venerdì 31 agosto 2012

VERSO LA TERZA GUERRA MONDIALE

Riprendendo un post scritto lo scorso mese(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/07/iran-o-siriaquale-la-prima.html )e assodato il fatto che la guerra in Siria si sta già combattendo,l'Iran sta vivendo una lunga vigilia di quella che potrebbe essere la scintilla per una terza guerra mondiale in quanto Israele ha deciso che conflitto sarà con o senza l'appoggio degli Stati Uniti.
Questi ultimi,che quasi impercettibilmente ma visto le ultime debacle di Iraq e Afghanistan stanno tirando il freno a mano anche in concomitanza delle elezioni presidenziali autunnali,ormai non sono più così fondamentali per dare via a questa nuova guerra mediorientale.
L'articolo preso da Senza Soste parla di fantomatiche ragioni morali che i sionisti vanterebbero per annientare lo stato iraniano,perché è questo il loro fine ultimo nonostante negli ultimi anni abbiano girato la frittata a loro favore.

La guerra inevitabile di Israele contro l’Iran.
L’establishment israeliano sta costruendo la legittimità morale della guerra all'Iran. Il consenso degli Stati Uniti non è più una condizione necessaria. I rischi dello squilibrio internazionale. La guerra all’Iran è già in corso in Siria. Quello che va detto.
 
“Non parliamo di risposta ad un attacco: a Israele spetta la prima mossa”. Non lascia adito a dubbi la valutazione del generale israeliano Ephraim Sneh. Il generale Sneh era uno dei comandanti del raid israeliano ad Entebbe nel 1976 ed è l’alto ufficiale che dal 1993 spinge sulle autorità di Tel Aviv brandendo il dossier iraniano come “un pericolo strategico per lo stato di Israele”. Sono quasi venti anni che rilevanti settori della politica e delle forze armate israeliane spingono per una azione di forza contro l’Iran. In questi anni venti anni hanno dovuto incassare diversi no: da parte di Ytzhak Rabin e da parte dello stesso Ariel Sharon. Più recentemente hanno visto sbarrarsi la strada dal capo del Mossad, Meir Dagan, (rimosso un anno e mezzo fa) e dall’ex Capo di stato maggiore Gabi Askhenazi che ritengono un attacco iraniano non imminente e con conseguenze catastrofiche un attacco militare israeliano. Ma oggi il gruppo di potere che in Israele e negli Usa spinge per l’attacco militare contro l’Iran sembra essere diventato maggioritario e risoluto.
 
La costruzione “morale” dell’aggressione israeliana all’Iran
“La rappresaglia (iraniana,NdR) sarebbe dolorosa per Israele, ma sostenibile” sostiene il generale Sneh. Quando si comincia a parlare del rapporto tra costi e benefici è il segnale che le cose stanno precipitando. L’establishment israeliano sta mobilitando non solo l’apparato militare sia nella sua dimensione offensiva (aerei, testate missilistiche sui sommergibili etc.) che difensiva (scudo antimissile, esercitazioni etc.), ma ha chiesto anche l’intervento di filosofi, moralisti, intellettuali per giustificare lo “strike”, il primo colpo contro l’Iran, e preparare così l’opinione pubblica israeliana (di quella internazionale non gli è mai interessato molto) di fronte ai possibili costi umani di una guerra devastante con l’Iran.
Il primo ministro Netanyahu ha fatto ricorso a tutto l’arsenale di argomentazioni bibliche e storiche per legittimare l’idea che Israele debba e possa colpire per prima. Per Netanyahu “l’Iran è il nuovo Amalek che apparirà nella storia per provare, ancora una volta, a distruggere gli ebrei. Ricorderemo sempre che cosa ci ha fatto l’Amalek nazista. Non dobbiamo dimenticare di essere pronti ad affrontare i nuovi amaleciti” (1).
Argomentazioni come queste, non possono che far interrogare tutti coloro che continuano a pensare allo scontro tra Iran e Israele come ad uno scontro tra esaltati religiosi e un paese moderno. I fatti dimostrano che così non è, anzi, che la visione quasi messianica e la logica della sopravvivenza degli ebrei al nuovo Olocausto che le autorità israeliane stanno imponendo al dibattito sulle tensioni internazionali , rende il ruolo di Israele assai più destabilizzante e pericoloso di altri paesi nel quadro mediorientale e internazionale. Se infatti una società è convinta di essere a rischio di sopravvivenza, accetterà qualsiasi soluzione dal suo governo, anche dolorosa, che lasci un margine di speranza o di prospettiva. A tale scopo le autorità israeliane stanno ricorrendo a diversi intellettuali affinché sostengano con motivazioni etiche la necessità che Israele attacchi e per prima l’Iran.
Circa dieci anni fa, le autorità israeliane chiesero ad un gruppo di studiosi e accademici di formulare una dottrina “morale” per l’attacco militare preventivo. Questa dottrina ha preso il nome di “Progetto Daniele” e deve costituire la giustificazione strategica per l’eventuale attacco contro l’Iran. Del gruppo di studiosi hanno fatto parte Naaman Belkind (ingegnere nucleare), il generale Isaac Ben Israel, il colonnello Yoash Tsiddon-Chatto. Ma anche filosofi e pensatori.
Moshe Halbertal, allievo di Michael Walzer, afferma ad esempio che “Ci potrebbe essere una situazione in cui l’unico modo per prevenire un attacco nucleare contro Israele sarà quello di distruggere lo stato iraniano. Con questo intendo la sua volontà di agire come uno stato”. Mentre Louis Renè Beres, esperto di genocidio in una università statunitense e che ha scritto il “Progetto Daniele” afferma che “Noi abbiamo spiegato per primi che l’equilibrio del terrore non funziona con Teheran. Per Israele non difendersi preventivamente davanti ad un nemico esistenziale sarebbe un suicidio”.
La dottrina dello “strike”, cioè del colpire per primi, se oggi è portata avanti dalla destra, è stata in realtà partorita da un intellettuale israeliano “di sinistra”, Asa Kasher, docente di Filosofia etica all’università di Tel Aviv e che ha curato il manuale per l’etica delle forze armate israeliane (sic!). “La giustificazione di un attacco preventivo israeliano, poggia sulla dottrina della “guerra giusta” e sullo spirito della legge internazionale”. Per lo strike serve dunque una buona causa e per il prof. Kasher la buona causa è il pericolo imminente rappresentante non dal lancio di testate atomiche iraniane, “ma dalla capacità di farlo”. Dunque è il fatto stesso che l’Iran possa disporre di armi nucleari (come ne dispone notoriamente Israele, NdR) anche senza utilizzarle, a rappresentare una buona causa per bombardarlo. Il progressista morale Kasher dice anche di più: “Non faremo affidamento su nessun altro quando si tratta di proteggere i nostri cittadini. Anche se i nostri nemici dovessero portare dei bambini sui tetti delle case per spararci addosso, noi non capitoleremo. E’ tragico, ma non molliamo”.
Dello stessa opinione è anche Avi Sagi, filosofo morale e coautore dello “Spirit of Idf”, cioè il codice di condotta etica dell’esercito israeliano: “Se Israele è certo che possa finire sotto atomico, allora ha diritto ad un attacco preventivo…. L’attacco preventivo venne già usato durante la seconda Intifada, quando Israele eliminò alcuni capi terroristi in esecuzioni extragiudiziali. E’ una moralità che fa parte dell’ethos ebraico. Israele è da sempre prigioniera di una guerra asimmetrica in cui soldati combattono terroristi vestiti in abiti civili”. (2)
Questa breve rassegna di come stiano operando gli apparati ideologici di stato israeliani nella preparazione “morale” della guerra all’Iran, per un verso mette i brividi, per un altro mette tutti noi di fronte alla realtà della infrastruttura ideologica che sta costruendo un possibile e devastante conflitto nel Medio Oriente, in pratica alle porte di casa nostra.

Israele attaccherà l’Iran. Con o senza gli Stati Uniti
L’autore del libro “The secret war with Iran”, il giornalista israeliano “insider” Ronen Bergman, ha recentemente pubblicato un lungo articolo sul New York Times, nel quale arrivava a queste conclusioni: “Dopo aver parlato con molti alti funzionari, ufficiali e uomini dei servizi segreti, mi sono convinto che Israele attaccherà l’Iran nel 2012”. Non si tratta di un aspetto inquietante della profezia dei Maya, ma della conclusione a cui arriva Bergman sulla base di conversazioni e interviste parzialmente rivelate nell’articolo sul New York Times (3).
Bergman prevede cinque scenari possibili: un attacco israeliano, un attacco statunitense, israeliani e statunitensi che attaccano insieme, l’Iran che rinuncia all’atomica, cambiamento di regime a Teheran. Secondo Bergman il secondo e il quinto scenari sono improbabili mentre il primo è quello più possibile.
Sono in molti a chiedersi, forse in forma un po’ auto-consolatoria, se Israele possa attaccare l’Iran senza il consenso degli Stati Uniti. Potremmo rispondere che è già accaduto nel 1981 in Iraq, quando gli aerei israeliani bombardarono il reattore nucleare di Osirak mettendo l’amministrazione Reagan davanti al fatto compiuto. Nell’articolo sul New York Times, Bergman lascia ad un altro esperto il compito di rispondere alla domanda se Israele attaccherà con o senza il consenso degli Stati Uniti. Si tratta di Matthew Kroenig, esperto di sicurezza nucleare dell’influentissimo Council of Foreign Relations e consulente del Pentagono: “Secondo me gli israeliani avviseranno gli Stati Uniti solo un’ora e due ore prima, un lasso di tempo sufficiente per non incrinare i rapporti tra i due paesi ma non per permettere a Washington di impedire l’attacco”. Non solo, Kroenig taglia la testa al toro affermando che “La cosa più interessante non è se succederà, ma il come”.
Un esperto israeliano del National Security Studies di Tel Aviv, Yoel Guzansky, lo esplicita in modo ancora più chiaro” Per Israele oggi conta soltanto la sopravvivenza del popolo ebraico, non il rapporto con gli Stati Uniti… Netanyahu potrebbe decidere di lanciare una campagna militare anche senza il consenso americano. Tutto dipende dai dati che Israele avrà in mano, non certo dal dispiacere che potrebbe provocare negli Stati Uniti” (4).
Ma a rafforzare la tesi che Israele potrebbe attaccare a breve l’Iran, vi sono anche le valutazioni dello stesso Segretario alla Difesa statunitense Leon Panetta. Nel corso di una visita al Comando Nato di Bruxelles, Panetta ha rilasciato alcune dichiarazioni al Washington Post. A raccoglierle è stato un giornalista “esperto” come David Ignatius, editorialista del WP, che le ha riportate testualmente su uno dei maggiori quotidiani statunitensi: “Panetta ritiene che sia molto probabile un attacco di Israele contro l’Iran in primavera, prima che l’Iran entr in quella che gli israeliani definiscono una “zona di immunità” dove poter cominciare a costruire la bomba nucleare”. Poco prima del viaggio a Bruxelles e dell’editoriale del Washington Post, Panetta aveva ricevuto il capo del Mossad Tamir Pardo, un viaggio segreto rivelato però dalla presidente della Commissione Intelligence del Senato, Dianne Feinstein (5).
Visto con gli occhi di sempre, tutto questo può apparire come propaganda o come il capitolo di una guerra di nervi verso l’Iran per costringerlo a cedere e a rinunciare al programma nucleare. Ma questa somiglia molto ad una fotografia di almeno cinque anni fa, prima che la crisi economica globale iniziasse a squassare le economie capitaliste in Europa e negli Stati Uniti e le relazioni internazionali nel loro complesso. Oggi la situazione mondiale è enormemente più instabile e i fattori che agiscono a livello regionale, non paiono più pianificabili e controllabili dal centro. Anche l’establishment israeliano percepisce l’indebolimento della leadership globale statunitense ed è portato a ritenere che questa consente margini di manovra indipendente più elevati che in passato. Se fino a pochi anni fa in qualche modo la concertazione tra le maggiori potenze aveva consentito di gestire l’asimmetria geopolitica dovuta alla dissoluzione dell’Urss, oggi gli equilibri si stanno rimodellando sulla base di una competizione globale sempre più aspra.
 
Il “messaggio dei Brics”
Il vertice di fine marzo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica a Nuova Delhi, ad esempio, ha dato il segno dei cambiamenti nelle relazioni internazionali. I vecchi paesi a capitalismo avanzato che dal dopoguerra a oggi hanno determinato i processi decisionali del mondo, hanno ricevuto un avviso chiaro e forte dai Brics, le potenze emergenti. Occorre ridisegnare le istituzioni internazionali, ridistribuendo poteri e responsabilità. È questo il messaggio che arriva dal vertice dei cinque paesi membri del Brics riuniti nel vertice di New Delhi. E’ il quarto vertice dal 2009 tra i capi di Stato di queste nuove potenze (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che hanno manifestato chiaramente il proposito di voler contare di più nel dibattito mondiale e nelle decisioni, anche se la “Dichiarazione di Delhi” da loro firmata, dichiara di non essere nulla di più che “una piattaforma di dialogo e cooperazione”. Una piattaforma che però raccoglie il 43% della popolazione mondiale, il 20% del prodotto interno lordo (pil) globale e più della metà della crescita economica (56%) prevista dal Fondo monetario internazionale per il 2012. I Brics sollecitano una riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che tenga conto delle potenze emergenti, ma nel frattempo propone che la comunità internazionale operi per disinnescare le crisi più importanti, avviando senza esitazione il negoziato per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, che è fonte di molti altri conflitti nella regione. Non solo la Dichiarazione di Delhi sollecita che nelle crisi in Siria e Iran si utilizzi il dialogo e non il conflitto, permettendo nel caso dei siriani “l’avvio di un processo nazionale con la partecipazione delle parti coinvolte”. Nel caso dell’Iran, invece, i cinque paesi sono piuttosto espliciti e “riconoscono il suo diritto all’uso del nucleare a fini pacifici, pur rispettando gli obblighi internazionali”. “Non si può trasformare la situazione riguardante l’Iran in un conflitto – si afferma nella dichiarazione – le cui conseguenze non sono nell’interesse di nessuno”. Sul piano economico Brasilia, Mosca, New Delhi, Pechino e Pretoria si dicono preoccupati dell’attuale situazione economica mondiale, determinata dalla persistente crisi della zona euro, con un aumento dei debiti sovrani e con l’introduzione di misure di aggiustamento fiscale a medio e lungo termine che producono in ambiente incerto per la crescita economica. Si registra una dura dichiarazione della presidente brasiliana Dilma Roussef sulle misure con cui Usa e Unione Europea stanno affrontando la crisi economica globale, “Una crisi – ha sottolineato la Rousseff – cominciata nel mondo sviluppato e che non potrà essere superata attraverso semplici misure di austerity, deprezzamento della forza lavoro, senza parlare delle politiche di allentamento monetario che hanno scatenato uno tsunami valutario, hanno avviato una guerra monetaria e hanno introdotto nuove e perverse forme di protezionismo nel mondo”. I Brics in particolare contestano duramente “L’eccessiva liquidità generata dalle politiche aggressive varate dalle banche centrali per stabilizzare le loro economie si è riversata sui mercati dei Paesi emergenti, causando una volatilità eccessiva dei flussi di capitale e dei prezzi delle commodities”. Una esortazione esplicita verso i vecchi paesi a capitalismo avanzato “ad adottare politiche finanziarie ed economiche responsabili, a evitare di generare eccessi di liquidità e a intraprendere riforme strutturali in grado di creare crescita e occupazione”.
Secondo i Brics dovrebbe diventare il G20 e non più il G8, l’organismo che può e deve facilitare il coordinamento delle politiche macroeconomiche “anche con un miglioramento dell’architettura monetaria e finanziaria internazionale» che «deve contemplare una maggiore rappresentanza dei paesi emergenti” per ottenere «un sistema monetario internazionale che possa servire gli interessi di tutti i paesi». In questo ambito i Brics stanno studiando la creazione di una Banca di sviluppo tra i paesi del sud del mondo, la cui realizzazione sarà esaminata nel prossimo vertice dei Brics che si svolgerà nel 2013 a Johannesburg, Nel frattempo i presidenti degli istituti di credito per lo sviluppo nazionale dei Paesi Brics hanno siglato a New Delhi un accordo che consentirà il finanziamento del commercio e degli investimenti in valuta locale. Lo scopo dell’intesa è l’incremento della cooperazione tra le banche statali e l’aumento degli scambi commerciali tra i paesi del blocco.
Nel mondo si sta dunque accentuando la polarizzazione con la nascita di nuovi blocchi e, tendenzialmente, di aree monetarie diverse e competitive tra loro. In un contesto di crescita progressiva tutto ciò può anche portare ad un nuovo e positivo riequilibrio dei rapporti di forza internazionali, ma in un contesto di crisi sistemica del capitalismo dominante può diventare un fattore di conflitto a tutto campo. Le vecchie potenze – in questo caso gli Usa e quelle europee – non hanno mai accettato un ridimensionamento della loro egemonia senza tentare di ripristinarla ad ogni costo. E questo rende il mondo del XXI Secolo un posto molto pericoloso in cui vivere.
 
La guerra all’Iran è già in corso, in Siria
Dobbiamo riconoscere che l’escalation che porterà alla guerra contro l’Iran da parte di Israele, con o senza l’aiuto degli Stati Uniti, è già iniziata.
In Iran è cominciata con le operazioni coperte del Mossad, che ha portato all’uccisione di diversi scienziati che lavorano al programma nucleare o con sanguinosi attentati contro i pasdaran e altre strutture militari che hanno visto coinvolti anche commandos di Stati Uniti e Gran Bretagna.
Nella regione è cominciata con la destabilizzazione della Siria, alleata di Teheran. In particolare c’è la questione dei cosiddetti “corridoi umanitari” che configura sia una spinta verso la guerra civile in Siria sia un attacco ai collegamenti tra Iran e la linea del fronte con Israele: il Libano. Obiettivo dei corridoi umanitari – sostenuto da Turchia, Usa, petromonarchie, è quello di creare una retrovia per i gruppi armati anti-Assad ma anche quello di interporsi sul confine tra Siria e Libano ed impedire così che giungano rifornimenti strategici agli Hezbollah libanesi alleati dell’Iran che hanno già dimostrato di poter essere un serissimo problema per Israele. “Nel 2006 l’Iran, tramite Hezbollah, ha sconfitto lo stato ebraico” lamenta Ronen Bergman. Così viene vissuta dall’establishment israeliano la difficoltà e le perdite subite nell’aggressione al Libano sei anni fa, quando gli Hezbollah si dimostrarono un nemico tenace, motivato, organizzato e ben armato capace di resistere ai tank e ai bombardamenti a tappeto israeliani.
La Siria dunque potrebbe essere l’agnello sacrificale che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, le petromonarchie del Golfo e la Turchia sono disposti ad offrire a Israele in cambio della sua rinuncia a scatenare a breve l’attacco contro l’Iran. L’indebolimento o la sconfitta del maggiore alleato regionale di Teheran e la garanzia della fine dei rifornimenti agli Hezbollah (dando così mano libera a Israele in Libano), vorrebbero essere il tentativo di mettere sul piatto del rapporto costo-benefici un qualcosa che possa fermare l’escalation israeliana. Israele vedrebbe indebolirsi due nemici ai suoi confini più diretti (Siria e Libano) e accettare che il braccio di ferro con l’Iran proceda attraverso le sanzioni, l’embargo, le azioni terroristiche all’interno del paese, la ripresa di movimenti sponsorizzati da Usa, Europa e petromonarchie che prima o poi ottengano il “regime change” auspicato.
Ma questo scenario potrebbe non realizzarsi a breve. Assad sembra voler e poter resistere più di quanto preventivato e la posizione dei Brics su Siria e Iran non coincide con quelle della coalizione dei “Friends of Syria” sponsorizzata dagli Usa né con quelle israeliane. Il vertice di Nuova Delhi ha “riconosciuto il diritto dell’Iran all’uso del nucleare a fini pacifici, pur rispettando gli obblighi internazionali”. Una posizione questa che è sostanzialmente corretta e butta la contraddizione direttamente in mezzo ai piedi di Israele che dispone di un arsenale nucleare, non ha firmato il Trattato di Non Proliferazione e non consente ispezioni dell’Aiea nei propri impianti.
 
Quello che va detto
In conclusione ci sembra di poter riaffermare che, anche nel Medio Oriente, il “meglio rimane nemico del bene” ma che di fronte alla prospettiva di un attacco militare israeliano all’Iran occorrerà augurarsi nel breve tempo almeno il “meglio”. Il bene sarebbe indubbiamente una conferenza regionale sul disarmo nucleare che porti allo smantellamento dell’arsenale atomico israeliano e al divieto di armamento nucleare iraniano, il meglio sarebbe che l’Iran disponga, e prima possibile, del potere di deterrenza nucleare che dissuada e impedisca a Israele di attaccarlo provocando un conflitto dalle conseguenze devastanti e imprevedibili, è sufficiente pensare alle ripercussioni sul prezzo del petrolio o all’estensione del conflitto ad altri paesi della regione.
Il nostro compito sarà quello di impedire innanzitutto che l’Italia prenda parte ad avventure militari contro l’Iran o la Siria, che cessi la collaborazione militare e la complicità politica con Israele e denunciare pervicacemente l’ormai inaccettabile costo democratico, economico, morale della permanenza in alleanze come la Nato. I pacifisti per mobilitarsi hanno bisogno di una realtà in bianco e nero, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. L’internazionalismo dei comunisti ha il dovere di fare i conti con le molte sfumature di grigio dei conflitti che sono stati scatenati in questo già turbolento XXI° Secolo, conflitti in cui non è facile delineare i buoni e i cattivi, ma i nemici principali sì e sono quelli che con le loro azioni mettono a rischio le sorti dell’umanità: lo stato di Israele è tra questi, se ne facciano una ragione i sionisti e i loro coccolatori nelle file della sinistra o della destra.
E’ per questo motivo che riteniamo opportuno pubblicare come chiosa a queste considerazioni la poesia di Gunter Grass. La sua forza è nel titolo: quello che va detto, appunto.

Quello che va detto
Perché taccio e passo sotto silenzio troppo a lungo
una cosa che è evidente e si è messa in pratica in giochi di guerra
alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo al massimo delle note a piè di pagina.
Il diritto affermato ad un decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano,
soggiogato da un fanfarone
e spinto alla gioia organizzata,
perché nella sfera di quanto gli è possibile realizzare
si sospetta la costruzione di una bomba atomica.
E allora perché proibisco a me stesso
di chiamare per nome l’altro paese,
in cui da anni — anche se si tratta di un segreto —
si dispone di crescenti capacità nucleari,
che rimangono fuori dal controllo perché mantenute
inaccessibili?
Un fatto tenuto genericamente nascosto:
a questo nascondere sottostà il mio silenzio.
Mi sento oppresso dal peso della menzogna
e costretto a sottostarvi, avendo ben presente la pena in cui si incorre
quando la si ignora:
il verdetto di "antisemitismo" è di uso normale.
Ora però, poiché da parte del mio paese,
un paese che di volta in volta ha l'esclusiva di certi crimini
che non hanno paragone, e di volta in volta è costretto a giustificarsi,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile
-di nuovo per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta si parla di «riparazione»-
in grado di dirigere testate devastanti laddove
non è provata l’esistenza di una sola bomba atomica,
una forza probatoria che funziona da spauracchio,
dico quello che deve essere detto.
Ma perché ho taciuto fino ad ora?
Perché pensavo che le mie origini,
stigmatizzate da una macchia indelebile,
impedissero di aspettarsi questo dato di fatto
come una verità dichiarata dallo Stato d’Israele;
Stato d'Israele al quale sono e voglio restare legato.
Perché dico solo adesso,
da vecchio e col mio ultimo inchiostro,
che le armi nucleari di Israele minacciano
una pace mondiale già fragile?
Perché deve essere detto
quello che domani potrebbe essere troppo tardi per dire;
anche perché noi — come tedeschi già con sufficienti colpe a carico —
potremmo diventare quelli che hanno fornito i mezzi necessari ad un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
varrebbe a cancellare questo.
E lo ammetto: non taccio più
perché sono stanco
dell’ipocrisia dell’Occidente; perché è auspicabile
che molti vogliano uscire dal silenzio,
che esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo che si va prospettando
ed insistano anche perché
un controllo libero e senza limiti di tempo
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
esercitato da un'organizzazione internazionale
sia consentito dai governi di entrambi i paesi.
Solo in questo modo per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora per tutti gli uomini che vivono
da nemici confinanti in quella regione
occupata dalla follia
ci sarà una via d’uscita,
e alla fine anche per noi.
Gunter Grass
Note:
  1. Nella Bibbia, Amalek è il guerriero del deserto (figlio di Esaù) che attaccò per primo gli ebrei che avevano attraversato il Mar Rosso fuggendo dall’Egitto. Amalek rappresenta il concentrarsi degli aspetti negativi di Esaù in un’unica persona, destinata a diventare la radice “spirituale” di ogni nemico che ha perseguitato il popolo ebraico nei secoli e nei millenni. Il luogo dove avviene il primo attacco di Amalek contro Israele è Refidim, un nome legato alla radice indicante “debolezza” (rafà). Una condizione – quella della debolezza – che tutto il sionismo respinge e rigetta come condizione che non dovrà mai più ripetersi tra gli ebrei.
  1. “Nella mente dello strike”. Giulio Meotti su Il Foglio del 10 febbraio
  1. Il testo integrale dell’articolo – L’Iran nel mirino di Israele – è stato tradotto e pubblicato in italiano da “Internazionale” del 10-16 febbraio 2012.
  1. Il Foglio del 2 febbraio.. Corrispondenza da Israele di Giulio Meotti
  2. “Israele attaccherà l’Iran in Primavera”, La Stampa del 4 febbraio
* questo articolo con il titolo “La guerra non se, ma quando” è stato pubblicato sull'ultimo numero della rivista Contropiano
Sergio Cararo
tratto da http://www.contropiano.org
21 agosto 2012

giovedì 30 agosto 2012

LA FASCISTA PROCURA DI TRENTO

L'arresto avvenuto qualche giorno fà degli anarchici Massimo Passamani e Daniela Battisti oltre ai 43 indagati da parte della procura di Trento,ha avuto una coda polemica dopo che l'operazione è stata denominata Ixodidae(zecca)che è l'appellativo con cui da sempre i fascisti hanno chiamato antifascisti,comunisti e anarchici.
Quindi questa repressione ha delle radici ben piantate negli ambiti dell'estrema destra,ed il procuratore Amato ed il questore Iacobone,che hanno dichiarato di non voler perseguire un'ideologia ma dei criminali,hanno voluto porre la loro personale firma a questi arresti.
Mentre la Battisti ora è ai domiciliari,Passamani è recluso nel carcere di Tolmezzo con l'accusa di associazione eversiva per atti violenti compiuti in trentino,durante manifestazioni No Tav e ad Atene:
sono già stati battuti diversi comunicati da parte di organizzazioni anarchiche e antagoniste per la liberazione degli arrestati e contro la repressione che il movimento subisce da sempre in Italia.
L'articolo è preso da Trento Today e da ecn.org.

Udine. arresti di anarchici: nome in codice dell'operazione: "Zecche" ·

TrentoToday » Cronaca
Anarchici, oggi l'interrogatorio in carcere a Passamani
L'anarchico è carcere a Tolmezzo in seguito all'arresto con l'accusa di "associazione eversiva". Il nome dell'operazione: Ixodidae, significa "zecca", un termine dispregiativo usato negli ambienti di destra
di Redazione 29/08/2012

"Intendo portare il procedimento rapidamente a definizione, entro fine anno. La risposta della giustizia deve essere breve". Così sostiene il procuratore della Repubblica a Trento, Giuseppe Amato, dopo l'arresto dei due esponenti anarchici , Massimo Passamani 40 anni, in carcere, e Daniela Battisti, 35 anni, ai domiciliari. L'inchiesta, che vede 43 indagati in totale, è stata coordinata dallo stesso Amato col sostituto procuratore Davide Ognibene con richiesta delle misure per associazione con finalità di terrorismo ed eversione. Il procuratore ha sottolineato nelle ultime ore l'intenzione di procedere per il reato associativo. I reati contestati riguardano azioni violente e l'organizzazione delle stesse in Trentino, ma anche ad Atene e in Val di Susa, nell'ambito di manifestazioni No Tav. Passamani si trova in carcere a Tolmezzo in provincia di Udine, dove sarà interrogato. "Una scelta dell'amministrazione penitenziaria" - ha puntualizzato Amato. Il legale di Massimo Passamani, l'avvocato Giampiero Mattei, ha annunciato intanto di avere già chiesto la revoca della misura cautelare.

Oggi è previsto l'interrogatorio nel carcere di Tolmezzo (Udine) di Massimo Passamani, mentre la prossima settimana verrà sentita Daniela Battisti, ora agli arresti domiciliari. Nel frattempo le perquisizioni nella casa di Massimo Passamani hanno aiutato gli inquirenti a ricostruire quella che secondo gli inquirenti sarebbe un'organizzazione di tipo sovversivo. Sempre secondo gli inquirenti, il gruppo sai basava, per l'organizzazione degli attentati, su un manuale anonimo dal titolo "Ad ognuno il suo - Mille modi per sabotare questo mondo", pubblicazione scaricabile facilmente da internet.

C'è poi la questione legata a Ixodidae, il nome con cui è stata chiamata l'operazione che ha portato all'arresto degli anarchici Massimo Passamani e Daniela Battisti. Il questore Iacobone e il procuratore Amato, durante la conferenza stampa in cui si annunciava l'arresto dei due, hanno ribadito più volte il fatto che l'operazione non fosse stata svolta al fine di perseguire un'ideologia, senza che nessuno dei colleghi delle testate giornalistiche presenti avesse mosso qualche dubbio in tal senso. Dubbi che però - almeno a noi di Trento Today che certo non siamo pericolosi sovversivi - sorgono ora, scoprendo il significato della parola "ixodidae", nome dell'operazione. Un termine che vuol dire "zecca", ovvero l'appellativo dispregiativo usato negli ambienti di estrema destra per indicare le persone di sinistra o i progressisti in generale. Viene da chiedersi come mai sia stato scelto un nome del genere.

http://www.trentotoday.it/cronaca/arresti-anarchici-ixodidae-zecche-passamani.html

mercoledì 29 agosto 2012

CARBONI ARDENTI

Come successo lo scorso mese nelle Asturie(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/06/lo-sciopero-dei-minatori-nelle-asturie.html )anche i minatori sardi che lavorano nella Carbosulcis nei pressi di Gonnessa stanno scioperando contro la minaccia di perdere il proprio lavoro.
La loro protesta è stata differente da quella dei colleghi asturiani in quanto si sono barricati all'interno della miniera a quasi 400 metri di profondità per sollecitare il governo per il rilancio della loro attività che prevederebbe la produzione di energia pulita dal carbone tramite gli accumuli di anidride carbonica stoccata sotto terra.
Nella zona del Sulcis non è la prima volta che i minatori protestano fortemente sia per le difficili condizioni di lavoro che per la precarietà di questo e ora si attende la risposta dell'esecutivo che deve dare spiegazioni a questi lavoratori che stanno nelle viscere della terra assieme pure a 350 chili di esplosivo.
Articolo preso da"contropiano.org"a sua volta postato da Senza Soste.

Sulcis. I minatori si barricano nella miniera di Gonnesa.
Aggiornamenti
***
Una trentina di minatori della Carbosulcis ha deciso di occupare le viscere della terra di Nuraxi Figus, a Gonnesa a 373 metri di profondità.
Dopo ave visto che il governo nazionale e l’Enel non hanno alcuna intenzione di intervenire per mantenere un'attività aperta, la decisione di "barricarsi" nelle viscere della terra.
I minatori sono scesi in fondo ai pozzi alle 22,30 di ieri. L'accesso ai pozzi è stato bloccato con cumuli di carbone e mezzi meccanici.
La protesta è esplosa per convincere il governo a sbloccare il progetto di rilancio della miniera con la produzione di energia pulita dal carbone attraverso la cattura e lo stoccaggio di CO2 nel sottosuolo. I lavoratori chiedono una risposta rapida ai rappresentati delle istituzioni affinché venga fissato un incontro con i leader dei partiti che appoggiano il governo Monti, Alfano Bersani e Casini al fine di indurre l'esecutivo nazionale a dare il via libera al progetto integrato carbone-miniera-centrale elettrica. Un’azione, questa dei minatori, preceduta nei giorni scorsi, dal blocco degli accessi alla discarica di Gessi.

All'interno della miniera è custodito un carico di circa 350 chili di esplosivo, utilizzato dai minatori durante le lavorazioni e ora 'sequestrato' dagli occupanti in rappresentanza dei 463. La protesta ricorda quelle del 1984, del 1993 e del 1995, quando i lavoratori rimasero asserragliati in galleria per 100 giorni.
27 agosto 2012

martedì 28 agosto 2012

SPIACEVOLE INCIDENTE

Come era stato pronosticato la morte dell'attivista pacifista Rachel Corrie non avrà nessun colpevole dal punto di vista penale,mentre già dal 16 marzo di nove anni fà la responsabilità morale e diretta lo sapevano tutti che era quella dello Stato israeliano.
Quel giorno durante uno sgombero che fu seguito dalla demolizione di alcune case in territorio palestinese,un bulldozer dell'esercito schiacciò la giovane statunitense che stava cercando di fare da scudo umano contro la distruzione delle abitazioni.
Dopo un lungo processo Israele afferma che la morte di Rachel sia stata solo uno spiacevole incidente e che praticamente la ragazza abbia voluto essere presente consapevolmente in una situazione di alto pericolo,insomma che se la sia cercata.
L'articolo è stato preso da Indymedia Lombardia tramite il sito de"La Repubblica".

La morte di Corrie "uno spiacevole incidente".
L'attivista Usa, travolta da un bulldozer militare nel 2003 a Gaza, è stata uccisa mentre protestava in forma non violenta contro la demolizione di alcune abitazioni palestinesi. Lo Stato, ha detto il giudice, non può considerarsi responsabile per alcun "danno causato" in situazioni di combattimento

ROMA - Finisce con una sconfitta la battaglia legale avviata in Israele dai genitori di Rachel Corrie, l'attivista americana di 23 anni schiacciata da un bulldozer dello Stato ebraico mentre faceva da scudo umano contro la demolizione di alcune case palestinesi.
La morte della ragazza è infatta stata definita in ultima analisi "uno spiacevole incidente". Per la corte di Haifa, l'uccisione di Rachel è stato niente altro che un deplorevole evento che la vittima avrebbe potuto evitare, perché consapevole dei rischi cui andava incontro.
Il tribunale distrettuale di Rafah ha così respinto la richiesta di indennizzo dei genitori, che avevano avviato un causa civile contro lo Stato israeliano, accusandolo di essere responsabile dell'uccisione della figlia e di non aver condotto un'indagine credibile.
Il giudice Oded Gershon ha sottolineato che Israele non può considerarsi responsabile per alcun danno provocato in situazioni di combattimento, ha ricordato l'attacco subìto dai militari dello stato ebraico, nella stessa zona, nelle ore immediatamente precedenti la morte di Corrie, e ha infine spiegato di non aver riscontrato alcuna negligenza da parte dell'esercito israeliano e che l'inchiesta della polizia militare è stata condotta nel modo opportuno.
"Non vi è alcun fondamento per richiedere un indennizzo allo Stato", ha concluso, sottolineando che Rachel "si mise da sola e volontariamente in pericolo. Fu un incidente da lei stessa provocato".
Una formula che ha lasciato Cindy Corrie, madre della vittima, "profondamente rattristata e dispiaciuta".
"Anche se non sorprendente, questo verdetto è un esempio ulteriore della vittoria dell'impunità sulla responsabilità e sulla onestà ", ha commentato l'avvocato Hussein Abu Hussein, legale della famiglia Corrie, dopo aver appreso della decisione del tribunale.
Attivista dell'International Solidarity Movement - lo stesso in cui militava Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza l'anno scorso - Rachel era originaria di Olympia, nello Stato di Washington. Il 16 marzo 2003, assieme ad altri compagni, stava cercando di ostacolare le operazioni di demolizione israeliane a Rafah, nel sud della Striscia, al confine col Sinai. Era di fronte alla casa di un medico palestinese, un amico, quando fu investita da una ruspa. Gli israeliani stavano portando avanti una campagna di demolizioni delle abitazioni arabe e l'obiettivo, secondo le autorità di Tel Aviv, era fermare gli attacchi contro l'esercito e i coloni ebrei a sud della Striscia, lungo il confine con l'Egitto.
La comunità internazionale condannò la pratica, che secondo l'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati palestinesi, lasciò senza la casa oltre 17mila persone tra il 2000 e il 2004. Per gli attivisti filopalestinesi Corrie è diventata il simbolo delle repressioni da parte delle autorità israeliane nei confronti del movimento nonviolento di protesta.
"Questa corte - ha aggiunto l'avvocato - in questo modo ha avvallato pratiche illegali, fra cui l'aver trascurato la protezione di vite umane. E questo verdetto biasima in definitiva la vittima, sulla base di fatti presentati al giudice in forma distorta".
Da parte sua, la rappresentante della pubblica accusa ha sostenuto che nel dibattito processuale è stato dimostrato oltre ogni dubbio che il conduttore del bulldozer militare non poteva in alcun modo vedere, dalla propria cabina, la figura di Rachel Corrie, che si era venuta a trovare a brevissima distanza dal veicolo.
(28 agosto 2012)
http://www.repubblica.it/esteri/2012/08/28/news/la_morte_di_corrie_uno_s...

sabato 25 agosto 2012

NAZI SCUM

Breve post che descrive da un articolo preso da Antifa.org la sentenza di condanna a 21 anni per la strage che il neonazista norvegese Breivik compì lo scorso anno a Oslo e sulla vicina isola di Utoya(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2011/07/con-il-neonazismo-il-buonismo-non-paga.html ).
Questi anni sono comunque ripetibili all'infinito ed è comunque la maggior condanna che possa essere inflitta dalla nazione Norvegia,quindi le polemiche sulla presunta clemenza verso questo assassino è aria fritta.
Questa gentaglia,definita sana di mente,dovrebbe campare ancora a lungo per impazzire davvero,a meno che non fosse falcidiata da qualche parente delle numerose vittime o da qualche altro carcerato,caso remoto poichè questa merda nazista passerà la vita fino all'ultimo suo giorno in isolamento totale.

Breivik è sano di mente condannato a 21 anni di carcere ·

Non passerà i prossimi anni in un ospedale psichiatrico, ma in carcere. Il tribunale di Oslo ha emesso il suo verdetto contro Anders Behring Breivik, il sanguinario naziofascista che il 22 luglio 2011 organizzò un attentato a Oslo e poi sbarcò sull'isola di Utoya sparando contro giovani indifesi che stavano partecipando a un campeggio dei Giovani Democratici. In tutto ha ucciso 77 persone e ne ha ferite 240. Ora dovrà scontare 21 anni di carcere, al termine dei quali verrà valutato il persistere del pericolo.

Breivik ha sempre rivendicato il suo gesto, dicendo di aver agito per difendere la razza bianca dall'invasione islamica e ribadendo le sue posizioni naziste. anche oggi è entrato in aula salutando con il braccio teso e ha ascoltato sorridendo la sentenza.

Breivik aveva già annunciato che avrebbe fatto ricorso solo se fosse stato giudicato insano. Una prima perizia lo aveva descritto come incapace di intendere e volere. Ma una seconda perizia, invece, ha ribaltato questa posizione. L'estremista, dunque, non chiederà un secondo grado di giudizio. Passerà i prossimi 21 anni nel carcere di massima sicurezza di Ila, a Oslo.

Fonte:IlManifesto

venerdì 24 agosto 2012

INSEGNANTI DI RELIGIONE

L'articolo odierno parla dei privilegi che hanno i docenti che insegnano la materia religione in Italia a scapito di tutti i loro colleghi che tra precariato e disoccupazione se la passano malissimo e anche peggio dopo la riforma di Sua beata ignoranza Mariastella Gelmini.
Quello maggiore consiste negli scatti biennali per quanto riguarda la retribuzione di coloro che vengono scelti dal clero(vescovi e affini)per venire pagati dallo Stato italiano e che,sentenza di Perugia,sono rimasti uguali nonostante le proteste degli altri colleghi che insegnano tutte le altre materie.
Articolo preso da Senza Soste dove si parla pure di come viene insegnata questa materia,che ovviamente parlando quasi escluisivamente di quella cattolica dovrebbe fornire almeno cenni su tutti gli altri credo che esistono nel mondo:la mia personale esperienza mi ha fornito insegnanti buoni e altri meno,soprattutto uno che ho avuto per parecchi anni(sia alle medie e poi ritrovato alle superiori)equo nel comparare le varie religioni e rispettandole tutte.
Spero che Don Natale non sia stata una mosca bianca!

Docenti di religione, privilegiati da “norme speciali”.
Nessuno vorrebbe avere un lavorio precario, nemmeno gli insegnanti di religione. Che possono però contare su un privilegio esclusivo: gli scatti biennali. Che gli altri precari possono solo sognarsi.
Non è polemica anticlericale. E’ invece quanto ha stabilito la Corte d’Appello di Perugia, in una sentenza di cui ha dato notizia il quotidiano Italia Oggi. La situazione è del resto nota da tempo, e quattro anni fa il Tribunale del lavoro aveva stabilito che si trattava di un ingiusto vantaggio. Sentenza che rimase sulla carta, e che adesso è carta straccia. Perché d’ora in poi sarà la sentenza di Perugia a “fare giurisprudenza”. Secondo i giudici d’appello, gli scatti sono previsti solo per i precari di religione, il cui rapporto di lavoro è regolato da norme speciali.
La sentenza ha dunque beffato i precari delle materie fondamentali (italiano, matematica, storia, scienze, ecc.) che reclamavano analogo trattamento economico: ha infatti certificato che la legge favorisce gli insegnanti di religione cattolica. Non è del resto questo l’unico privilegio di cui godono. Se chi li nomina, e per impartirvi la dottrina della Chiesa, è il vescovo, chi li paga è lo Stato. Dal 2003 possono essere assunti a tempo indeterminato anche se per legge insegnano una materia facoltativa, scelta da genitori e studenti all’iscrizione di ogni anno scolastico. Se i 13.880 insegnanti di religione cattolica entrati in ruolo ricevessero il ritiro del nulla osta vescovile, lo Stato continuerebbe comunque a pagarli. A questa serie di privilegi si aggiunge il fatto che i precari di religione cattolica sono gli unici ad ricevere aumenti di stipendio biennali del 2,5%. Senza dimenticare, come emerge da documenti ministeriali, che sono gli unici per i quali, negli ultimi anni, il fenomeno del precariato è nettamente diminuito.
Il tutto per insegnare una materia in modo assai discutibile, visto il grado di ignoranza religiosa esistente nel nostro paese, anche in chi ha studiato la materia per sedici anni. Se è indispensabile che gli studenti acquisiscano nozioni sulla religione cattolica, è invece assai opinabile che tali nozioni siano così importanti da richiedere l’istituzione di un insegnamento ad hoc, ed è evidentemente assurdo che tali nozioni siano impartite da docenti nominati da un’autorità esterna, che si garantisce in tal modo un’impermeabilità assoluta all’esame imparziale delle proprie dottrine. La sentenza di Perugia mortifica ulteriormente la scuola della Repubblica.
tratto da
http://www.uaar.it/news/2012/08/14/docenti-religione-privilegiati-norme-speciali/
agosto 2012

giovedì 23 agosto 2012

QUANTO CI E' COSTATO IL MAIALE!

Quella grandissima faccia di maiale di Calderoli,caso più umano che politico(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2010/06/io-sono-calderonioink.html )fa parlare di sè in quanto negli ultimi due anni è costato alla collettività per la sua pagliacciata della maglietta con la vignetta su Maometto la bellezza di 900 mila Euro.
Questa enorme cifra è stata spesa dallo Stato per il presidio della sua villa di Mozzo,in provincia di Bergamo,da parte di otto agenti in servizio ininterrotto anche quando il suino verde si trovava al di fuori del suo porcile:fortunatamente ora tale spreco è stato tagliato.
Unico dubbio,a parte la certezza della somma spesa,è capire se questi 900 mila Euro siano stati usati per proteggere l'ex ministro del porcellum(un sistema elettorale inventato da lui a cui ha voluto dar nome che rispecchi la sua essenza)dalle minacce di integralisti islamici oppure siano stati spesi per evitare che questo porco infastidisse i propri vicini.
Articolo preso da"Il fatto quotidiano"

Revocata scorta a villa di Calderoli, risparmi per 900mila euro
 
E' stato ritirato il presidio fisso di otto agenti impiegati a monitorare la villa dell'ex ministro della Semplificazione sui colli di Mozzo, in provincia di Bergamo, anche quando era assente. Il senatore ne disponeva dal 2006, perché minacciato da estremisti islamici.
 
Da una settimana Roberto Calderoli è senza scorta. Più precisamente è stato ritirato il presidio fisso di otto agenti impiegati a monitorare la villa dell’ex ministro della Semplificazione sui colli di Mozzo, in provincia di Bergamo. Il risparmio per l’erario è notevole, secondo i sindacati di polizia Ugl e Siulp, gli otto esponenti delle forze dell’ordine che ogni giorno dovevano restare di guardia davanti alla villa anche quando l’ex ministro leghista non era presente, negli ultimi due anni sono costati 900mila euro.
Il presidio fisso era stato disposto dal Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Bergamo dal 2006, motivandolo da presunte minacce di stampo estremista islamico, a seguito della vicenda della maglietta indossata da Calderoli, con una caricatura di Maometto. L’ex ministro comunque continuerà a disporre di una scorta personale, formata da altri 8 agenti, quattro a Roma e quattro a Bergamo. Dal canto suo il senatore leghista ha spiegato a L’Eco di Bergamo, non nascondendo comunque una certa preoccupazione: “Sono tornato un uomo libero. E’ una decisione che non fa seguito alle polemiche sulla scorta del presidente Fini, ma concordata una decina di giorni fa dal Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, nell’ottica di un ridimensionamento generale delle scorte. A tutti è stato abbassato di un grado il livello di sicurezza, e trovo che sia giusto”.

martedì 21 agosto 2012

CHI PAGA IL MEETING DI CIELLE?

Doppio contributo odierno in termini di articoli e che trattano il meeting di cielle di Rimini sotto il punto di vista degli sponsors,e sia dal primo preso da Indymedia Lombardia che il secondo tratto da ki.noglogs.org si evince il fatto che oltre a parecchio denaro"investito"da privati più o meno grandi è lo Stato che finanzia cospicuamente questo incontro di pagliacci che vivono al di fuori dalla realtà.
Dopo la partenza in grande stile con l'intervento del premier Monti il programma di questa ininterrotta messa nera di una settimana avrà un corollario di ministri,politici,scienziati(naturalmente quelli che vanno bene a loro),docenti e alti prelati che tra messe e autoproclami ed autocelebrazioni emaneranno diktat cui nemmeno loro forse ci credono veramente.
Tant'è che volenti o nolenti tutti noi grazie alle regioni(soprattutto Emilia Romagna e Lombardia del guru Formigoni)o colossi pubblici e semiprivati(Banca Intesa,Finmeccanica,Nestlè,Wind,Enel e Trenitalia)pagheremo tutto questo circo dove i soli e pochi noti sghignazzeranno mentre i comuni mortali,in mutande,osseveranno ed ascolteranno eresie pazzesche.

La piovra di Cl.
 
Il Meeting di Cl archivia Formigoni, quest'anno l'ospite d'onore è Monti.
In dodici anni ammontano a quasi due milioni di euro i soldi trasferiti dalle casse della Regione a quelle del Meeting di Rimini. Flussi di denaro, erogato anno dopo anno dal Pirellone per finanziare la manifestazione di Cl, oggi al via a Rimini con l’arrivo di Mario Monti. Un appuntamento a cui non mancherà neanche il governatore Roberto Formigoni, che mercoledì - nonostante la bufera per l’inchiesta sulla Maugeri - sarà protagonista dell’incontro 'Lombardia: discussione su presente e futuro'.
La Regione Lombardia ha concesso in 12 anni 1.922.896 euro alla manifestazione di Cl: si va dai 94mila euro stanziati nel 2001 ai 70mila di quest’anno, assegnati dalla delibera 3880 dello scorso 6 agosto. Il picco sarebbe stato raggiunto tra il 2004 e il 2006, quando in tre anni la Regione ha concesso al Meeting contributi per 800mila euro, di cui 311mila nel solo 2004. Oltre a questi soldi si aggiungono quelli erogati 'indirettamente' dalla Regione, attraverso le sponsorizzazioni alla manifestazione fatte da società partecipate. Si pensi, per esempio, a Trenord, una delle controllate dal Pirellone, che quest’anno figura tra gli espositori della kermesse.
Netta la replica della Regione: «È una polemica piccina e pretestuosa - attacca l’assessore alla Famiglia Giulio Boscagli, ciellino di ferro, cognato di Formigoni e habitué della manifestazione, dove arriverà stasera - Si dovrebbe guardare alla sostanza dell’evento, a cui assistono migliaia di persone e intellettuali di rilievo. Senza contare che la Lombardia non è l’unica Regione a intervenire: quasi tutte partecipano, in primis l’Emilia Romagna, guidata da una giunta di centrosinistra». I soldi stanziati dalla Regione - come si legge nella delibera del 6 agosto - arrivano dal budget della Direzione centrale relazioni esterne della presidenza, come 'Azioni di comunicazione interna ed esterna'. Beneficiaria del contributo, la Evidentia Comunication, una srl operativa a Milano ma con sede legale a Rimini. Di fatto, la 'cassaforte' di Cl: nei conti della società confluiscono tutti i contributi necessari a realizzare il Meeting, che quest’anno ha un bilancio preventivo di otto milioni e 400mila euro, di cui sei in arrivo dagli sponsor, il vero potere di Cl. Ovvero, grandi colossi privati - come Intesa San Paolo, Enel, Finmeccanica e Wind - e società partecipate quali A2a e Trenitalia. Solo 160mila euro, invece, i contributi da enti e istituzioni pubbliche.
(19 agosto 2012)

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Meeting di Rimini. Bello e buono?

Il link è loro che cos’è il Meeting. “É la fine degli anni ‘70. Tra alcuni amici di Rimini, che condividono l’esperienza cristiana, nasce il desiderio di incontrare, conoscere e portare a Rimini tutto quello che di bello e buono c’è”. Ed allora andiamo a vederlo assieme questo “bello e buono”. Partiamo dagli sponsor seguendo il vecchio adagio: “dimmi chi frequenti e ti dirò chi sei”
Finmeccanica è the main sponsor. What else? L’azienda a partecipazione statale è il principale sponsor della XXXIII^ edizione del Meeting di CL. Sfido chiunque, dopo l’anno nero della maggiore azienda nazionale produttrice di armamenti, che deve ancora rispondere alle nostre 10 domande, formulate un anno prima gli ultimi scandali, trovare uno sponsor meno etico.
“Bello, buono e pulito” aggiungiamo noi. Tra i molti donatori v’è anche ENEL che compie 50 anni di energia. Auguri. Un augurio anche a chi vive accanto alle loro centrali al carbone. Per alcuni sono le più inquinanti d’Europa. Dei primati si deve andare orgogliosi; o no?
L’Enel fa accoppiata con Eni. Forse presenti al meeting di Rimini per dimostrare come hanno bonificato il delta del Niger o rispettato i diritti umani in Nigeria.
Ma non è finita. Lo Stato è dentro a piene mani nella manifestazione sia con Poste Italiane, Ferrovie dello Stato e con Autostrade Italiane. Insomma…lasciamoci trasportare dal Meeting: trasporto postale, trasporto pubblico e trasporto privato. Si. Stiamo parlando dello stesso Stato squattrinato che sta chiedendo denari agli italiani con tassazioni tra le più alte al mondo e che è/ è stato rappresentato al Meeting con il Ministero degli affari esteri, Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.
Provate voi a chiedere un contributo ad uno di questi Ministeri per una vostra seppur lodevole iniziativa….Visto?
Dulcis in fundo. Non poteva mancare la branch italiana della holding svizzera del cioccolato – Nestlè – contro la quale son stati scritti fiumi di parole. Non da noi ma dagli amici di Peacelink. Oppure, se volete una fonte più istituzionale, dall’OMS – Organizzazione mondiale per la Sanità per le politiche di marketing contro l’allattamento materno nei paesi più poveri. Per il lavoro schiavo e minorile in Costa d’Avorio….. Avremmo preferito la nostrana Ferrero che, dopo una nostra inchiesta, s’è impegnata con percentuali certe, anno dopo anno, entro il 2020 ad avere 100% di cioccolato certificato…e quindi non più frutto di sfruttamento (scaricarsi il report se interessati).
E se c’è la Nestlè c’è anche la Coca Cola. Appena cacciata dalla Bolivia assieme a McDonald’s per violazione di diritti sindacali ha trovato casa a Rimini.
Dopo il dolce il caffè. Equo e solidale? Macché; siamo seri. Illy caffè che per l’appunto ha appena chiuso una joint venture con Coca Cola.
Dopo il lauto pranzo non dimenticate le medicine. Novartis, naturalmente. Medici senza Frontiere ci ricorda che da sei anni il gigante farmaceutico porta avanti una causa legale contro l’India che minaccia l’accesso ai farmaci salva-vita a basso costo per milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo….ma, a noi, che ce ne importa?
Signori; si gioca. Tra gli sponsor troviamo Lottomatica e Sisal. Una joint venture per impoverire finanziariamente i più poveri culturalmente. Un mercato florido che aumenta proporzionalmente con la crisi economica.
A questo punto si poteva lasciare anche il governatore Formigoni ed il relativo lauto contributo annuale della Regione Lombardia. Cosa saranno mai i finanziamenti pubblici regionali illeciti di Daccò e Simone a cliniche private per 70 milioni di euro dei quali, secondo l’accusa, 8,5 milioni girati al governatore lombardo. Su per giù non era la cifra che sino allo scorso anno il Pirellone dava al meeting di Rimini? Al confronto ai danni prodotti dagli altri sponsor sembrano noccioline.
Nulla di “buono e bello”, quindi? No. Affatto. Il bicchiere mezzo pieno c’è. Parlo di Intesa San Paolo, banca che sta uscendo, come promesso, dal circuito delle Banche Armate. Nell’ultima relazione aveva solo poche migliaia di euro. Quasi promossa, a differenza di Unicredit che continua sia a finanziare il Meeting e sia a rimanere nella top ten dei finanziatori del mercato d’armi…..di nuove guerre ne sentivamo proprio il bisogno!
Poi E-vai un’azienda lombarda di car sharing ecologico che propone sistemi innovativi ed alternativi all’auto privata….Pieni voti. Il Conai – Consorzio Nazionale Imballaggi che ha un’attenzione quasi spasmodica alla raccolta differenziata. Ed infine Unilever che ha accettato i suggerimenti di Greenpeace per uscire dallo sfruttamento delle foreste pluviali asiatiche.
Questi ultimi sponsor dimostrano che se si vuole “un altro mondo possibile”….si può.
Ps. Non è la prima volta che poniamo il problema ma, a differenza di altri, gli organizzatori targati CDO continuano imperterriti. Si sa; chi agisce “in Nomine Dei” non sbaglia. Titolo del meeting: “la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito”. Da non intendere come infinità di contributi a prescindere dal profilo etico. Il tutto avrà inizio il 19 agosto. Auguriamo un’ampia ma soprattutto critica partecipazione.
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Fonte: Unimondo.org

lunedì 20 agosto 2012

FERMATI SEI COMPAGNI BASCHI DURANTE UNA PROTESTA

Questa mattina a Pamplona c'è stata una protesta attuata da sei ex prigionieri politici che sono saliti su una sporgenza del tetto presso la sede del PP per protestare contro la detenzione dei detenuti politici baschi ammalati,ed in particolar modo del compagno Josu Uribetxeberria(http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/2012/08/josu-askatu.html ),che da una decina di giorni sta facendo lo sciopero della fame assieme a molti altri incarcerati presso le prigioni spagnole e francesi.
I contributi sono scritti in castigliano e la seconda parte del post è stata presa dal sito naiz.info,dove praticamente si dice che questi manifestanti dopo la dimostrazione di protesta sono stati fatti scendere dai pompieri a terra e fermati dalla polizia nazionale,nella cui sede sono tutt'ora in stato di fermo mentre altre decine di persone che erano nei pressi sono state identificate e rilasciate.
Il video di Youtube mostra la protesta e l'arresto degli ex prigioneri politici che per ora di fatto non sono in stato di libertà,mentre comunque le condizioni di Josu sono sempre più critiche.


Seis expresos navarros se han encaramado hoy a la sede del PP de Iruñea para pedir la libertad de los presos enfermos. Durante la protesta, que se ha prolongado durante más de una hora, los activistas han gritado lemas por la libertad de Iosu Uribetxeberria.
Agentes de la policía española y Policía Municipal han acudido al lugar y han identificado a varias personas que se encontraban en los alrededores. Posteriormente, han obligado a disolverse a las decenas de personas que se han congregado en torno a la sede del PP.
Pasadas las 12.30 han aparecido los bomberos y han descendido a los activistas de la balconada de la sede del PP. Los seis han sido detenidos y se encuentran en la comisaría de la Policía Nacional.

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La AN amenaza con tardar dos semanas en decidir sobre la libertad de Uribetxebarria
La AN española ha amenazado con tardar «entre 10 o 15 días» en elaborar el informe sobre la puesta en libertad de Uribetxebarria, quien ha cumplido su duodécimo día en el Hospital de Donostia en huelga de hambre.
ALBERTO PRADILLA
 
Protesta en la sede del PP en Iruñea para pedir la libertad de Uribetxebarria. (@AteakIreki)
La Audiencia Nacional española podría tardar «entre 10 o 15 días» en elaborar el informe sobre la libertad del preso político Iosu Uribetxeberria. El alargamiento de la decisión sobre el prisionero, aquejado de un cáncer terminal y que hoy cumple su duodécimo día en huelga de hambre, podría agravar su situación, ya de por sí delicada.
Fuentes del tribunal de excepción español han señalado que pedirán, a instancias de la Fiscalía, una ampliación del informe médico. Aseguran que el documento que ha llegado a la sede judicial está incompleto ya que únicamente consiste en un resumen, sin incluir el historial clínico o los antecedentes.
Además, está firmando por una comisión médica de Osakidetza, algo insuficiente según estas mismas fuentes. Por este motivo, la AN solicitará al Hospital Donostia que amplíe la información.

En principio, el expediente procedente de Zaballa debería de llegar hoy al tribunal de excepción, así como los informes forenses que solicitó el pasado viernes el juez Santiago Pedraz, que sustituía a José Luis Castro, titular del Juzgado de Vigilancia Penitenciaria que debe decidir sobre la situación de Uritxeberria.
Instituciones Penitenciarias, dependiente del Ministerio español del Interior, decretó el pasado viernes el tecer grado para el represaliado, reconociendo las «razones humanitarias» por el cáncer terminal que padece.
Asimismo, el organismo que dirige Ángel Yuste instaba a la junta de tratamiento de Zaballa a poner sobre la mesa el informe sobre la libertad condicional hoy mismo. También se solicitaron informes que especificasen si Uribetxeberria podía ser tratado en la cárcel y se impusieron diversas condiciones en caso de que fuese excarcelado.
Expresos se encadenan en Iruñea
Seis expresos políticos se han encadenado en la sede del PP en Iruñea para exigir la puesta en libertad de Uribetxebarria.
Tras una hora de protesta, los encadenados han sido arrestados por la Policía acusados de «desórdenes públicos».

domenica 19 agosto 2012

LA CADUTA DI MEDIASET

Che ormai Mediaset sia un'azienda in caduta libera è un dato di fatto da un paio d'anni,da quando gli introiti pubblicitari,vera mecca dell'impero mediatico berlusconiano,sono calati a picco assieme agli ascolti in generale(soprattutto di notiziari)dirottati verso Rai,La7 e i canali del digitale terrestre(voluti proprio da Sua Emittenza).
L'articolo preso da Senza Soste parla di questo e dell'annunciata epurazione del comandante della flotta,Pier Silvio,pronto per essere sacrificato in favore della sorella Marina in una sorta di guerra fraticida nella famiglia detentrice del simbolo del biscione televisivo.
Investimenti catastrofici,scelte di palinsesto terrificanti e una gestione improponibile hanno mandato Mediaset sull'orlo del precipizio e anche il dio in terra psicopatico non riesce a raddrizzarne le sorti,così come accade per la costola calcistica zozzonera nonostante il più volte espresso impegno promesso in prima persona.

La lunga estate di Mediaset. 
E' un Biscione in agonia quello che in questi giorni si vede a Cologno Monzese. A fronte del crollo delle azioni in borsa, dei pessimi risultati con la raccolta pubblicitaria e, non ultimo, del recente e drastico piano di tagli, è evidente che Mediaset sta affrontando un crisi ben peggiore rispetto alle dirette concorrenti. Una crisi che, pare, rischia di stravolgere anche gli assetti proprietari dell'impero berlusconiano, con Confalonieri che spinge per l'allontanamento di Pier Silvio dalla dirigenza in favore di un pool tecnico in grado di risanare conti e palinsesti. Ma andiamo per ordine.
Il 2012 di Mediaset era già cominciato male: i dati di bilancio per il 2011 si chiudevano con solo 225 milioni di euro di profitti - vale a dire un clamoroso 36% in meno rispetto agli anni precedenti - segnando il record negativo di performance per l'azienda di Cologno Monzese. Per correre ai ripari il CdA deliberava a marzo un drastico taglio dei dividendi agli azionisti, portandoli da 36 a 10 centesimi di euro ad azione, ma faceva crollare contestualmente il titolo in borsa, sospeso dalle contrattazioni per eccesso di ribasso il 22 marzo. I danni maggiori si erano però registrati nell'ultimo trimestre del 2011 quando, probabilmente anche per effetto delle dimissioni da premier, la pubblicità sulle sue tv è andata a picco registrando un preoccupante -10%.
Il primo semestre dell’anno ha fatto poi registrare una calo nei ricavi, che sono passati da 2,253 miliardi di euro agli 1,999 miliardi attuali rispetto allo stesso periodo del 2001, con una perdita del 12,2% e una diminuzione dell'utile pari al 73,5% in meno rispetto ai 12 mesi precedenti. E anche i ricavi di Mediaset Premium derivanti dalla vendita di carte, ricariche e abbonamenti hanno subito una flessione notevole rispetto allo scorso anno.
Milioni di euro bruciati dunque e, per metterci una pezza, la dirigenza Mediaset ha varato una lista di tagli da 250 milioni di euro, operativa dal 4 agosto, per ridurre gli attuali costi aziendali e di produzione. Il primo atto del nuovo “piano di efficienza” è stata la dismissione della storica casa di produzione interna, la Videotime, con cui si è voluto scorporare un importantissimo ramo produttivo dell'azienda per farlo confluire in una newco di proprietà terza; con buona pace dei 74 lavoratori di Palazzo dei Cigni che, come extrema ratio, hanno addirittura pubblicato un'accorata lettera dalle colonne de La Repubblica, strizzando l'occhio alle nemesi De Benedetti.
Ma gli operatori di ripresa e i montatori non sono gli unici a rischio in Mediaset. I deludenti risultati con la raccolta pubblicitaria hanno indotto i dirigenti a credere che i palinsesti siano completamente da rivoluzionare e anche tra i volti noti del piccolo schermo ci sono contratti a rischio e/o cachet da ridimensionare, soprattutto nelle testate giornalistiche. Il conduttore di Matrix Alessio Vinci, ad esempio, si è visto spostare il programma alla seconda serata della domenica e anche la direzione del Tg5 pare essere in forse.
Gli ascolti del telegiornale di Canale 5, in particolare l’edizione delle 20, stanno andando a picco con uno share medio che si aggira attorno al 16%: per provare a recuperare terreno dallo scorso 30 luglio Clmente J Mimun, ha strappato un quarto d'ora al quiz preserale per collocare le anticipazioni che su La7 hanno fatto (pare) la fortuna del tg di Enrico Mentana. Ma per i fatturati di Mediaset questo potrebbe non essere abbastanza e già si vocifera di un probabile avvicendamento pre-elettore alla direzione della testata, con il clamoroso ritorno di Augusto Minzolini.
Molto più spinosa, invece, la questione inerente i vertici dell'azienda. Secondo le voci che corrono a Cologno Monzese, i manager del gruppo, sostenuti da Fedele Confalonieri, sarebbero sempre più decisi a chiedere il passo indietro di Pier Silvio Berlusconi, colpevole, a loro avviso, di aver operato le scelte sbagliate che hanno condotto il Biscione sull'orlo del baratro finanziario. Crollo della pubblicità e calo degli ascolti sono gli elementi certi della crisi ma, secondo il rampollo di Berlusconi, le scelte operate sono state l'inevitabile risposta alle richieste dettate dal mercato.
Probabilmente un tentativo di autoassoluzione quello di Pier Silvio, che vuole evitare a tutti i costi sia l’intervento del padre sia quello della sorella maggiore: Marina sarebbe infatti frustrata dal raggio d’azione limitato di cui dispone, ristretto all’area di Segrate, e punta a sbarcare a Cologno Monzese con tutti i crismi dell’ufficialità. Ma non è una cosa facile, sono troppe le variabili da dover prendere in considerazione: dagli asset di famiglia ai rapporti di forza fra i Berlusconi di primo e di secondo letto. Senza dimenticare che il padrone del vapore rimane sempre e comunque lui, papà Silvio.
Mariavittoria Orsolato
tratto da http://www.altrenotizie.org
12 agosto 2012

sabato 18 agosto 2012

RENZI E I SUOI AMICI

Oggi ho dovuto tagliare l'articolo che è stato scelto come parte integrante del post poichè sarebbe stato troppo lungo,non da leggere ma per via del lungo elenco di nomi proposti da Indymedia e che altro non sono che i raccomandati del sindaco di Firenze Matteo Renzi che girano attorno all'ambito del comune fiorentino e della regione Toscana.
Ecco comunque il link dove si potranno guardare nomi,cognomi,mansioni e alcuni stipendi di chi ha"trovato"un ottimo posto di lavoro grazie alle conoscenze e non alle competenze(http://italy.indymedia.org/n/7485/16-08-12/100-raccomandati-matteo-renzi-merducola-che- )e che il generoso Renzi ha saputo distribuire con una certa abilità.
Questo caso è molto simile a quello di Alemanno a Roma che con la sua parentopoli e amicopoli ha riempito il comune e le amministrazioni e organizzazioni gestite dalla capitale,con la sola differenza che per ora la cricca costruita da Renzi non è poi così piena di fascisti e criminali come quella del picchiatore podestà.
Che Renzi sia un Piddino atipico lo si è già visto in parecchi casi(vedi:http://mascheraaztecaeildottornebbia.blogspot.it/search?q=matteo+renzi )e considerando comunque l'attuale Pd un'emanazione del centro destra in quanto mantiene il governo Monti cancellando i diritti dei lavoratori e prostrandosi a potenti e banchieri,Renzi sarà certamente uno di quei nomi caldi per le primarie a livello nazionale del partito dei rapanelli.

I 100 raccomandati di Matteo Renzi [merducola] che costano 25 milioni alle casse del Comune di Firenze.
I 100 raccomandati di Matteo Renzi che costano 25 milioni alle casse del Comune di Firenze
Corrisponde a circa 25 milioni la somma che graverà sul bilancio del Comune di Firenze, e quindi sulle tasche dei fiorentini, nei cinque anni di giunta Renzi a causa della pazze assunzioni a chiamata diretta del “Rottamatore”.
Un vero e proprio ufficio di collocamento, o per meglio dire un sistema efficace di clientelismo che ha permesso al sindaco in carica di assumere amici, parenti, ex dipendenti della provincia o semplicemente colleghi di partito trombati alle elezioni. O dipendenti della Florence Multimedia, la società partecipata dalla provincia di Firenze ai tempi in cui Renzi ne era presidente, creata appositamente per valorizzare l’immagine del “Rottamatore” a spese della collettività.
Una di queste è Maria Novella Ermini, figlia del direttore del Corriere Fiorentino, ma ne abbiamo già parlato su Qelsi lo scorso 28 luglio.
Nell’elenco degli assunti a chiamata diretta si possono pure trovare ex assessori comunali come Lucia De Siervo e Simone Tani; l’ex sindaco di Palazzuolo sul Senio, Bruno Cavini; il candidato alle provinciali 2004, non eletto, Giovanni Palumbo già responsabile dell’ufficio di gabinetto del presidente della provincia (Renzi medesimo, of course) poi dirottato alla direzione delle risorse finanziarie del Comune di Firenze: alla guida dell’ufficio del sindaco gli è stato preferito Luca Lotti.
Vale la pena ricordare che Matteo Renzi ha già subito una condanna in primo grado dalla Corte dei Conti della Toscana per danno erariale, proprio a causa dei criteri di assunzioni anomale messe sotto la lente d’ingrandimento quando il Rottamatore era presidente della provincia..
E ancora, scorrendo l’elenco dei 100 assunti: dirigenti regionali e provinciali in pensione come Valerio Pelini e Luigi Brandi; l’ex direttore dell’agenzia del turismo Antonio Preiti, non confermato dall’allora neo-presidente della provincia Andrea Barducci ed immediatamente chiamato da Renzi a dirigere l’ufficio esteri con la creazione ex novo della figura di dirigente.
Poi i trasferimenti: dipendenti dell’amministrazione provinciale che vanno a ricoprire ruoli dirigenziali in Comune: un esempio è l’architetto Giorgio Caselli.
Senza tralasciare le mogli e i figli di amici o colleghi del Pd, stupisce oltremodo la necessità di tenere in organico sia un segretario sia un direttore generale.
E i responsabili delle segreterie degli assessori arrivano tutti da fuori: a loro viene riconosciuto e generosamente retribuito il servizio straordinario che in precedenza era compreso nelle indennità accessorie allo stipendio.
Il bilancio del Comune di Firenze è molto fragile, ma a Renzi non sembra interessare granché. L’importante è costruire una fabbrica del consenso, costi quello che costi (è proprio il caso di dirlo).

venerdì 17 agosto 2012

FINO A QUI TUTTO BENE?

Il titolo del post odierno fa riferimento ad una frase celeberrima del film"L'odio-La haine"diretto da Mathieu Kassovitz,pellicola che parla del problema delle periferie povere francesi che poi culmineranno nella rivolta del 2005 che si diffose da Parigi al resto delle altre banlieue di tutta la Francia con gravi disordini tra la popolazione e la polizia(per maggiori info vedi
(http://it.wikipedia.org/wiki/Rivolte_del_2005_nelle_banlieues_francesi ).
A parte il consiglio di vedere questo film,faccio riferimento tramite il sito di contropiano.org alla rivolta che sta colpendo la città di Amiens da domenica scorsa,dove è bastata una scintilla per accendere un fuoco che ha distrutto automobili ed edifici del"ghetto"cittadino.
Staremo a vedere se questo episodio sarà l'innesco per una serie di altri disordini nella Francia oppure un signolo episodio,ecco il perché del punto di domanda alla fine della frase"fino a qui tutto bene",anche se la risposta già la sappiamo.

Francia. Banlieue in rivolta ad Amiens.

Ad Amiens da domenica ripetute tensioni tra polizia e gente del quartiere per un ragazzo fermato in macchina. Ieri sono esplosi durissimi scontri. La polizia ha fatto pervenire rinforzi dalle altre città.
Notte di violenza urbana ad Amiens, nel nord della Francia, dove si sono verificati pesanti scontri di strada tra giovani e polizia hanno infiammato per oltre tre ore la banlieue nord della citta'. Il bilancio parla finora di 16 poliziotti feriti, una scuola materna e una sala associativa bruciate, e decine di vetture e cassonetti della spazzatura divelti e dati alle fiamme per fare da barricate. La polizia ha dovuto chiedere rinforzi in tutta la regione e forze antisommossa sono arrivate ad Amiens anche da Parigi. Nel quartiere già la scorsa settimana si erano verificati episodi di forte tensione tra la polizia e i giovani banlieusars. Il prefetto della Somme aveva condotto un'indagine amministrativa già domenica scorsa dopo i primi scontri tra residenti e polizia. Domenica a Amiens Nord di poliziotti della Lac (Brigata Anticrimine) avevano fermato per la strada un automobilista per guida pericolosa. Ma nelle vicinanze c'era un funerale della famiglia e degli amici di un giovane di 20 anni, morto giovedi dopo un incidente in moto. Alle prime tensioni i poliziotti avevano risposto con i lacrimogeni suscitando le proteste della gente che aveva ritenuta eccessiva la reazione della polizia. Il sindaco di Amiens, Gilles Demailly (del Partito Socialista) ha dichiarato all'Afp che "Qui ci sono spesso episodi di violenza, ma sono passati anni da quando non ho visto una notte così violenta con tante devastazioni”.

MINATORI IN RIVOLTA IN SUDAFRICA

La strage di lavoratori avvenuta da parte della polizia sudafricana sta suscitando parecchia eco nei notiziari mondiali in quanto la protesta dei lavoratori della miniera di Marikana,nei pressi di Johannesburg,è degenerata nell'orrore dopo che la polizia ha mitragliato di proiettili i minatori che stavano manifestando per avere aumenti salariali.
In più ci sono ulteriori scontri tra i due gruppi sindacali maggiori che rappresentano i lavoratori e che hanno scelto subito lo sciopero come unica maniera per ottenere maggiori retribuzioni in quella che è la terza miniera più grande del paese per la produzione di platino.
L'articolo di Indymedia è supportato da un altro in cui c'è un'aggiornamento sulle conseguenze della violenza che sta continuando tutt'ora e che ha già mietuto oltre trenta vittime:il video preso da youtube mostra immagini crude dove si vede la polizia che come un plotone d'esecuzione sopprime dei minatori.

E' stato un eccidio, documentato dalle telecamere: e sono scene che il Sudafrica non potrà dimenticare presto. La polizia ha aperto il fuoco a Marikana, nel Nord-ovest del Sudafrica, su migliaia di minatori in sciopero, uccidendo almeno 18 persone. Alcuni manifestanti erano armati di machete. Nei giorni scorsi nove persone, tra cui due poliziotti, sono morte in scontri tra operai e forze dell'ordine.
I disordini erano iniziati venerdì, quando i lavoratori avevano incrociato le braccia nell'ambito di una disputa sui salari. Lo sciopero è poi degenerato in un conflitto aperto tra i membri dei due sindacati che si fanno concorrenza. Marikana si trova a circa 70 chilometri a nordovest di Johannesburg.
Un cameraman ha detto di aver visto almeno sette cadaveri dopo la sparatoria, che è stata innescata dall'assalto dei minatori, scesi da una formazione rocciosa accanto alla miniera di Marikana, contro i poliziotti, che stavano ergendo delle barriere con il filo spinato. La polizia era già intervenuta con proiettili di gomma e lacrimogeni contro le migliaia di minatori in protesta, molti dei quali armati di bastoni e machete. La miniera Marikana della Lonmin, terzo produttore mondiale di platino, minaccia il licenziamento di tremila lavoratori. La condizione è interrompere lo sciopero. Il sindacato Amcu chiede per i minatori il triplo rispetto al salario attuale, che pari a circa 400 euro al mese.
Stamattina la società aveva fatto sapere in una nota: i minatori che non si presenteranno domani al lavoro saranno licenziati. "I dipendenti in sciopero - si legge nel comunicato - sono armati e non lavorano. È illegale". Intanto, agenti di polizia hanno detto che dopo la rottura delle trattative con l'Amcu non resta altra opzione che l'uso della forza. Un leader del'Amcu al megafono ha urlato: "Non ci muoviamo. Se necessario, siamo pronti a morire!". I produttori di platino lamentano che il calo del prezzo del prezioso metallo - di cui il Sudafrica ospita l'80% delle riserve mondiali - e la crescita del costo del lavoro li stanno portando al fallimento.

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oltre 30 i minatori uccisi

oltre 30 i minatori uccisi dalla polizia
JOHANNESBURG - Sono più di 30 i minatori rimasti uccisi ieri 1 in scontri con le forze dell'ordine nei pressi della miniera di platino della Lonmin Plc a Marikana, in Sudafrica. Lo ha detto, dopo dodici ore di silenzio delle autorità, il ministro della polizia, Nathi Mthethwa. La stessa cifra è stata data dal ministro della Salute del governo locale, citato dall'agenzia Sapa. La polizia schierata in forze ha aperto il fuoco con le armi automatiche contro oltre duemila lavoratori, molti dei quali armati di machete e lance, che avevano respinto l'invito di sciogliere la manifestazione.
Rispetto alle 18 vittime di ieri, il bilancio si aggrava con il passare del tempo per i decessi dei feriti. Con una durezza che ha ricorsato i giorni dell'apartheid, le forze dell'ordine hanno aperto il fuoco su migliaia di lavoratori che da quasi una settimana erano accampati nei pressi della miniera di platino della Lonmin a Marikana, circa cento chilometri da Johannesburg.
Secondo Frans Baleni, segretario generale del sindacato Num, le vittime sono di più: "La cifra che abbiamo noi per gli scontri di ieri è di 36 morti", ha detto parlando a una radio.
Il dieci agosto dieci persone - otto minatori e due poliziotti - erano rimaste uccisi nelle prime manifestazioni. In una nota pubblicata ieri sul proprio sito a poche ore dallo scoppio degli scontri, la Lonmin Plc affermava che la situazione era "relativamente calma" anche se c'era tensione e attribuiva le cause degli incidenti del 10 agosto a una "guerra" fra sindacati rivali. Il titolo della Lonmin ieri ha perso oltre il 6% al London stock exchange e il 12% dall'inizio della protesta.
(17 agosto 2012) repubblica.it