto MSF nella zona - vicono questo degrado come una sconfitta dalla quale non si riprenderanno più. quando telefonano a casa dicono che va tutto bene e sono proprio queste bugie che dicono anche a se stessi, a renderli ancor più tristi". "Se venite in Ghana, nel mio paese, siate certi che non vi tratteremmo così" dice con orgoglio Edward, 27 anni, di Accra, che si elegge a portavoce. "Se ci devono far vivere come animali in gabbia, tra i topi e la paura della gente che fuori di qui ci spara pure addosso, perché ci chiamano per raccogliere le arance? Si decidano: o serviamo, e allora vorremmo essere trattati un po' meglio e lavorare dignitosamente, oppure ce ne torniamo nei nostri paesi. Qui non ha più senso stare".

giovedì 7 gennaio 2010

HOPE I DIE TONIGHT

Spero di morire stanotte
dimenticato dal mondo
nel freddo di una mattina
bagnata dalla pioggia.
Spero di morire stanotte
senza creare confusione
senza funerali e chiese
con un dio che ho dimenticato.
Spero di morire stanotte
con un cane che piangerà per me,
con una tristezza nell’aria
come un’entità tangibile.
L’opera più grande
il fatto più doloroso e distruttivo
l’amore che mi farà addormentare
per sempre,
che mi farà volare
come un angelo custode
su una terra desolata.
Spero di morire stanotte,
una notte qualsiasi,
è buffo pensare che prima o poi
quella notte ci sarà.
Allora spero di morire stanotte.

mercoledì 6 gennaio 2010

NON CAPIRCI UN'ACCA

Domani giornata di lutto per i fascisti memori delle uccisioni del 7 gennaio 1978 di tre ratti di fogna romani che dal punto di vista mio non definirei una data nemmeno da festeggiare ma un giorno come un'altro,una data di un accadimento di normale amministrazione come era nel periodo,nel contesto storico di trent'anni fa dove l'omicidio politico e di Stato era all'ordine del giorno da ambedue i fronti.
Ho aggiunto omicidio di Stato poichè non tutti sanno che il terzo militante missino l'hanno ammazzato i carabinieri,quindi ancora uno di loro...assassinio in famiglia in cui naturalmente la mano armata dello sbirro non ha pagato nulla pur avendo avuto la buona idea di aver sparato ad altezza uomo durante un corteo fascista...ma sì diciamo pure che la morte di Recchioni è stata più riprovevole di quella di Bigonzetti e Ciavatta.
Sulla decisione del capo camerata Alemanno di dedicare una piazza nella città capitale di uno Stato che si definisce democratico a delle merde nere è già tutto un programma(elettorale)sul come ci sia confusione mentale e la si crei sdoganando le ideologie fasciste:non dico nemmeno di dedicare una via al commando dei compagni che li uccisero,quindi lascerei le cose così come stanno,ovvero i fasci nelle loro fogne e se cercano di uscire ammazzati sul selciato.
Articolo di"Repubblica.it"postato da Indymedia Lombardia di pura cronaca che usa la parola"strage"a sproposito come non mai.

Alemanno: una piazza per le vittime di Acca Larenzia.

La notizia arriva a pochi giorni dal al 32esimo anniversario della strage di Acca Larentia. Il sindaco Alemanno ha deciso che intitolerà una piazza ai tre giovani militanti missini trucidati il 7 gennaio 1978 da un commando dell'ultra-sinistra di Giovanna Vitale
Mancano tre giorni al 32esimo anniversario della strage di Acca Larentia, ma il sindaco Alemanno ha deciso già da tempo come celebrarlo: intitolerà ai tre giovani militanti missini trucidati il 7 gennaio 1978 da un commando dell´ultra-sinistra il largo prospiciente la storica sede del Movimento sociale teatro dell´agguato. Sarà dedicato ai Caduti di Via Acca Larenzia (la denominazione esatta è con la "z"): Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni. Vittime del terrorismo, reciterà la targa.
La decisione è stata presa i primi di dicembre in giunta. E subito circondata dal più stretto riserbo per non guastare l´effetto sorpresa. Soprattutto per tenere l´iniziativa al riparo dalle polemiche che si scatenarono già l´anno scorso, quando Alemanno - come nessun sindaco aveva mai fatto prima - indossò la fascia tricolore e si recò nel piccolo slargo del quartiere Tuscolano a rendere l´omaggio ufficiale della città ai tre militanti uccisi.
Fu allora che definì «una necessità importante» dedicare una strada a Bigonzetti, Ciavatta e Recchioni, «ragazzi innocenti, di destra, che furono la palestra con cui le Br si preparano per fare il salto livello nell´attacco contro lo Stato»; allora che giurò solennemente: «Entro un anno ci riusciremo». La promessa fatta alla sua gente è stata mantenuta. Peraltro ventilata in precedenza da Veltroni, sulla scorta di una mozione approvata in consiglio comunale.
Un gesto simbolico tanto più significativo dal momento che quella ai Caduti di via Acca Larenzia è la prima e finora unica intitolazione a ricordo di un episodio di violenza politica decisa dall´amministrazione Alemanno.
(04 gennaio 2010) repubblica.it

martedì 5 gennaio 2010

E QUI DA NOI?


Esemplare quello che oggi è accaduto in Perù dove all'ex presidente del paese andino Fujimori è stata confermata la condanna di 25 anni di reclusione per violazioni dei diritti umani,corruzione,
rapimento e l'omicidio di ben 25 persone,quindi anche niente di rilevante la pena ma l'importante è che questo criminale non possa più essere libero di far del male.
Fujimori in poche righe riassuntive è stato il presidente peruviano per dieci anni consecutivi e dopo le elezioni del 2000 a fronte di critiche sempre più incalzanti che riguardavano la profonda corruzione del suo governo si è autoesiliato in Giappone,il paese d'origine della sua famiglia:da qui ha avuto il pelo sullo stomaco di ripresentarsi per le elezioni del 2005 ma giunto in Cile è stato arrestato al volo.
Ma la ciliegina sulla torta delle disgrazie che ha arrecato al popolo peruviano sono state le stragi di persone,soprattutto indios,che si celavano dietro alla sua guerra personale contro Sendero Luminoso,facendo massacrare ben più delle 25 persone riconosciute dalla giustizia peruviana:quando cancellò di fatto la democrazia dal paese nel 1992 con un autogolpe il Perù continuò il veloce decadimento economico e sociale con la moneta locale che si svalutò all'infinito.
Ebbene a quando da noi l'arresto di politicanti corrotti,mafiosi e criminali partendo da quel demoniaco bastardo di Andreotti fino ad arrivare agli assassini presidenti del consiglio in carica tutt'ora?
Vorrei che l'insegnamento del Perù dove la giustizia non guarda davanti a nessuno sia d'esempio a tutto il mondo e anche qui da noi(sono un gran sognatore,lo so!):articolo tratto da Indymedia Roma,vignetta che è un'esortazione al senso civico degli italiani mandando a cagare Berlusconi con il voto democratico e non solo.

Confermata la condanna a 25 anni all'ex presidente peruviano Fujimori.

Vi consiglio di vedere il video pubblicato dall'ANSA e dedicato alla sentenza con cui è stato condannato a 25 anni l'ex presidente peruviano Fujimori.
Insieme all'argentino Menem e al brasiliano Color de Mello fu probabilmente la peggior dimostrazione del liberismo autoritario latinoamericano seguito alle dittature degli anni '70 e dei primi '80. Fu lui, in combutta con la CIA e personalità di fiducia degli interessi politici ed economici americani in Sud America come Otto Reich e John Negroponte, ad organizzare gli squadroni della morte che, dietro la scusa si combattere la guerriglia di Sendero Luminoso, seminò invece in tutto il paese stragi e distruzioni, soprattutto a danno delle popolazioni indios.
Oggi, esattamente come avviene in Argentina dove la lunga protesta delle madri di Plaza de Mayo ha portato al processo dei militari della Giunta del '76 - '83, il Perù ha cominciato a fare i propri conti col passato.

lunedì 4 gennaio 2010

SEMPRE PIU' GRAFFIATO(ED INGRIFATO)

Articolo preso spudoratamente così com'è da Toscana Indymedia,con tanto di tutte le foto presenti in quanto sono quelle che caratterizzano ed evidenziano le inoppugnabili certezze della burla di Santa Lucia del premier maniaco sessuale:sono infatti delle prove aggiuntive che Berlusconi e le sue strampalate idee di sete di dominio non hanno limiti.
Si forniscono due analogie storiche più o meno recenti di come la falsità,anzi la recidività di menzogne alla fine possano confluire in un verità distorta amplificata dal potere elargito a suon di spot elettorali senza termine dai mass media plagiati al suo volere.
Il presidente ingrifato ma soprattutto i suoi truccatori devono stare più cauti a mascherare quel brutto muso sempre meno sorridente ma secondo lui sempre più amato e popolare,un'incredibile minaccia per lo Stato italiano sempre più sull'orlo del baratro sia per quanto riguardi la sfera sociale che politica,economica ed ambientale(insomma siamo nella merda totale!).
Pornoduce ferito, ricorsi storici, similitudini e stranezze.
A proposito del pornoduce ferito.E' davvero singolare che anche il duce dovette andare in giro col naso incerottato a causa dell'attentato di una psicolabile. Avvenne nel 1926 ad opera di Violet Gibson, una donna irlandese in seguito rimpatriata e morta in un manicomio. Pensate se non avesse sbagliato mira, quante sofferenze avremmo risparmiato. L'attentato fu utilizzato per accelerare la politica fascista verso la dittatura.Viene in mente anche Pisistrato, il tiranno ateniese del 500 a.c. "Per ottenere l'appoggio popolare, Pisistrato ricorse a uno stratagemma: si procurò delle ferite per mostrarle in pubblico quale prova di un'aggressione subita da parte dei propri rivali. Il popolo decretò per lui l'istituzione di una guardia del corpo di 300 mercenari con la quale Pisistrato occupò l'Acropoli, senza resistenza da parte degli opliti, nel 561/560 a.C., ottenendo il potere assoluto"Ed e' ancora piu' strano che le ferite del ponoduce si spostino, a sinistra poi. Ma non era stato ferito alla bocca? Con due denti rotti e le labbra spaccate come si vede in questa foto?E allora come mai in questa foto diffusa oggi, in cui festeggia il complenno del solito personaggio di notevole spessore politico con una torta poi che ricorda il dito indice signorilmente mostrato ad un comizio elettorale del 2005 della suddetta gnocca da politica, il cerotto e' a sinistra quasi sull'orecchio e la bocca appare perfettamente illesa?

Berlusconi e la bella deputata: una festa con sorpresa.

Il premier festeggia il compleanno dell’onorevole Michaela Biancofiore ad Arcore. Con una torta che ricorda un gesto e una performance assai particolariIl presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ancora convalescente dopo l’aggressione subita da Massimo Tartaglia, lunedì scorso ha voluto fare un regalo molto particolare alla deputata del PdL Michaela Biancofiore: ha deciso di invitarla ad Arcore per festeggiare la ricorrenza. Così Berlusconi e la Biancofiore hanno trascorso la serata assieme. La deputata altoatesina ha portato anche una torta, con la raffigurazione del presidente del Consiglio in una posa molto particolare: Berlusconi nell’immagine sul dolce ha il dito medio alzato allo stesso modo di quanto successe durante la celebre “performance” di piazza Vittoria.
LEI DICE – “Ci siamo sentiti per gli auguri e il presidente mi ha invitata”, ha dichiarato la Biancofiore; “una faticaccia, Bolzano, Milano e ritorno in una giornata ma con il presidente Berlusconi e i suoi ospiti è stato il compleanno più bello che potessi avere. Mi ha praticamento visto crescere politicamente, ormai abbiamo un rapporto quasi filiale“, ha aggiunto; “non credo che ci siano tanti altri berlusconiani accaniti come me“.
LA BIANCOFIORE – Nata il 28 dicembre 1970, la Biancofiore è diplomata presso l’istituto magistrale ed imprenditrice. Dal 2002 consigliere per le autonomie locali del ministro degli Affari Esteri Franco Frattini. Coordinatrice provinciale di Forza Italia dell’Alto Adige, è stata eletta nelle elezioni politiche del 2006 alla Camera, alle politiche del 2008 è stata eletta nel collegio della Campania. A novembre era stata prima firmataria di un disegno di legge che proponeva il legittimo impedimento per premier e ministri.

domenica 3 gennaio 2010

SBIRRI PICCHIATORI,GIORNALISTI E MEDICI CORROTTI

Ho preso spunto dal comunicato emesso dallo spazio popolare La Forgia di Bagnolo Cremasco per dar voce ad una tra la troppe situazioni lavorative più che precarie che hanno colpito l'Italia in questi ultimi anni alla faccia di chi diceva che la crisi il belpaese l'ha solo sfiorata(vedi il regime con in primis il premier barellato).
A Brembio i lavoratori della Fiege ed in particolar modo quelli di una cooperativa legata all'azienda,hanno visto i loro contratti decurtati sia nell'orario che nella retribuzione:la maggior parte di questi lavoratori,essendo immigrati,hanno trovato maggiori difficoltà in quanto più malleabili ed indifesi,e durante una protesta organizzata per denunciare questo stato della cose gli sbirri hanno inventato aggressioni con tanto dei soliti feriti immaginari coperti dai referti di medici corrotti e collusi con digossini e sbirraglia.
Negli scontri provocati dalle forze del disordine oltre ai malati immaginari in divisa sono stati feriti dei Lavoratori(proprio con la"L"maiuscola,non i vigliacchi parassiti con le mostrine)ed uno di questi è stato arrestato assieme ad un sindacalista Slai Cobas che conosco personalmente e so che non avrebbe mai fatto nulla di simile,ovvero aggredito un pulotto o un digos del cazzo.
Il volantino fa tante denunce e tutte lecite contro l'intervento dei maiali blu e la complicità di giornalisti e medici corrotti,tutta un'accozzaglia di merde che devono stare molto attente(a prendersi i raffreddori,mica null'altro!)perchè la gente ne ha veramente pieni i coglioni!

SOLIDARIETA AI LAVORATORI DELLA FIEGE DI BREMBIO(LO)

(prossimo appuntamento:picchetto presso l'azienda lunedi 4 gennaio ore 5.45)
I compagni e le compagne dello spazio popolare la forgia manifestano solidarietà ai lavoratori della Fiege di Brembio in lotta per difendere le proprie condizioni lavorative.
La vicenda è nata dalla scadenza dell'appalto dato dai padroni delle Fiege alla cooperativa RSZ, la quale ha ceduto il posto alla famigerata cooperativa UCSA che ha imposto un contratto di lavoro peggiorativo il quale vedeva un passaggio da 40 a 24h settimanali con una paga di 5 euro all'ora, forse pensando che i lavoratori, in quanto a maggioranza immigrata, fossero più ricattabili. I lavoratori rifiutando queste nuove condizioni hanno spontaneamente iniziato uno sciopero bloccando l'ingresso ai camion in entrata. La polizia e la digos, intervenuti sul posto, hanno sgomberato i lavoratori in maniera brutale effettuando 2 cariche. Nella prima il bilancio è di 7 lavoratori feriti di cui 4 portati al pronto soccorso, la seconda, la più violenta ha avuto come esito perfino due arresti oltre che altri contusi. I lavoratori comunque determinati hanno proseguito ad oltranza il picchetto fino a che non è stato necessario portare solidarietà ai 2 compagni arrestati in questura. L'indomani lo sciopero è ripreso ed è stato interrotto solo in occasione del processo per direttissima ai due arrestati e per il nuovo scontro con il prefetto e sindacati confederali in prefettura.
Della vicenda denunciamo:
le violenze causate dall'intervento della polizia di fronte ad un picchetto di lavoratori inermi che come è chiaro dai video stavano svolgendo resistenza passiva.
le minacce portate dal capo della Digos (ben riconoscibile dai video per la sua cuffia nera) che minacciava gli immigrati con il ricatto della perdita del permesso di soggiorno in caso di mancata smobilitazione ed il suo dichiararsi apertamente razzista di fronte a tutti i lavoratori che lo stavano accusando.
i 2 referti medici portati come prova giustificativa degli arresti e delle violenze perpetrate inventati dalla polizia.
i medici dell'ospedale di Lodi che hanno firmato i referti della polizia e hanno scritto falsità sui referti che riguardavano le condizioni dei lavoratori contusi omettendo la realtà dei fatti.
il comportamento della polizia all'interno del tribunale che con la presenza della celere in assetto antisommossa ha rischiato di innescare dei disordini in cui gli unici a pagare sarebbero stati i lavoratori ed i compagni intervenuti in solidarietà.
il cittadino che nelle sue pagine ha vergognosamente scritto che i feriti tra i lavoratori sono stati causati da litigi interni tra gli scioperanti ed ha passivamente riportato la versione della polizia. Della stessa risma anche radio popolare che non ha riportato che la versione della polizia e non si è preoccupata di approfondire sufficientemente la notizia.
gli arrestati, Fulvio sindacalista dello slai cobas e Miri, sono stati arrestati nel tentativo di stroncare la protesta colpendo gli elementi più attivi (questo dal punto di vista della Digos) senza che commettessero alcun reato.
Al di là di come i media istituzionali dipingano episodi come quelli di Brembio derivanti da presunte tensioni come risultato di crisi economiche straordinarie questi casi sono il risultato delle politiche condotte da questo governo fascista, ricatti resi possibili da questo stato di cose sempre più razzista che ha ridotto la classe lavoratrice ad uno stato di schiavitù.
Chi si è opposto si è scontrato con un apparato coeso e totalmente dipendente dalla forza politica che ha il potere in cui ogni singola struttura, dalla polizia ai media ed agli ospedali ha operato a danno dei lavoratori.
La lotta di questi determinati lavoratori prosegue. Il picchetto è stato fissato lunedì 4 gennaio ore 5 e 45 davanti ai cancelli delle Fiege Borruso a Brembio.
Cerchiamo tutti di essere presenti e portare la solidarietà necessaria a far si che i lavoratori riescano a difendersi dall'ennesimo attacco dei padroni.
I compagni/e dello Spazio Popolare la Forgia
spaziopopolarelaforgia@gmail.com www.autistici.org/laforgia
Riunione dei gestione ogni martedi alle 21e30 in Via Mazzini 24 Bagnolo Cremasco

sabato 2 gennaio 2010

DETTO FATTO

Il titolo odierno è una risposta allo striscione esposto allo stadio Barbera di Palermo l'anno scorso durante una partita casalinga dei rosanero in cui si suggeriva al capo dei capi di fare qualcosina verso i suoi affiliati in carcere,e questo è accaduto a cavallo di questo capodanno in quanto il boss Graviano ha ora la possibilità di scappare dal regime d'isolamento durante il giorno nel suo gabbio milanese.
A detta del quotidiano"Libero"questo è un regalo ai detrattori del premier supermercato,infatti nell'editoriale odierno di Belpietro(che non posso ancora mettere perchè sul sito di quella carta straccia del suo quotidiano ancora si paga)la detenzione più leggera del boss mafioso è visto come un aiuto,un incitamento a confessare tutto quello che conosce veramente del cagnolino berlusconiano Dell'Utri.
Fatto sta che solo Belpietro ha la faccia di cazzo per poter commentare così questa notizia sull'ingiustizia italiana;personalmente,ma non solo io,questo lo vedo come un enorme regalo natalizio differito di pochi giorni che il regime ha donato appunto per premiare Graviano per aver negato ogni collusione con Dell'Utri chiamato in causa da Spatuzza.
Ognuno è in grado di tirare le proprie conclusioni,qui sotto l'articolo tratto da il"Corriere"fornisce spunti su cui indignarsi nuovamente per questa assurda decisione.
I familiari delle vittime di via Georgofili ad Alfano: «È scandaloso»
Mafia, tolto l'isolamento diurnoal boss Giuseppe Graviano
Sta scontando l'ergastolo nel carcere di Opera. Al processo Dell'Utri lamentò uno stato di salute precario.

PALERMO - Il boss mafioso Giuseppe Graviano, che sta scontando l'ergastolo nel carcere di Opera, ha ottenuto la revoca dell'isolamento diurno. Graviano continua, comunque, a essere sottoposto al regime carcerario del 41 bis. La decisione è della terza sezione della Corte d'assise d'appello di Palermo ed è motivata con il superamento del tetto massimo dei tre anni previsto dalla legge, dato che il boss è in cella dal 27 gennaio del 1994 e che l'isolamento gli è stato dato più volte durante la sua reclusione. «I magistrati - dice l'avvocato Gaetamo Giacobbe - hanno applicato la norma che stabilisce un tetto massimo per il carcere duro. Cumulati i periodi di detenzione diurna trascorsi al 41 bis, si è arrivati al tetto di tre anni previsto dalla legge». Graviano continua ad essere regolarmente sottoposto al regime di carcere duro del 41 bis (tra le imposizioni ai capi di Cosa Nostra il vetro blindato per parlare con i parenti, l'impossibilità di toccare i figli minorenni, la limitazione nelle visite e nei colloqui anche con gli avvocati, la censura sulla posta e limiti anche nei pacchi da e verso l'esterno), ma potrà avere contatti con altri detenuti durante il giorno. Il 41 bis è tra l'altro illimitato e non sottoposto al tetto massimo dei tre anni.
IL PROCESSO - Graviano, capomafia di Brancaccio, è stato condannato all'ergastolo come organizzatore delle stragi del '93 a Roma, Firenze e Milano, dov'era stato arrestato assieme al fratello Filippo. L'11 dicembre scorso entrambi erano apparsi, collegati in videoconferenza, davanti alla Corte di Appello di Palermo che sta processando per concorso esterno in associazione mafiosa il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a 9 anni. I due Graviano erano stati citati per confermare le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza sui loro presunti rapporti con il senatore. Sempre secondo Spatuzza, Giuseppe Graviano avrebbe detto nel '94 di avere tra i referenti politici anche l'attuale premier Silvio Berlusconi. Filippo Graviano aveva seccamente smentito Spatuzza, mentre Giuseppe si era avvalso della facoltà di non rispondere, lamentando di non essere in grado di sostenere un interrogatorio a causa dei suoi problemi di salute.
FAMILIARI VITTIME - «È scandaloso che in questo clima di buonismo a buon mercato, a Graviano sia stato fatto un regalo di Natale» afferma Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, riferendosi al ministro della Giustizia, Angelino Alfano. «Ministro, butti via le chiavi per il mafioso che ci ha rovinato la vita ammazzando i nostri figli - dice Maggiani Cheli -. Siamo pronti a mettere le tende con striscioni di protesta in via dei Georgofili«. Poi, rivolgendosi al ministro degli Interni, chiede se «i falsi attentati sparsi in giro in questi giorni natalizi non fossero il ricatto della mafia per l'annullamento del 41 bis».
DI PIETRO - Duro anche il commento di Antonio Di Pietro. «Se il buongiorno si vede dal mattino - afferma il leader dell'Italia dei Valori - "mala tempora currunt". Il nuovo anno non inizia bene. La revoca dell’isolamento diurno al mafioso Graviano è un segnale inquietante che non aiuta certo la credibilità della giustizia. Tra l'altro ciò avviene pochi giorni dopo il silenzio omertoso del boss e, al di là delle intenzioni, rischia di apparire come una ricompensa» conclude Di Pietro.
IL PD - La capogruppo del Pd nella Commissione Antimafia, Laura Garavini, chiede di acquisire gli atti per «capire esattamente il tipo di provvedimento che ha preso la Corte d'Appello di Palermo e le sue motivazioni. Non vorremmo - continua - che nel sistema del 41 bis si fosse aperta una falla come già avvenuto nel 2005. Quello che deve essere chiaro è che nessun baratto è possibile con i boss mafiosi, l'unica cosa che possono fare è collaborare pienamente con la giustizia. Giuseppe Graviano ha avuto questa possibilità diverse volte e l'ha sempre rifiutata, per questo bisogna continuare a mantenere il massimo del controllo sulla sua attività in carcere».

venerdì 1 gennaio 2010

REMINISCENZA

Chiudo gli occhi,è per sempre.
Scivolo debole nel fiume
che mi pare liquido amniotico.
Non me ne ricordo ma lo sento.
Odo il rumore ovattato
del battito di mia madre.
Ed il mio leggero,distratto.
Un rimbombo affievolito
dal rosso che mi circonda
e che mi assorbe.
Sto tornando,
sì sempre più piccolo
e sempre più velocemente.
I secondi mutano
in secoli e millenni.
Mi fermo in un altro tempo.
E la prima melodia
di cui ho memoria
è il suono gutturale
di un coccodrillo appena nato.